Nicola Misasi.
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S. M. LA REGINA.
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1911. Riccardo QUINTIERI Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Primo libro di una trilogia di cappa e spada, opera di Nicola Misasi, ed ambientata a Napoli allepoca di Carolina dAustria, sposa di Ferdinando di Borbone:  lei la regina che d il titolo a questo romanzo.
Siamo nel 1806, Napoleone muove con il suo esercito lungo lItalia e invade il regno del Borbone; Inglesi, Russi ed Austriaci si ritirano anchessi senza aiutare il Regno delle Due Sicilie; a Ferdinando non resta che lasciare Napoli e fuggire in Sicilia. La Regina  da sempre la persona forte nella coppia reale, lo stesso Napoleone sembra che si riferisse a lei come allunico uomo del Regno di Napoli, e mentre il marito fugge, d ordine che lo spettacolo teatrale previsto al San Carlo abbia luogo comunque, e vi si reca. Assiste allo spettacolo un gentiluomo mascherato da brigante calabrese, che i compagni chiamano Capitan Riccardo, e non  chiaro se quella sia la sua divisa abituale o un travestimento. Egli, guardando nel palco reale per ammirare la Regina, rimane stupito nello scorgere la sua dama di compagnia, che potrebbe essere Alma, una giovane di sua conoscenza. Al termine dello spettacolo, Riccardo accompagna con galanteria due donne mascherate, e le difende da alcuni ubriachi: mette in salvo le due sconosciute, ma rimane ferito gravemente egli stesso; le due donne lo fanno soccorrere e trasportare al sicuro in un palazzo.
Comincia cos una vicenda intricata in cui si mescolano lamore e lonore cavalleresco dei due personaggi principali, la Regina Carolina e Capitan Riccardo. Questultimo non sa chi fossero le due donne mascherate per cui si  battuto, ma comprende di essere sotto la potente protezione di una di esse, certamente legata al partito della Regina, ai cui ordini giura fedelt e obbedienza cieca. E come emissario della Regina, gli viene affidato lincarico di ricostituire bande ribelli che possano combattere i Francesi nella Calabria. Il romanzo si conclude quindi con Riccardo, nominato Colonnello, che parte con il fedele Pietro per riprendere la guerra banditesca, conservando nel cuore un ricordo incancellabile di una donna che lo ha amato, senza svelargli il suo nome.
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L'AUTORE.
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Le Calabrie ebbero il loro pittore in Nicola Misasi, che continu nei suoi racconti e nei suoi quadri il costume del romanticismo calabrese.
(Benedetto Croce).
Nicola Misasi  stato uno scrittore e giornalista italiano. Nacque a Paterno Calabro, piccolo centro alle porte di Cosenza, e qui trascorse gli anni dell'infanzia e della giovinezza. Sin da piccolo si mostr curioso di apprendere ma particolarmente insofferente alla disciplina scolastica, tanto da essere espulso in seconda ginnasiale, dalle scuole pubbliche frequentate nella vicina Cosenza. Formatosi da autodidatta, si dedic abbastanza precocemente all'attivit letteraria, con pubblicazione di opere letterarie ispirate allo stile dei romanzieri francesi come Emile Zola e Honor de Balzac e di scrittori locali come Vincenzo Padula. 
Nel 1880 si trasfer a Napoli, su invito del giornalista Michele Cafiero, all'epoca direttore del quotidiano Corriere del mattino. Proprio su quella testata pubblic alcune novelle che lo portarono all'attenzione degli intellettuali partenopei. Ebbe cos contatti con Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio e Salvatore di Giacomo. Nel 1881 pubblic la raccolta Racconti Calabresi, composta da novelle di ispirazione verghiana che conservano tuttavia, per la ricerca eccessiva di effetti patetici e di colore locale, i toni romantici della letteratura della prima met dell'Ottocento.
Nel 1882 si rec a Roma, su invito dell'editore Angelo Sommaruga e collabor alle riviste "Cronaca bizantina" e il Fanfulla della Domenica, entrando in contatto con Carducci, D'Annunzio, Fogazzaro, Capuana e Verga. L'anno successivo pubblic la raccolta di novelle In Magna Sila, e il romanzo Marito e sacerdote.
Nel 1884, pur privo di titoli di studio, fu nominato per chiara fama professore di letteratura italiana presso il liceo G. Filangieri di Monteleone, l'attuale Vibo Valentia, la citt natale di sua moglie (che sarebbe scomparsa due anni dopo, nel 1886) e inizi la carriera di insegnante di lettere in licei della Calabria, dapprima a Monteleone, e dal 1892 a Cosenza. Inizi una imponente attivit pubblicistica, pubblicando romanzi e racconti a puntate, resoconti di viaggi e studi di carattere socioeconomico e storico sulla Calabria. Dal 1915, poco tempo dopo l'inizio della Prima Guerra Mondiale, abbandon l'insegnamento e si ritir in un piccolo paese, San Fili. Nel 1922 si trasfer a Roma dai figli e nella capitale mor pochi mesi dopo, il 23 novembre 1923. Nel 2018 a Paterno Calabro  stata inaugurata la biblioteca comunale a lui intitolata.
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S. M. la regina.
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L'editore ai lettori. di RICCARDO QUINTIERI.
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Inizio questa serie di romanzi, dal titolo un po' strano, ma che esprime bene il mio desiderio di dare alla generalit dei lettori affidamento di ore deliziose, con le ultime opere di Nicola Misasi; uno scrittore che non avendo bisogno di presentazione, coprir in gran parte la responsabilit della mia audace iniziativa.
Audace per questo: perch io voglio tentare di diffondere in Italia a migliaia di copie, in bella veste ed a buon mercato, quei romanzi d'ignoti o d'illustri, che pur avendo la qualit precipua di tal genere di composizione, il continuato interessamento per chi legge, non trovano che un pubblico esiguo: esiguo, per i prezzi elevati che gli editori sono costretti a mettere
data la tiratura limitata delle copie; esiguo per la diffidenza, in gran parte giustificata, verso i nuovi romanzi che non sempre sono di piacevole lettura; esiguo per la poca pubblicit che si deve fare ad un libro, di cui si siano stampate mille o duemila copie.
Pubblicando romanzi del Misasi, che ha un gran pubblico di lettori, potr pi facilmente giustificare e far conoscere questa mia iniziativa: non vorrei per che si credesse la mia scelta limitarsi a simil genere narrativo. Qualunque romanzo che alla buona lingua unisca il diletto continuato, sia sul tipo dei Tre Moschettieri del Dumas o su quello di Delitto e Castigo del Dostojewskj, per citare due capolavori diametralmente opposti, io potr sceglierlo per la mia collezione dei Romanzi che si leggono d'un fiato o pi brevemente dei Romanzi d'un fiato.
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Milano, Febbraio 1911.
RICCARDO QUINTIERI.
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CAPITOLO 1.
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Ecco quanto era accaduto.
Condotto a termine il trattato di Presburgo, Napoleone aveva fatto radunare un esercito a Bologna per scacciare i Borboni dal Reame di Napoli, e aveva lanciato un proclama ai Napoletani firmato dal generale Saint-Cyr, nel quale diceva: La vostra Corte dopo aver conchiuso un trattato di neutralit ha aperti i suoi Stati ai Russi ed agli Inglesi: l'Imperatore Napoleone, la giustizia del quale  pari alla possanza, vuol dare un grande esempio, voluto dall'onore della Corona, dall'interesse dei suoi popoli dalla necessit di ristabilire in Europa il rispetto che si deve alla fede pubblica.
L'esercito che io comando viene per punire questa perfidia, ma voi non avete di che temere: i soldati francesi saranno vostri fratelli.
Il proclama portava la data del 25 di ottobre 1806 ed era giunto a Napoli il 2 gennaio 1806 insieme colla notizia che l'esercito invasore comandato dal Saint-Cyr e diviso in cinque corpi, cui si era aggiunto quello di Massena, in tutto quarantacinquemila uomini, si era mosso da Bologna, e che con lui veniva il fratello dell'Imperatore Giuseppe Buonaparte, principe
dell'impero e luogotenente generale. Era stato un colpo di fulmine per la Corte di Napoli, un fulmine di quella tempesta scoppiata addosso ai Russi ed agli Austriaci, che aveva avuto per epici episodi la battaglia di Austerliz e la presa di Vienna e che si era in parte sedata colla pace di Presburgo.
Napoli ne rimase atterrita: troppo recenti e sanguinanti ancora erano le piaghe della lunga guerra civile degli ultimi anni del trascorso secolo cui avean tenuto dietro le ferocie delle rappresaglie borboniche: non bene ristabilita, specialmente nelle pi lontane provincie, l'autorit regia: le campagne corse dagli avanzi di quelle bande sanfediste che se avevano riconquistato il trono al re legittimo, avevano anche apportato rovina ovunque eran passate come lave devastatrici: le citt divise in fazioni l'una trionfante e prepotente, quella dei legittimisti, l'altra dei repubblicani costretta a rodere il freno, ma anelante alla vendetta e in trepida attesa di nuovi rivolgimenti. Ed ecco che una nuova tempesta minacciava di scoppiare quando ancora sordamente rumoreggiava l'altra non del tutto sedata!
Al primo annunzio di quella marcia, Inglesi, Russi ed Austriaci, per favorire i quali i Borboni avevano rotto la neutralit promessa all'imperatore Napoleone e che avevano occupato Teano, Venafro, Mignano, ebbero ordine dai loro governi di ritirarsi! Il Lascy, generale russo, fece sapere al generale napoletano che era impossibile di difendere tutta la frontiera del Reame; e
poich gli eserciti del suo Signore erano sbarcati nelle Due Sicilie come ausiliar dell'Austria, or che questa aveva cessato dalle ostilit, dovevano rimbarcarsi, perci la Russia tornava ad essere neutrale!
Tale era la ricompensa della mala fede, lo scherno aggiunto alla ruina! Re Ferdinando si vide perduto: sped non pertanto il cardinale Ruffo al Massena per tentare un armistizio ed aver tempo d'indurre a pi miti consigli lo Imperatore, ma quando seppe che il Ruffo era stato imprigionato a Ginevra, quando vide incerti i ministri convocati a consiglio, concordi i generali nel ritenere inutile ogni difesa contro l'invasore, elesse a Vicario generale il figlio Francesco e fugg in Sicilia.
Ma il Vicario non pot o non seppe fare altro che ripetere i tentativi gi falliti, onde disper anche lui, e col fratello Leopoldo prese la via delle Calabrie per poi ricoverarsi in Sicilia. Cos il nembo che si appressava, rumoreggiante ancor lontano, cacciava innanzi a s coloro cui incombeva di opporglisi: il Reame che a gran pena si era ricomposto pochi anni innanzi, si sfasciava di nuovo per inettitudine dei suoi reggitori.
Pure, mentre gli uomini disperavano, mentre il re fuggiva, mentre i generali spezzavano la loro spada, una donna restava fiera, tenace, impavida, deliberata ad inabissarsi col regno se tale era il decreto dal fato... Sua Maest la Regina. Era rimasta sola nella Reggia, ma bastava il saperla l vigile, istancabile, risoluta a lottare, bastava perch il popolo s'illudesse che il pericolo potesse ancora scongiurarsi.
Anche i pi timidi, che poco innanzi
avevano consigliato il Re a fuggire, incominciavano
quasi a rincorarsi, a propendere per le risoluzioni ardite,
a credere che si potesse resistere, sia pure per salvar
l'onore, ai Francesi che sempre pi si avanzavano. Per le
scale della Reggia era un salire, un discendere di
gentiluomini e di popolani, tra i quali alcuni ceffi che
pochi anni innanzi si erano segnalati a capo dei
lazzaroni; era uno scalpitar di cavalli nell'ampia corte,
montati da corrieri che partivano curvi sugli arcioni o ne
scendevano gettando le redini agli accorsi palafrenieri.
Il popolo commentava la notizia per le vie formando
dei capannelli che presto si scioglievano, essendo pur
sempre un pericolo l'occuparsi degli affari dello Stato, e
ben si ricordavano i giorni di terrore che eran seguiti al
ritorno della Corte e gli altri nei quali la citt era rimasta
in balia delle orde capitanate dal Cardinale. Per se
coloro che aspettavano con impazienza l'esercito
straniero per poter insorgere, pur non osando far voti
palesi, eran tenuti incerti dal saper la Regina tuttora
nella reggia; i pi timidi, quelli che nei trascorsi
rivolgimenti non avevano parteggiato n per la
repubblica n per la monarchia, ma che avevano subito i
danni della sanguinosa lotta tra le due nazioni, eran
disposti a credere esagerate le notizie che correvano, e
fidavano nella indomita energia dell'Austriaca che era
rimasta per tener fronte all'uragano. Essa l'unica forza,
essa l'unica volont, essa infine l'unico uomo, come
ebbe a dire Napoleone che col suo esempio rendeva
arditi i pi timidi e con le parole sue e col lenocinio
della bellezza sapeva infondere fede nel trionfo anche ai
pi esitanti. E l'effetto era questo, che la citt si serbava
tranquilla in apparenza; e poich gi si era in Carnevale,
gli spettacoli non erano stati sospesi, anzi correva voce
che la Regina sarebbe intervenuta al veglione del S.
Carlo e con essa sarebbero intervenute tutte le pi belle
dame della Corte, quelle che eran famose non solo per
la bellezza, ma anche per gli amori e le avventure che
loro si attribuivano. Coloro per che temevano per s i
danni di una invasione avevano ben altro pel capo che di
divertirsi; ma le famiglie della grassa borghesia si
sarebbero guardate bene dal mancare quella sera per non
far credere che fossero ostili o avesser paura.
Quarantacinque mila francesi gi quasi ai confini del
regno non le rassicuravano, tanto era il terrore che
incuteva quella donna, l'unica che avesse accettato con
saldo animo la sfida dell'onnipotente Napoleone.
Chi dunque verso le prime ore della notte di quel
giorno di gennaio avesse visto la folla gaia e spensierata
in apparenza che faceva ressa innanzi alla porta del S.
Carlo; chi alla luce delle torce che i valletti
sorreggevano mentre dai cocchi scendevano le dame
avvolte negli scialli fra le cui pieghe scintillavano le
gemme che ne ornavano il seno, i capelli, avesse visto le
brigatelle di maschere rumoreggianti su per le scale, e la
folla variopinta salire interminabilmente come se tutta la
citt fosse accorsa anelante, non avrebbe punto creduto
che il nemico si avanzasse apportatore di rovina. Si
sapeva che l'Austria aveva quasi imposto che quella sera
la citt si divertisse, e la citt pareva ben lieta di
ubbidire, a giudicare dal brio e dalla folla.
La vasta sala che non aveva ancora in Europa altra a
s simile, fiammeggiava rumoreggiante di una folla di
maschere che per ancora si contenevano
compostamente. I palchetti eran tutti gremiti: nella luce
degli specchi si centuplicavano gli smaglianti colori
delle vesti, e nello scintillo delle gemme si delineavano
le leggiadre figure delle dame, alcune delle quali, anche
esse in maschera di seta o di velluto.
Solo il palchetto reale era ancora vuoto, e tutti gli
occhi vi si fissavano impazienti, mentre l'ampia sala
continuava a riempirsi di maschere dai costumi bizzarri,
taluni grotteschi, altri di una ricchezza che faceva
correre un mormorio di meraviglia. Nel rumore confuso
delle porte che sbatacchiavano, del frusco delle sete o
del velluto, del voco di quella gente quasi tutta
mascherata sentivansi gli accordi dei violini
dell'orchestra in fondo al palcoscenico. All'aprirsi di
ogni palchetto, e al comparire in essi delle signore col
seno e con le spalle denudate, e delle maschere
elegantissime che si sporgevano per guardar nella sala,
si mormoravano i nomi pi cospicui dell'Olimpo
napolitano e della colonia forastiera.
Ma il vocio tacque quando si videro due valletti della
Corte avanzarsi nel palco reale e sciorinare un tappeto
di broccato sul davanzale. Ci voleva dire che Sua
Maest la Regina si sarebbe degnata di intervenire al
veglione in segno di benevolenza pei suoi fedelissimi
sudditi: ci voleva dire anche che il pericolo era ancora
lontano se non del tutto scongiurato, e che Sua Maest dava
per la prima l'esempio d'animo sereno e fidente. Ci era
dunque dell'esagerazione in quel che si diceva? Del
resto poich la Regina mostrava di non essere punto
preoccupata, non sarebbe stato meglio godersela quella
notte di piacere? Parve che di questo avviso fosse tutta
quella folla rincorata dall'apparizione dei due valletti
che si ritrassero dopo aver spiegato il gran tappeto di
broccato che portava nel mezzo trapunto in oro lo stemma dei Borboni.
In fondo alla sala col gomito appoggiato alle pareti, la
testa in alto si teneva immobile un brigante calabrese
che aveva di una maschera nera coperto il viso, ma i cui
occhi scintillavano attraverso i fori. Il costume di
velluto nero coi bottoni di argento giustificava il lungo
pugnale la cui elsa arabescata scintillava anche essa
sopra la larga fascia rossa che cingeva i fianchi
dell'uomo mascherato, il cui cappello a cono
infettucciato posava un po' a sghembo sulla lunga nera
capellatura, che, come era nell'uso del tempo, cadeva a
riccioli sul largo collare della bianca camicia ripiegata
sulle spalle. Molte maschere, la cui muliebre leggiadria
era tradita dalle linee del corpo nelle vesti bizzarre, e lo
spirito ardente dal lampo dello sguardo attraverso le
mascherine, gli si erano fatte intorno guardandolo con
ammirativa curiosit che sarebbe stata pi indiscreta e
pi rumorosa se l'attesa dalla Regina non l'avesse tenuta
a freno. Ma il giovane, che tale era di sicuro a giudicare
dalla gagliardia delle membra e dalla sveltezza della
figura, non pareva accorgersi della ammirazione che
destava, pur non potendo suporre che si parlasse d'altri che di lui.
Un capobanda del cardinale Ruffo, disse una delle maschere che si era fermata a contemplarlo.
Il povero Ruffo  prigioniero a Ginevra rispose una voce almeno cos si dice.
Non si parli di politica: l'ordine  di divertirsi.
Abbiamo avuto le forche, chi sa se avremo la farina,  certo che stasera abbiamo una festa...
Ma  proprio in maschera cotesto brigante. O che non abbia della maschera solo quella del viso
Ma colui del quale si parlava non prestava ascolto a
tali voci: si teneva tuttora immobile non distogliendo gli
occhi dal palco reale. Sol quando alcune mascherine a
braccetto fingendo non vederlo l'investirono cos da
farlo rimuover da quello atteggiamento, ebbe come un lampo nello sguardo.
Donnette mie, non  ancor l'ora. Venite pi tardi a
gittarvi fra le mie braccia che sono abbastanza robuste per portarvi via tutte e quattro.
Non aveva punto mutato tono di voce: le mascherine
a quelle brutali parole rimasero perplesse, poi
soffocando uno scoppio di riso passarono oltre.
Capperi,  un brigante sul serio! disse una di esse.
Portarci via tutte e quattro? S, e poi?
Oh, eccone un altro! esclam una delle maschere.
In fatto avevan dato di petto in un altro brigante
calabrese mascherato anche esso, ma nella persona
differiva dall'altro. Era tozzo, massiccio, assai negletto
nelle vesti che potevano dirsi povere. Alcune ciocche
grige gli cadevano sulle guance coperte dalla maschera,
e l'incedere un po' incerto, l'evidente imbarazzo dei suoi
atti facevano supporre che ei fosse affatto nuovo a quel
bailamme. Invero, urtato dalle quattro mascherine non si
fece da parte, ma alla sua volta diede una spinta e con
una spallata fece cader due del gruppo che si diedero a
gridare come gazze ferite.
Mascalzone, villanaccio! urlavano non pi con le
vocine in falsetto le due mascherine che erano andate
gi a gambe in aria.
Ad una di esse si era sciolta la maschera e coloro che
le avevan fatto cerchio intorno riconobbero nella caduta
la pi vezzosa delle ballerine che aveva un nome molto
noto fra i gaudenti, onde molti si affrettarono a porgerle
la mano per aiutarla a rimettersi in piedi.
Che  accaduto, che  accaduto? le si chiedeva
premurosamente. Vi siete fatta male?
No, no, nulla, rispose la ballerina accesa in volto per lo scorno e cercando di ricomporre le vesti del suo costume di fioraia. Gli  che a certi facchinacci non si dovrebbe dar l'accesso ai luoghi in cui va la gente come noi.
Ha ragione, ha ragione! urlarono alcune voci
Tutta una invasione di sanfedisti stasera al San Carlo! Ne ho contato almeno una dozzina.
 una indecenza.
Uno scandalo.
Zitto, disse una voce, son gli amici della Regina.
Son dunque briganti sul serio ?
Ma no, ma no, saran magari dei gentiluomini che per far la corte a Sua Maest...
Quel villanaccio non  certo un gentiluomo! disse uno dei pi ardenti corteggiatori della bella Coralia la ballerina.
E si diede a gridare:
Alla porta il brigante, alla porta.
Alla porta! gridarono alcuni altri che si erano fatti intorno alla bella fioraia e col pretesto di ricomporle le vesti ne carezzavano le spalle bianche e grassocce, alla porta.
A quelle grida la folla non sapendo l'accaduto si era riversata tutta intorno al gruppo delle quattro mascherine, impedendo cos a colui che era stato causa
del fermento di rompere il cerchio che si era fatto intorno a lui. Se ne stava immobile sotto la maschera,
volgendo qua e l due occhietti grigi quasi incerto se proprio a lui si rivolgessero quelle voci, ma non pot
dubitarne quando un pulcinella alto e robusto con un gran naso di cartapesta, con voce chiocciante gli grid all'orecchio:
Hai inteso, hai inteso? Alla porta, facchinaccio.
Ah, santo diavolo! url l'ometto, dite proprio a me?
A te, s, risposero alcuni mostrando le pugna.
A me per aver risposto all'urto di quella sguaiatella infarinata come un pesce da friggere?
Te lo do io in faccia il pesce da friggere, url il pulcinella che fidava forse un po' troppo sulla sua forza muscolare.
Ed alz il braccio, ma di un tratto si intese sollevato
di peso: l'omiciattolo lo aveva abbrancato per le gambe
e incurante dei pugni, che l'altro gli faceva piovere sulla testa, lo sollev sulle braccia gridando alle maschere:
Largo, largo, altrimenti ve lo scaravento addosso!
e senza visibile sforzo si apr il passo tra la folla, che
mutabile come  sempre d'impressione, si diede a ridere
e ad urlare dietro al nano, che imperturbato portava sulle
braccia quel gigante cui accrescevano comicit le vesti
di pulcinella. La musoneria per l'attesa della Regina si era rotta di un tratto. La folla dei palchetti si sporgeva
per veder meglio, e le risate, le voci, i battimani si confondevamo in un rumore assordante.
Ma la marcia trionfale dell'ometto fu arrestata di botto. Fendendo la folla l'altro mascherato da sanfedista, che fin allora, forse perch assorto nell'attesa della Regina, non si era accorto di quel che era avvenuto, giunto innanzi all'ometto gli mise una mano sulla spalla dicendogli:
Non fare il fanciullo, via, lascia andare cotesto pulcinella.
Lo voglio mettere alla porta come voleva far di me lui.
Lascialo andare, te lo impongo.
L'ometto rispose con una scrollata di spalle, esit un istante, poi apr le braccia e il pulcinella cadde tra la folla che si diede di nuovo a ridere e ad urlare.
Ho fatto il piacer tuo disse l'ometto al nuovo sopraggiunto, ora andiamo via, andiamo via, perch... tu mi conosci, se mi sale il sangue agli occhi te ne scanno una dozzina. Io non son fatto per...
Va ad aspettarmi fuori, dove sai, rispose l'altro sottovoce. Verr presto a raggiungerti. Resti soltanto qui il Ghiro ed il Magaro che san pi contenersi...
Contenersi, contenersi! borbott l'ometto seguendo l'altro che si era diretto verso la porta sottostante al palco reale.
Ivi giunto sost: volse lo sguardo per la folla e vide
qua e l alcuni mascherati nella sua foggia istessa i quali
parevano guardassero verso di lui. Egli fece un segno, e
poco dopo li vide ad uno ad uno venire alla sua volta.
Nel passar loro d'accanto mormor pur facendo
sembiante di non badare ad essi:
Seguite Pietro il Toro... qui siamo in troppi.
Fece un segno ai due ultimi che si arrestarono.
Voi restate, ma non mi perdete di vista.
Intanto per l'ampia sala era corso un mormorio che si
era propagato pei palchi: le teste si levavano in alto, e
tutti gli sguardi convergevano nel palco reale la cui
porta in fondo si era aperta e lasciava vedere una doppia
fila di valletti che sostenevano dei candelabri d'argento
i: cui ceri accesi mandavano una vivissima luce. Di un
tratto in quella luce apparve la Regina. Quantunque
nell'et in cui ogni altra donna mostra in volto l'ingiuria
del tempo, Carolina d'Austria era ancor fiorente di
bellezza alla quale cresceva fascino la naturale maest
della persona. Si avanz lasciando cadere il ricco
mantello di bianca pelliccia e agli sguardi ammirati tutta
si offerse la stupenda persona vestita di broccato
trapunto d'oro che lasciava scoperto parte del seno e
delle spalle sulla cui lattea bianchezza spandevan vivide
scintille le gemme di una collana. Su la folta massa dei
capelli incipriati leggermente, sicch ne traspariva
l'aureo colore, fiammeggiava al lume dei ceri la reale
corona, ma vieppi fiammeggiavano gli occhi grandi e
azzurri il cui sguardo superbamente sorridente scorreva
per la folla. Le labbra umide e accese mettevano come
una macchia di sangue nel viso di un ovale perfetto, il
cui naso profilato e dritto, il mento accentuato eran
segno di volont e di tenacit inflessibile.
La folla rimase per un istante in silenzio, come
sopraffatta dal fascino di quella regale bellezza che il
tempo non aveva punto alterato. N le tante sconcie
dicerie che correvano intorno alle sregolatezze di quella
figlia di una imperatrice, n il suo sanguinoso passato,
n i lamenti delle tante vittime che per odio di lei
avevano asceso il patibolo, n le crudelt, n i
tradimenti che le si attribuivano valevano ad attenuare
l'ammirazione che ella destava con la sua prepotente
bellezza. Si sapeva che ella era fra le pi colte, se non la
pi colta donna d'Europa: che parlava e scriveva ben
quattro lingue; che era raffinata nello spirito cui non era
estranea nessuna delle pi astruse discipline; che nei
consigli della Corona aveva portata la sua volont
adamantina la quale era stata costretta a piegare innanzi
alla molle inettitudine dei ministri e del Re; che era stata
lei, col suo fascino a decidere e coi suoi consigli a
sorreggere il cardinale Ruffo nella conquista del Regno;
lei a tener schiavo lord Nelson; lei a depurare della setta
liberalesca le provincie; lei a voler soffocata nel sangue
la Repubblica Partenopea. E a tante immagini di morte,
di eccidii, di rovine fumanti su cui si ergeva
tragicamente superba quella donna, degna di lottar coi
giganti, ma costretta a vivere fra i pigmei, si univano, si
confondevano con uno strano contrasto, con una ben
cruda antitesi, i suoi amanti pi noti. Gualengo, il duca
di Regina, Caramanico, Rameski, Acton, Saint Cler; le
sue amiche, fra le quali quella Lady Hamilton, il cui
nome era tutto un miraggio di lascivie; e le debolezze, i
capricci, le avventure vere o false, le orge di una notte,
gli amori di un istante. Di un tal complesso di ombra e
di luce, di oro e di fango, di maest e di abbiettezza, di
capriccio e di volont ferrea, di epiche imprese e di
intrighi volgari, di arditi progetti a cui poco manc non
assentisse Napoleone e di dimestichezza, come attestano
le sue lettere, coi pi feroci capibanda, era fatta quella
donna, quella Regina, che al par di sua madre che disse:
Io sono il re Maria Teresa, avrebbe potuto dire: Io sono
il re Maria Carolina.
E tutto un tal complesso soggiogava la folla, stupita
altres di quella bellezza giovanile e sfolgorante in una
donna gi sul declivio, che quasi a sfida del destino,
mentre un esercito marciava per scacciarla dal trono,
mentre il marito, i figli, i ministri, i grandi dignitari del
regno vinti dal terrore, eran fuggiti in Sicilia, sola,
imperturbabile si presentava in una notte di piacere alla
folla, nelle vesti regali, con la corona regale, fiera,
imperiosa e pur sorridente come assoluta signora e
sovrana al cui cenno eran cadute tante teste, al cui
corrugar del ciglio aveva tenuta dietro tanta rovina.
E come vinta da tanta audacia, come vinta da tanto
sfolgorar di bellezza, un grido formidabile si elev dalla
folla che gremiva la sala e i palchetti:
Viva Sua Maest la Regina!
Ella rimase dritta, immobile, senza che una piega del
labbro o un lampo dei grandi occhi cerulei tradisse gli
interni moti dell'animo. Era la sovrana che accoglie
l'omaggio dovutole; era l'arbitra della vita e della morte
di tutti quei suoi sudditi che non doveva ad essi neanche
un segno di aggradimento. Solo allorch gli evviva
divennero vieppi insistenti, pieg il capo come
infastidita, e sedette, volgendosi a mezzo verso l'interno
del palco a discorrere con un personaggio dalla sfarzosa
divisa di generale, col petto costellato di decorazioni
che si teneva in piedi, mentre alcuni ufficiali del seguito
si eran ritratti in fondo al palchetto.
La folla a poco a poco cess dagli evviva, pure si
conteneva tenuta in soggezione dalla presenza della
Regina quantunque non ne vedesse che le spalle e il
profilo della testa. Ma un'altra figura attrasse
l'attenzione di coloro che avevan fissi gli occhi nel reale
palchetto: era la stella presso al sole, la stella di una luce
pi mite, pi soave, pi evanescente, che si affisa non
tanto con meraviglia, quanto con affettuosa, rapida
compiacenza: un profilo di giovinetta, bionda anche
essa e bianca, che nella luce dei ceri onde sfolgorava il
palco reale delineavasi come una immagine radiosa.
Nessuno sapeva chi fosse: era la prima volta che anche i
pi assidui ai balli ed ai ricevimenti della Corte
vedevano quella gentile creatura che pareva una santa
discesa dall'altare. Dal modo come la Regina le
rivolgeva la parola chiaro appariva che molto l'amasse:
ora Carolina d'Austria non aveva fatto mai un mistero
delle sue predilezioni, anche di quelle onde tanto si
parlava: chi era dunque la nuova favorita che mentre le
altre tutte allo appressarsi della tempesta eran fuggite
abbandonando la Corte resa famosa pei loro vizi come
per le loro bellezze, appariva di un tratto quale una
nuova stella di una luce s blanda e s dolce? 
Agli evviva ed al rumore che si eran destati all'apparir
della Regina, il giovane mascherato da bandito aveva
lasciato di botto gli altri due compagni ed era entrato
nella sala facendosi largo a forza di gomito. Giunto nel
mezzo si rivolse, per indarno cerc di vedere in viso la
regal donna che continuava a discorrere volta a mezzo
nello interno del palco. Ma mentre lo sguardo di lui
cercava il viso della Regina si incontr in quello di colei
che le sedeva a fianco, un po' discosta.
Ah! esclam il giovane trasalendo, ho le
traveggole al certo, ho le traveggole!
Era rimasto immobile, incurante degli spintoni della
folla, con gli occhi che dardeggiavano attraverso la
maschera e fissi nel palco reale.
Vaneggio forse, vaneggio? mormorava il giovane.
Alma qui, Alma, nel palco della Regina! Non 
possibile, non  possibile! Strana, prodigiosa
rassomiglianza per... Ma bisogna che sappia, bisogna
che vegga, dovessi anche arrischiare la vita...
In questo fu investito da un gruppo di maschere
entrate allora allora come un turbine: colto
all'improvviso non resse all'urto e ne fu travolto. In
quello stesso istante la Regina si era alzata, aveva fredda
ed impassibile guardato per poco la folla, quindi si era
avvolta nel bianco mantello che uno dei personaggi del
seguito teneva spiegato dietro a lei e si era incamminata
verso l'uscio del palchetto per andar via. Quando il
giovane pot liberarsi dalla folla delle maschere e alz il
capo, la Regina era gi uscita: per dietro a lei intravide
per un attimo quella che lo aveva fatto trasalire di
stupore, ma non ne intravide che il profilo e la figura
sottile e l'aureo volume delle chiome senza cipria. Poi il
palco rimase vuoto quantunque continuasse a sfavillare
di luce.
La partenza della Regina fu il segnale del baccano
che scoppi di un tratto. Le prime note di un ballo
vibrarono nel chiasso sempre crescente e si mescevano
agli urli, alle risa, al calpestio delle maschere delle quali
i bizzarri costumi dagli sgargianti colori si fondevano in
una iridescenza che turbinava per la vasta sala al cui
schiamazzo si univa il vocio assordante che veniva dai
palchi, dai corridoi, dalle scale. Forse ben pochi di
quella folla si conoscevano, ma accomunati
dall'ebbrezza, e dal proposito di darsi al piacere si erano
presi per la mano formando cos una catena che riddava
volgendo nelle sue spire anche coloro che avrebbero
avuto intenzione di starsene in disparte. La maschera
toglieva ad ognuno che ne aveva coperto il viso la
personalit che impone riguardi e gravit di modi,
sicch, mentre le note della danza si spandevano
fragorose sferzando al piacere, la folla delirante si
contorceva come ossessionata riddando in una catena
che si scioglieva, si aggrovigliava in una matta
confusione, nella quale le acute grida delle donne si
mescevano agli urli degli uomini.
Alcuni pochi per si erano garentiti dall'esser travolti
tenendosi ben saldi con le spalle alle pareti in fondo alla
sala; fra questi i tre dal costume brigantesco, che con le
braccia conserte parevano del tutto estranei a quel
baccano infernale, e si tenevano impassibili mentre
alcune maschere staccatesi dalla folla cercavano di trarli
a s or con moine, ora con ingiurie.
Parve intanto che uno dei tre fosse stanco perch
staccatosi dalla parete si avvicin a colui che poco anzi gli aveva imposto di restare.
Ma insomma, gli disse, capitano Riccardo, che facciamo? Io non ne posso pi, mi par d'ammattire.
Sapete che la pazienza non  fra le mie virt...
Colui che era stato chiamato capitan Riccardo rispose aspramente:
Se ne ho io della pazienza, puoi averne ancora tu.
L'appuntamento  per questa notte al veglione del S.
Carlo, ma l'ora non ci fu indicata. Se andiamo via, come
raccapezzarci poi, come ritrovarci?
Ma io soffoco con questa maschera al viso, soffoco, borbott l'altro tornando ad appoggiarsi alla parete. 
Se perder la pazienza, ne far una delle mie con
coteste sfacciate male femmine che mi vengono innanzi
per tentare il cane che dorme.
La ridda continuava vieppi sfrenata nel baccano:
delle donnette in abito da pierrots, da postiglione, da
pescivendole pressoch denudate nell'arruffio della folla
si lasciavano rincorrere da alcuni pulcinelli che
emettevano grida selvagge; nei palchetti non era meno
chiassoso il brio quantunque pi composto. Era scoccata
la mezzanotte e alle note della musica, alle grida della
folla, allo scalpicco dei ballerini si univa l'acciottolo
dei piatti, il tintinno degli argenti ch gi nei palchetti
incominciavano a servirsi le cene.
Ma dunque, bel brigante, disse una delle
pescivendole fermandosi innanzi a colui che aveva
risposto al nome di capitan Riccardo, non balli, non
urli, non ti muovi con cotesti tuoi compagni! A chi fai la
posta dunque? Vuoi che io ti sequestri con altre due
amiche e ti imponga il riscatto di una cena?
Non me lo sarei fatto dire due volte, rispose capitan Riccardo, ma, bella mascherina, aspetto qui una persona.
Ah, una donna?
Pu anche essere.
E cotesti tuoi compagni? 
Aspettano con me.
Nulla da fare dunque?
Nulla.
In questo il giovane si intese preso per le due braccia,
si rivolse: due donne mascherate di un ricco domino di
seta e velluto, scarlatto l'uno, azzurro l'altro, si
stringevano a lui: l'azzurro dalla taglia svelta e flessibile
tremava senza profferir parola, l'altro dalla persona
magnifica di plastica bellezza pareva meno spaventato e
gli si rivolse dicendogli:
Se siete giovane, se siete gentiluomo, se avete il
coraggio che si conviene all'abito che portate,
accompagnateci fino alla porta per garentirci da alcuni
ubbriachi che ci perseguitano.
Egli intanto sentiva stretto alla sua persona tremante,
convulsa l'altro domino il cui mascherino di seta
lasciava scoverto il mento di una luminosa bianchezza e
una bocca piccola e rosea come un fiore.
Presto, presto! disse il domino scarlatto attirando il
giovane verso la porta.
Rimase per un istante irrisoluto. Era un tranello che
gli si tendeva, un tranello da veglione per scroccargli
una cena? Ma la voce che aveva parlato con uno
spiccato accento straniero, pur pregando era cos
imperiosa che il giovane non dubit pi oltre che un
pericolo le minacciasse, e che quelle due donne, l'una al
certo assai pi giovane dell'altra, appartenessero alla
nobilt o per lo meno alla ricca borghesia.
Ve ne prego, ve ne prego, signore! mormor il
domino azzurro stringendoglisi vieppi alla persona.
Egli allora si rivolse ai due suoi compagni e disse:
Aspettatemi; se intanto viene colui che sapete,
aspetti anche esso.
Capperi! borbott l'uomo mascherato che aveva
risposto al nome di Magaro, il capitano se le porta via
a due a due...
O meglio, si lascia portar via...
E noi che ci facciamo qui?
Aspettiamo finch verr il messo, poi una di quelle
pescivendole mi ha stuzzicato un po' troppo. Non
piacerebbe anche a te di fare un po' di carnevale?
A me piacerebbe d'essere sui i nostri monti, con un
buon fiasco di vino innanzi, e una bella ragazza di
Gimigliano sulle ginocchia.
Le femmine di Gimigliano, paesello della provincia
di Catanzaro godevano anche allora fama di essere le
pi belle e insieme le pi facili delle Calabrie.
Capitan Riccardo alla voce del domino azzurro che
pregava con accento cos sommesso e cos tremante, si
era scosso come se non per la prima volta sentisse
quella voce, quasi l'eco lontano di una voce ben nota.
Eran dunque queste le donne che aspettavi? grid
la pescivendola facendosi innanzi. Capperi, mamma e
figlia! Non hai molti scrupoli tu, da vero brigante!
Il domino che pel primo aveva rivolto la parola a
capitan Riccardo si ferm ed ebbe negli occhi un lampo
di ira terribile che scocc come un baleno dai fori dalla
maschera.
Ah, ah! url ridendo la pescivendola, pare che la
mamma non voglia che si scherzi sul vero. Te la
raccomando, bel brigante, serbale le bricciole,
poveretta!
Intanto erano giunti presso la porta. Il domino
scarlatto che pareva pi avanzato negli anni dell'altro si
ferm, sicch capitan Riccardo ebbe l'agio di osservarlo.
Dai lembi del cappuccio sbucavano fuori alcune ciocche
bionde che serbavano tracce di polvere di Cipro: il
mento e met delle guance non coperte dalla maschera
erano di una scultoria purezza, quantunque il mento
fosse fortemente pronunziato. Se non era giovane molto,
doveva essere assai bella quella donna di cui sentiva le
forme magnifiche aderenti talvolta alla persona, di cui
vedeva gli occhi limpidi e azzurri che avevano per una
certa superba espressione di durezza.
Il pericolo  l, nel peristilio, ove essi ci attendono,
dopo aver perduto le nostre tracce.
Essi? Chi? disse lui che incominciava ad esser
punto non solo dalla curiosit, ma da un certo
interessamento.
Eravamo in un palco, per goder dello spettacolo che
la mia compagna non ha mai visto, quando alcuni
signori, al certo ubbriachi, han forzato l'uscio. Fra essi ci
era anche un marinaio, in divisa da ufficiale.
In divisa? chiese lui.
In divisa: si son precipitati su noi perch quel
marinaio aveva scommesso d'aver riconosciuto in me...
non so quale signora di sua conoscenza.
E come siete sfuggite?
Quei signori erano male in gambe: ne rovesciai due
con una spinta, e trascinando la mia compagna fui
sull'uscio. Presero ad inseguirci pei corridoi, finch tra
la folla ci perdettero di vista e noi potemmo rifugiarci
nelle sale ove non hanno osato di seguirci, ma ci
aspettano al certo nel peristilio.
Ma pu anche darsi che siano andati via...
No, no: quel marinaio, quantunque ubbriaco, aveva
scommesso e quando un marinaio scommette... Eppoi
aveva un altra motivo forse...
Ma perch proprio a me avete chiesto aiuto?
Voi vestite un abito che indica un valoroso... Eran
vestiti cos coloro che riconquistarono il regno al re
legittimo, rispose l'incognita alzando gli occhi per
scrutare quelli del giovane. Ma se mi sono ingannata,
se avete paura...
Paura io? esclam il giovane scoppiando in una
risata come se avesse inteso la cosa pi strana del
mondo.Sappiate, signora che quesito per me non  un
abito di maschera,  l'abito che vesto ordinariamente, e
che io fui con coloro che, come voi dite, riconquistarono
il regno al re legittimo.
Siete calabrese dunque?
Ho questo vanto...
E come vi chiamate?
Mi chiamo capitan Riccardo.
E niente altro?
E niente altro. rispose il giovane, il cui accento
fino allora tranquillo ebbe una inflessione di amarezza.
L'altro domino che in quel mentre si era tenuto in
silenzio pur guardandosi intorno come se temesse di
veder da un istante all'altro sopraggiungere coloro dai
quali era sfuggito, fece un atto di maraviglia e si
distacc dal giovane a cui fin allora si era tenuto stretto.
Pare dunque che aspettavate delle donne! rispose
il domino che fin allora aveva parlato. La vostra
amante al certo...
No, disse il giovane. non aspettavo un donna.
Son giunto ieri con alcuni compagni... Insomma,
signora, ditemi fin dove dovr accompagnarvi ch io
non posso di molto allontanarmi da questa sala.
Ah! fece il domino con un grido, capisco ora,
capisco. Voi aspettate un messo, un messo che vi dir in
qual luogo e in quale ora vi si aspetta coi vostri antichi
compagni.
Che ne sapete voi, che ne sapete voi? esclam il
giovane trabalzando. E si chin per guardar negli occhi
l'incognita che chin il capo soffocando uno scoppio di riso.
Andiamo, andiamo, mi son ben diretta, non ho nulla
a temere con voi. Non foste voi a dar pel primo la
scalata al forte di Vigliena difeso da centocinquanta dei
vostri compaesani, bravi al par di voi, ma che avevano
la testa sconvolta dalle infamie rivoluzionarie. Eravate
sergente allora di una delle bande pi valorose del... del
Cardinale, e foste fatto ufficiale.
Si, s,  vero, ma mi conoscete dunque, mi
conoscete? grid il giovane sbalordito.
Guadagnaste il grado di sergente all'assalto di
Cotrone, ove foste ferito nel petto, continu l'incognita.
? Ma ditemi chi siete, ditemi che siete! ? grid il
giovane.
Il grido fu inteso da alcune maschere che si rivolsero:
Oh, lo sciocco, oh lo scioccone! esclamarono con
uno scroscio di riso  una femmina che ti vuole
scroccare una cena per s e per la compagna... Ah, ah, il
cafone!
E prendendosi per la mano si diedero a riddare
intorno al calabrese e ai due domino.
Usciamo, usciamo! mormor il domino che fin
allora si era tenuto in silenzio stringendosi al calabrese
da cui si era un po' scostato.
Bel pezzo di femmina, il domino scarlatto, come
piacciono a me! disse un postiglione che facendosi
largo, arrotond il braccio e chinandosi verso il domino
scarlatto. Venite meco, mascherina: prendete il mio
braccio e giuro sulla bellezza delle vostre spalle che ce
la godremo...
A me piacciono le cosettine gentili, disse un turco, 
gli occhi di stella nuotanti nel languore del tramonto,
come scrisse un poeta.
E aveva gi infilato il braccio in quello del domino
azzurro che pi dell'altro pareva spaventato e convulso.
In questo il Calabrese che fin allora si era contenuto
cercando di trarre fuori le due sconosciute, si liber da
esse e slargando con forza le braccia fece andare
ruzzoloni il turco ed il pulcinella. Poi strappandosi e
gittando via la maschera si fece innanzi alla folla e
grid:
Ed ora che mi vedete qual sono in viso, se non ci
lasciate libero il passo vi spezzo il cuore come  vero
Dio!
Era un bello e fiero viso dall'ampia fronte, dagli occhi
neri e lucenti, dai baffi neri e folti, un bello e fiero viso
di soldato con un'impronta di audacia che fece dare un
passo indietro alla folla, la quale comprese che il
giovane diceva sul serio.
Andiamo, signore, andiamo, ch questa canaglia
non oser pi di infastidirvi.
E prendendo col braccio le due donne si diresse verso
la porta che varc senza che nessuno gli contrastasse il
passo. Ma la folla appena egli disparve coi due uomini
si diede ad urlare, mentre il turco ed il pulcinella erano
trattenuti dagli amici.
Ed ora permettere che rientri disse il giovane
appena furono in istrada.
Questa volta fu il domino azzurro che si era tenuto
silenzioso quantunque apparisse pi dell'altro
preoccupato e tremante che gli si strinse al braccio
dicendo con voce soffocata:
Eccoli, eccoli, li riconosco, son quelli che entrarono
nel palco... riconosco il marinaio!
Invero in fondo al portico, al riverbero della luce di
una delle porte un gruppo di uomini discorreva sotto
voce.
A tali parole capitan Riccardo trasal: quella voce non
gli era nuova, suscitava in lui certi antichi ricordi della
prima giovinezza, che non aveva punto obbliati ad onta
della avventurosa sua vita.
Oh! disse arrestandosi a contemplare l'incognita
che chin il viso stringendo con una manina piccioletta
nel guanto che la copriva i lembi del cappuccio.
Non ci lasciate ora, non ci lasciate! mormor
l'altro domino, essi ci han visto... Si avanzano verso di
noi...
Rientriamo, rientriamo, fece la compagna.
No, no, sarebbe peggio...
Poi voltasi al giovane:
Se vi sta a cuore il vostro avvenire, continuate a
difenderci... Afferrate pel ciuffo la fortuna... occorre
assai meno di coraggio di quel che non mostraste
all'assalto del forte di Vigliata.
S, s, ma, ve l'ho detto, aspetto un messo: appunto
perch ho bisogno che la fortuna finalmente mi sorrida 
necessario che il messo mi trovi ove ha detto che
sarebbe venuto.
Quanti anni avete? chiese di un tratto l'incognita.
Ventisette, ventotto anni, non so bene. Ma... che
importa a voi?
Siete dunque nel fiore della giovinezza, siete
soldato, un bel soldato, avete un cuore da leone e... e
non vi commovete alle preghiere di due donne in
pericolo che forse sono anche giovani e belle?
Non ebbe tempo di rispondere, il gruppo si era
mosso, ma pareva ancora incerto: il giovane si sent
trascinato dal domino il quale gli aveva volto quel
rimprovero e che aveva preso la via della piazza
rasentando il muro, quindi aveva voltato verso l'angolo
del palazzo reale.
Usate prudenza, mormor il domino, fra pochi
istanti saremo al sicuro e potrete tornare nelle sale.
Oh, sentite, disse il giovane, poich mi ci avete
messo in questo ballo, ci resto. Se per mettervi al sicuro
vi fa bisogno di poche istanti, andate andate, ed io vi
giuro che dovessi anche farmi uccidere saprei impedire
a chicchesia di seguirvi.
Ne ero certa, ecco che vi rivelate qual siete, ed io...
Ma non pot proseguire: il gruppo che si era avanzato
finallora silenzioso, di un tratto si avvent su loro
gridando:
Non ci sfuggirai, adesso, non ci sfuggirai. Ti
abbiamo riconosciuta, vile, fedifraga, adultera!  il
sangue delle tue vittime che ha dato il colore al tuo
domino.
Con un rapido atto, capitan Riccardo spinse dietro a
s le due donne in modo da ricoprirle tutte col corpo e
traendo il largo e lungo pugnale che portava alla cintola
per completare il costume, si rivolse al gruppo mentre
indietreggiava per giungere in un angolo ove aveva
visto una porticina che poteva garentirgli le spalle.
Piano, piano, disse rivolgendosi al gruppo che era
sostato vedendo balenare l'arma nel pugno del giovane.
Che diavolo contate? Queste qui son due ragazze che
ho incontrate questa notte al veglione.
Seguitemi, seguitemi, mormorava intanto dietro a
lui il domino scarlatto, giunte alla porticina siamo
salve.
Se  cos, fece il marinaio che pareva il pi
risoluto degli altri quattro, ignorate chi siano coteste
due femmine! Vogliamo vederle, e perci vi
consigliamo di andar via, di lasciar che noi facciamo i
nostri conti con una di esse.
Questo poi no, cari signori, rispose il giovane che
si manteneva calmo e freddo, questo poi no. Del resto
vi perdono perch se, come dite, conoscete una di
queste mie amiche, non conoscete me. Io sono il capitan
Riccardo, ai vostri servigi.
Un capitano! disse una voce. Ma  indegno di
un soldato d'onore difendere cotesta baldracca.
Prudenza, prudenza! mormorava l'incognita dietro
al giovane che nello indietreggiare rasente il muro era
guidato dalla mano di lei, altri dieci passi e siamo
giunte.
Ecco qui, disse il giovane nel cui accento gi
incominciava a fremere l'ira, la mia amica mi
raccomanda la prudenza e vedete bene, cari signori, che
son prudente ed anche gentile. Io poi non sono un
capitano dell'esercito: mi rimase un tal titolo da che feci
parte delle bande del Cardinale.
Un sanfedista! urlarono quei cinque, dovevamo
comprenderlo. Uno di quei briganti, di quei ladri, di
quegli assassini...
Non avevano finito di dire che il giovane dando un
balzo si slanci sul gruppo:
Ah, per Ges Cristo, ora poi mi avete seccato,
bisogna che ve la dia una buona lezione.
La zuffa si accese muta e feroce: gi due del gruppo
che il giovane aveva colpito al capo con l'elsa del
pugnale erano caduti; gli altri tre avevan tratti gli
stocchi e si stringevano intorno al giovane che si teneva
dritto parando i colpi e cercando di avvicinarsi sempre
pi al muro per garentirsi le spalle, ma pur parando
colpiva, bench si sentisse ferito in pi parti.
Tenete fermo, tenete fermo! mormorava
l'incognita che era salita sul gradino di una porta
cercando di aprirla. Poco altro ancora...
Il giovane lottava con calma senza dir parola mentre i
suoi avversari imprecavano cercando di colpirlo al
petto, stupiti della difesa che il pugnale opponeva ai loro
lunghi stocchi. Pi acceso di tutti era il marinaio che
aveva gi toccato una ferita alla gola.
A questo ballo s che so ballare! diceva intanto
capitan Riccardo il cui accento si manteneva calmo ed
ironico. Ma non vi sta bene lo stocco nelle mani...
La porta intanto si era aperta le due donne vi erano
entrate e si tenevano sull'uscio.
Venite, venite, diceva il domino dall'accento
straniero, avete fatto abbastanza... Dio ve ne rimuneri!
Salvatevi, ve ne scongiuro! disse l'altro che si era
tolta la maschera.
Il giovane si rivolse e diede un grido. Nella penombra
gli era parso di riconoscere un volto, il volto bianco e
soavissimo di una fanciulla, a cui era caduto il
cappuccio e le disciolte chiome bionde le facevano
come un aurea criniera. Ma era stato un lampo: quella
figura si era ritratta nel buio della porta ed egli pi non
vide che un'ombra.
Alma, mormor sussultando. Alma!  il buon
Dio che mi manda tale celeste visione.
E conte se avesse attinto maggior forza, se non
maggior coraggio, poich oramai le due donne erano al
sicuro, si scagli e trovando innanzi a s il marinaio
vibrogli un colpo.
Ve lo avevo detto che non vi sta bene in mano lo
stocco, disse vedendolo cadere.
Vediamo allora se mi sta bene un'altra arma, url
uno dei due rimasto in piedi e che si era tenuto discosto
dalla mischia.
Rimbomb un colpo di pistola: il giovane si sent
ferito al petto, pure con uno sforzo sovrumano si resse
in piedi.
Ah, vile, vile! grid.
Ed era gi per dare un balzo quando si sent venire
meno e sdrucciolando cadde dando col capo sul gradino
della porta che le due donne avevano test aperto.
Fuggiamo, fuggiamo! disse uno dei due rimasti
incolumi. Accorrer della gente e non  prudenza farsi
cogliere...
Io vorrei assicurarmi se quel diavolo incarnato sia
morto...
Morto, arcimorto, te l'assicuro.
E intanto lei ci  sfuggita.
Ma... eri proprio sicuro che fosse lei?
Il povero Ercole l'aveva vista in viso in un
momento in cui le si era rimossa la maschera...
Povero Ercole, aveva giurato sulla sacra memoria
del suo ammiraglio Caracciolo di uccidere quell'infame
e questa notte pareva proprio destinata a tale giusta
vendetta. Assicuriamoci almeno se Ercole e se gli altri
abbiano bisogno di soccorso.
Fuggiamo, fuggiamo: quantunque il rumore che
abbiamo fatto non sia stato avvertito nel chiasso del
veglione, temo che il colpo di pistola richiami qui della
gente. Certo... son corsi ad avvertire le guardie nel
teatro...  meglio battersela...
E i due presero il largo, lasciando distesi sul lastrico i
loro amici e il Calabrese in un lago di sangue col capo al
gradino della porta.
Lo spiazzo rimase deserto; si udiva il chiasso della
folla e le note vivaci dell'orchestra, pure nessun dubbio
che il colpo di pistola fosse stato inteso, con le voci e il
rumore della mischia, quantunque di breve durata; ma
chi avrebbe osato di avventurarsi al buio in un'epoca in
cui si era avvezzi alle scene di sangue e la notte si
assassinava e si derubava impunemente anche nelle
principali vie della citt. Gi i caduti, riavutisi alquanto,
gemevano pel dolore delle ferite, ma lo spiazzo
continuava ad esser deserto, mentre vibravano per l'aria
tenebrosa le note musicali che si elevavano sul confuso
vocio della folla data al piacere.
Capitan Riccardo nel rinvenire tent di alzarsi, ma
comprese che mal si sarebbe tenuto in gambe. Perdeva
sangue da pi ferite, per solo quella del petto gli
pareva gravissima e per la quale era necessario un
pronto soccorso. Pure sol per un istante il pensiero
fermossi a considerane il suo stato e l'imbroglio in cui lo
aveva messo quell'avventura, che ai suoi occhi, velati
dallo sfinimento, si presentava l'immagine intravista
nella penombra fra la porta socchiusa innanzi alla quale
era caduto.
Era lei, proprio lei, Alma.
Quella voce che l'aveva fatto trasalire era la sua? La
personcina che vagamente si delineava nelle larghe
pieghe del domino di seta era proprio quella di colei da
tanti anni nei suoi sogni che a lui pareva di contemplar
da lontano, cos lontano come una di quelle nuvole
bianche che nei rosati tramonti van pel cielo e si
dissolvono appena scende la notte. Ma era possibile, era
possibile? Lei, la gemma pi pura e pi fulgida di una
superba casa ducale custodita con cura gelosa come se
anche il raggio del sole potesse affuscarne il limpido
splendore; lei in un veglione tra la folla sfrenata, in una
notte di piacere, nell'arruffio di un ballo in cui la folla
di un'ora faceva lecito ogni rilasciatezza; lei che aveva
sol visto intorno a s i vassalli in ginocchio i quali non
osavano neanche baciarle il lembo della veste? Lei, cos
lontana, nel suo castello sui monti, in mezzo a un bosco;
lei il cui nome di fanciulla egli mormorava sottovoce,
tanto a lui pareva irreverente il non farlo precedere dal
pomposo titolo che gli avi di quella nivea creatura
avevano portato dalla Spagna?
No, no, non era possibile: era stata una allucinazione
la sua, dovuta forse al supremo pericolo a cui si era
esposto: il suo cuore l'aveva invocata come aveva fatto
tante volte nella mischia, e ai suoi occhi era parso di
vederla come tante altre volte l'avevano vista
nell'affrontare la morte. Questa volta per la visione era
stata pi sensibile, pi evidente da confondersi con la
realt. Ma la realt vera era lui ferito, lui che aveva
bisogno di un pronto soccorso, lui senza amici, senza
conoscenti in quell'immensa citt, che non sapeva
neanche come dar notizia di s ai compagni che l'avevan
seguito dal fondo della Calabria e che stanchi di
aspettarlo nel teatro e nel luogo che aveva loro indicato
sarebbero andati via!
Ed il messo al quale doveva affidarsi, il messo dal
quale sperava un po' di fortuna. Certo aveva trovato i
due compagni; ma come, come fargli sapere che lui era
l ferito, a pochi passi dal teatro, che lui aveva bisogno
di soccorso.
Chi pensa a venir qui? mormor guardandosi
intorno. Senti che chiasso, senti che musica! Ma
perch mi lasciai indurre da quelle due donne. Ben mi
sta adesso, ben mi sta! Pare che i miei avversari non
stiano meglio di me: gemono come tortore ferite. Via,
non facciamo imprudenze, che questa volta ne ha fatto
gi tante. Se mi veggono vivo, chi sa non mi vengano
addosso tutte e tre per finirmi! Ho perduto anche il
pugnale... dove diavolo  caduto? L'avventura  curiosa,
come piacciono a me, pur rimettendoci l'unica mia
speranza! Ma chi era quella donna contro la quale
scagliavano tante ingiurie! In cinque contro una donna,
vigliacchi! Ma l'altra, l'altra?...
Stette un istante pensoso:
Si vede che invecchio: ne ho sparso tanto del
sangue altravolta, eppure non ho avuto mai le
traveggole! Come credere che lei, a quest'ora dormente
nel suo palazzo custodito da cinquanta armigeri, si fosse
esposta mascherata in un ballo pubblico... Che vuol dir
questo?...grid sorpreso.
Aveva visto aprirsi la porticina ed uscirne due uomini
vestiti di nero, uno dei quali dopo essersi guardato
intorno si avvicin a lui, chinossi e sommessamente gli
chiese:
Siete voi il capitano Riccardo?
S sono io. rispose il giovane. Se siete venuti per
soccorrermi, davvero fate cosa opportuna perch mi
sento venir meno... Credo non mi sia rimasta neanche
una goccia di sangue nelle vene.
La voce gli si affiochiva sempreppi, tent di alzarsi,
ma ricadde pesantemente.
Meglio cos. disse uno dei due uomini. 
svenuto, ma a giudicare del sangue sparso deve aver
l'anima bene avviticchiata al corpo.
Silenzio. fece l'altro.
Si chinarono entrambi, presero fra le braccia il
giovane e sollevandolo entrarono nella porticina che
rinchiusero.
Gli altri feriti gemevano sommessi. Il veglione
continuava a rumoreggiare sordamente e le note allegre
e vivaci dell'orchestra vibravano per l'aria tenebrosa.
...
.
...
CAPITOLO 2.
...
.
...
In quell'istessa notte, in una sala ampia e bassa,
rischiarata dalle torce infisse nei candelieri di argento i
quali si ergevano innanzi ad alcune specchiere fra i
broccati che tappezzavano le pareti, erano entrati
silenziosi e guardinghi degli uomini intabarrati,
introdotti da un vecchietto vestito di una zimarra che gli
dava l'aria di un ecclesiastico. Pareva che i convenuti
fossero sorpresi e insieme intimiditi dalla severit e
dalla ricchezza della sala, perch, seduti sulle ampie
poltrone disposte in triplice fila nel centro di essa,
guardavano intorno, guardavano in alto come per darsi
conto del luogo ove fossero, e si sbirciavano per
riconoscersi, ben comprendendo di essere ivi convenuti
per un proposito comune.
Chiaro per appariva che si sentivano a disagio fra
quei broccati, quei ceri, quegli argenti sicch si
tenevano silenziosi tossendo di tanto in tanto per darsi
un contegno, e voltandosi curiosi allo scalpiccio di un
nuovo introdotto, cui l'uomo dalla zimarra additava
senza far motto una delle poltrone e poscia tornava
sull'uscio della sala ad attendere gli altri. Ma faceva
caldo col dentro onde i tabarri si aprivano scovrendo
giacche di grosso panno coi grandi bottoni di argento e
le verdi risvolte, i larghi colletti bianchi ripiegati sulle
giacche, i panciotti rossi o verdi con le tasche alla
cacciatora, e le else dei pugnali e delle pistole che
uscivan fuori dalla larga cinta di cuoio.
Ma gi alcuni dei convenuti avevan finito col riconoscerci.
To, sei tu, Parafante?
Sei tu, Benincasa?
E come diavolo ti trovi qui, Francatrippa?
Ci sei tu pure, Panedigrano.
Ma insomma, sai tu perch siamo qui? Di che si
tratta?
E tu come ci sei?
Me ne stavo tranquillo s, ma un po' seccato nel mio
paesello, vivacchiando alla meglio, gi credendomi
dimenticato, perch, sai bene, quando il diavolo vuol
l'anima ti accarezza, quando poi gliel'hai data finge di
non averti mai conosciuto.
Ma hai tu un'anima da dare al diavolo?
Cos non fosse, mio caro, non avrei certe volte delle
paure, s, proprio delle paure, caso mai davvero ci sia
l'Inferno, perch ne facemmo delle grosse sotto quel
diavolo di Cardinale. Ti ricordi a Cotrone? Ti ricordi ad
Andria? Ti ricordi il giorno in cui entrammo qui? Era il
13 Giugno, il giorno di Sant'Antonio. Allorch chiudo
gli occhi, nella notte specialmente, al buio, veggo le
donne, veggo i fanciulli sgozzati, sento il crepitio delle
fiamme nelle quali avevamo gittati ancor vivi tanti
poveri disgraziati, e poi sangue, sangue, sangue in cui
nuotavano i cadaveri di coloro che avevano difeso le
loro case, le loro donne, e veggo il Cardinale con le
vesti rosse che parevan tinte di quel sangue, alzar la
croce e benedirci mentre noi continuavamo nella
carneficina...
E dunque? se il Cardinale ci benediva vuol dire che
ci aveva assolto. Io non ne ho di coteste minchionerie
per la testa. Non hai altro da pensare? Di' piuttosto che
poi fummo dimenticati da coloro a cui riconquistammo
il regno...
Zitto, non dir queste cose... Chi sa non ci abbiano
teso un tranello!...
A quale scopo?
Ma... per toglierci di mezzo. Sappiamo troppe cose
noi...
E perch sei venuto?
Incominciavo ad annoiarmi... Cercai di mettermi ad
un lavoro, tanto per distrarmi, ma... io non son buono
che a menar le mani... Eppoi vedevo di giorno in giorno
ammancare quel gruzzoletto, poca cosa, che avevo
serbato per la vecchiaia, e... ero sul punto di mettere
insieme un po' di gente, vecchi amici, che avesse voluto
fare in piccolo quel che avevano fatto in grande,
allorch...
Allorch un signore che aveva l'aria di un pezzo
grosso, venne a dirti che ti si voleva in Napoli!
Proprio cos...
Ti diede cinquanta ducati per le spese del viaggio e
l'incarico di raccogliere gli antichi sotto capi della tua
banda disposti a seguirti...
To! e come lo sai?
Perch quel signore, quel pezzo grosso venne anche
da me, che mi annoiavo come tu ti annoiavi, che al par
di te vedevo venir meno il gruzzoletto e al par di te
avevo in animo di rimettermi negli affari per conto mio...
Contro il re e la regina che avevamo rimesso sul trono?
Anche contro il santissimo diavolo.
Mentre avveniva questo dialogo sottovoce tra i due
vecchi amici che il caso aveva fatto sedere l'un vicino
all'altro, la sala si era andata a poco a poco riempendo di
gente che si era fermata esitante, e in sulle prime non
aveva osato di sedere sulle ampie e soffici poltrone, e
che si guardava intorno non meno maravigliata di coloro
i quali l'avevano preceduta nel trovarsi in quella sala
sfarzosa.
Saran d'argento quei candelieri? chiedeva un
individuo barbuto dalla truce fisonomia che vestiva
all'uso dei ricchi contadini di Terra di Lavoro.
Di che vuoi che siano? rispose il vicino, un
vecchietto ancor rubizzo la cui faccia rugosa era
attraversata dalla larga margina di una ferita.
Capperi! in tal caso valgono quanto quelli della
chiesa di Altamura; io potei averne un solo che ridussi
in pezzi e vendei per trenta ducati, ma mi cost due
cariche di polvere e due palle di piombo.
Non molto per...
Gi; capirai, eravamo in venti; quando non ci
furono pi repubblicani da scannare, ci scannavamo fra
di noi... eravamo in venti a dare il sacco a quella chiesa.
Io veramente le chiese le ho sempre rispettate...
Ma quella l era scomunicata perch i repubblicani
vi si erano chiusi dentro, perci... Eppoi era con noi il
cappellano che ebbe anche lui la sua parte. Ah, quello l
con la pistola in una mano e il crocifisso nell'altra ne
valeva quattro di noi. Bisognava vederlo! Bei tempi,
non  vero?
Torneranno! disse l'altro con voce sicura, da uomo
che la sa lunga.
Come? Torneranno? Ne sei sicuro? grid il
barbuto che ebbe come un lampo di gioia negli occhi.
Zitto!... Sai tu dove siamo?
Non lo so, ma vorrei saperlo. Quei candelieri
valgono per lo meno cento ducati ciascuno.
Siamo in una sala del palazzo reale! disse il
vecchietto con voce sommessa e chinandosi all'orecchio
del vicino.
Tu che madonna dici?
Mi hanno fatto entrare per una porticina
dell'Arsenale, mi hanno fatto scendere e salire, ma io
non mi son punto lasciato fuorviare. Ti dico che siamo
in una sala del palazzo reale, di quelle a pianterreno, che
danno sul mare. Senti come romba!
 vero. Ma... che vogliono da noi?
Sta zitto: lo saprai presto.
Per stanchi di aspettare, tutti quegli uomini ivi
convenuti da prima avevano bisbigliato coi vicini, poi
man mano il vocio era andato divenendo pi forte. Vinta
la suggezione del luogo, familiarizzati con l'ambiente,
alcuni si erano alzati e avendo riconosciuti dei vecchi
amici qua e l per la sala, discorrevano a voce alta
evocando ricordi come gente che da gran tempo si fosse
perduta di vista.
E di capitan Riccardo, che ne  di capitan Riccardo? chiese colui che aveva risposto al nome di Parafante volgendosi ad un uomo gi maturo negli anni seduto in fondo alla sala.
Non so, rispose l'interrogato, da gran tempo non ne ho pi nuove!
 qui a Napoli e avrebbe dovuto esser con noi, rispose una voce.
I due si rivolsero a quella voce.
To, Pietro il Toro! esclamarono. Ci sei anche tu?
Come vedete: ci sono io, ci  il Magaro, ci  il
Ghiro, ve li ricordate? Io vi ho riconosciuto subito. In
verit credevo che non ci saremmo incontrati mai pi.
Son sei anni che non ci vediamo.
Ma dunque perch capitan Riccardo non  con noi?
Che volete vi dica. Eravamo nel teatro con lui...
anzi io ne feci una delle mie... sapete, quando mi va la
mosca al naso!... Poi andai via perch il capitano cos
volle e... lo dico senza vergognarmene... quel ragazzo l
fa di me ci che vuole. Stanco d'aspettarlo fuori tornai
in teatro... anzi non volevano farmi entrare, ma io entrai
lo stesso... e seppi dal Magaro e dal Ghiro che era uscito
con due donne. Poi venne un tale e ci condusse qui ove
speravo di trovarlo... Ma... tira pi un capello di donna
che una corda di barca...
Strano contrasto tra quella gente in abito
contadinesco, i cui volti fieri, alcuni truci, mostruosi in
parecchi per larghe cicatrici, e quella sala tappezzata di
broccato con le ampie terse specchiere che riflettevano
la luce dei candelabri di argento! Ma vieppi acuiva la
curiosit dei convenuti il vedere dinanzi alle poltrone
nelle quali essi sedevano, per discoste per circa un
terzo dalla sala, tre poltrone dorate, una delle quali,
quella di mezzo sovrastante alle altre, era sormontata
dalla corona reale. Sentivano che in quella notte
qualcosa di strano sarebbe accaduto; vagamente
intuivano che si aveva bisogno di loro, che erano stati
convocati per uno scopo supremo; quantunque non
fosse giunta fino ad essi la notizia che un esercito
francese si avanzava per deporre dal trono la monarchia
borbonica, pure sentivano esserci per l'aria qualcosa di
assai grave; ma non osavano aprir l'anima alla speranza
che tornassero i lieti tempi in cui impunemente, anzi
ricevendone lodi e compensi, avevano potuto
abbandonarsi a tutte le loro perverse passioni.  vero
per che alcuni di essi eran nati per la lotta; caratteri
irrequieti, indoli proclivi alla violenza vaghe di imprese
guerresche, generosi e pietosi dopo le stragi, ma nelle
stragi feroci ed implacabili. Di cotesti uomini si era
servito il Cardinale per schiacciare la Repubblica
Partenopea, di cotesti uomini che sarebbero stati dei
gloriosi capitani se in alte imprese avessero rivolto il
loro coraggio e se avessero combattuto per un ideale
nobile e puro.
Pochi di essi avevano avuto un adeguato compenso ai
loro servigi: i Borboni, ingrati come tutti i re o meglio
come tutti i beneficati, avevan posto in obblio quel che
dovevano a quegli uomini, i quali per altro si tenevan
paghi di tale obblio che involveva anche i loro delitti
comuni e le nefandezze commesse per vendetta, per
cupidigia o per malvagit di animo. Tornarono essi nei
loro paeselli a godersi quella parte del bottino che era
loro toccata; ma usati alla vita avventurosa ed alle
emozioni violente, mal sopportavano lo starsene in ozio
nella quiete sonnolenta di un solitario villaggio, e con
occhi accesi di desiderio guatavan la vecchia carabina
appesa al muro e l'arrugginito coltellaccio che forse
serbava ancora le macchie del sangue rappreso. E quindi
accolsero con esultanza l'invito di recarsi a Napoli, pur
non sapendo che si volesse da loro, ma ciascuno aveva
ricevuto del danaro per le spese del viaggio, ben lungo e
disagevole; e la raccomandazione di recarvisi armati
aveva fatto concepire la lieta speranza di un ritorno alla
vita di un tempo. Il mistero dello invito, del luogo in cui
dovevano raccogliersi, del nome di colui che a s li
aveva chiamati, il quale esser doveva ben ricco e
potente se aveva potuto disporre di tanto danaro per
pagare ad essi il viaggio teneva in fermento quelle
accensibili fantasie, onde l'impazienza era al colmo,
perch gi da parecchie ore aspettavano e la notte al
certo era trascorsa di pi di due terzi.
Il vocio cresceva sempreppi; gi alcuni avevano
espresso il proposito di andarsene, ma nessuno
rispondeva alla loro protesta come se coloro che li
avevano introdotti col dentro li avessero del tutto
dimenticati; neanche quell'uomo in veste ecclesiastica, il
quale aveva a ciascuno indicato il posto da occupare, era
ricomparso.
Almeno ci avessero dato da mangiare e da bere! disse il Ghiro voltosi a Pietro il Toro.
Io vorrei sapere, rispose questo che durante tutta la
notte aveva rivolto impaziente gli occhi alla porta dove sia capitan Riccardo.
Star al certo meglio di noi, rispose il Magaro.
Quelle due donnette a giudicare da ci che appariva,
dovevano essere bellocce, per tutti i gusti, l'una con una
paio di spalle...
Via via, non  uomo da dimenticare i suoi amici che
si trovano qui solo per lui, da dimenticarli in grazia
delle leziosaggini di due smorfiose. Non son tranquillo,
no, non sono tranquillo! Se sapessi le vie, me ne andrei
per rintracciarlo; ma chi ci si raccapezza. Se non ne
avr notizia neanche dimani, metter sossopra la citt,
dovessi presentarmi al re ed alla regina.
Va l, va l, che a quest'ora se la gode, mentre noi
siamo qui come tanti imbecilli.
Io me ne vado, non ne posso pi...
Ti impediranno d'uscire.
A chi? A me? Vorrei veder questo! Da gran tempo
sento il bisogno di sgranchirmi un po' le braccia.
Io ti seguo se vai via. Ci tratta con troppa
disinvoltura cotesto signore che ci ha invitato.
Dev'essere un burlone... Glie la dar io la burla...
Ma che burla! Per una burla avrebbe speso tanti
danari?
Amici, disse una voce che pareva usa al comando.
Voglio comunicarvi un mio sospetto: ascoltatemi
perch forse si tratta della vita di tutti.
Ognuno tacque e si rivolse a colui che aveva parlato,
il quale si era drizzato in piedi; e poi per sovrastare a
tutta quella folla era salito sulla poltrona.
S, s, parli Parafante, parli Parafante!... si grid a
coro.
Il famoso capobanda aveva nello aspetto ci che
occorre per dominar una folla come quella alla quale
non ne erano ignote le gesta. I suoi occhi profondi
nell'orbita e coperti da folte ciglia scintillavano come
carbonchi: la barba incolta e le folte fedine gli
coprivano met del volto: in tutta la membruta persona
ci era qualcosa di rude, che imponeva a quella gente la
quale non stimava e non ammirava che la forza fisica ed
il coraggio irriflessivo.
Ecco qui, amici miei, io mi vo persuadendo che ci
abbiano teso un tranello.
Chi, chi ci ha teso un tranello? urlarono alcune
voci.
Chi? La polizia.
Un fremito corse per gli astanti che si guardarono in
volto impallidendo.
Perch nasconderlo, amici miei? continu
Parafante. Ognuno di noi ha sulla coscienza diversi
peccatuzzi: inezie, non dico di no, qualche schioppettata
ad un nemico, una donnetta schifiltosa portata via al
marito, qualche catapecchia a cui in una notte d'inverno
si pose fuoco per scaldarci le mani; un po' di roba,
qualche miserabile pugno di monete preso qua e l pei
nostri bisogni pi urgenti... Inezie, ripeto, ciocch non
tolse che si ricorresse a noi allorquando la nostra santa
religione e il nostro venerato monarca vollero abbattere
i loro nemici. Ora per, non si ha pi bisogno di noi, e
perch non si dica che si chiude un occhio su i nostri
peccati, ci han raccolti qui o per fucilarci o per mandarci
in galera.
Ah, per Ges Cristo! gridarono alcune voci. S,
s, deve esser proprio cos!
Se  cos... beh, se  cos, esclam il barbuto
contadino di Terra di Lavoro, stacchiamo quei
candelieri e diamo fuoco alla casa.
S, s, diamo fuoco alla casa.
Silenzio, silenzio! url una voce, ora parlo io,
tocca a me. Ascoltatemi e vi dimostrer che tutti quanti
siete, non escluso cotesto famoso Parafante, non siete
che dei conigli...
Ed il vecchietto, la cui faccia rugosa era attraversata
dalla cicatrice di una larga ferita, salito anche esso su
una sedia, volse attorno gli occhietti lucenti come per
confermare con lo sguardo quel che aveva detto con la
parola.
A me coniglio, a me? url Parafante.
Poi dando in uno scoppio di risa:
Sai tu il sapore della carne umana, vecchietto mio,
lo sai?
Il vecchietto era per rispondere, quando di un tratto la
porta in fondo si spalanc e apparvero alcuni servi in
livrea che sostenevano, tenendosi ritti in piedi ed
immobili in doppia fila, dei candelabri accesi. Poi una
voce grid:
Sua Maest la Regina!
Lo stupore fu cos grande che ognuno rimase come
fulminato nell'atteggiamento in cui era stato sorpreso da
un tal grido. Per incanto si era fatto un silenzio profondo
prodotto non soltanto dalla stupefazione, ma anche dalla
paura. La Regina, di cui avevano inteso discorrere, ma
che non avevano mai veduto, n credevano che potesse
esser visibile ai loro occhi, era un essere sovrumano per
quelle menti rudi ed ingenue per le quali la regalit era
sinonimo di divinit, una divinit pi immediata e
quindi pi temibile, padrona ed arbitra assoluta della
vita di tutti. Istintivamente le teste e i dorsi si curvarono
appena lo stupore di luogo alla riflessione; coloro che
erano seduti si alzarono. Nei volti si leggeva la
meraviglia e la trepidanza, negli occhi la curiosit
intensa.
Finalmente la Regina apparve incedendo con regale
maest nella luce dei doppieri che ne facevano
scintillare le gemme della corona posata sulle dorate
chiome, anche esse un'aureola al viso di scultoria
bellezza, e della collana che cingendole il collo eburneo
cadeva sul seno a met discoperto. Vestiva un abito di
nero velluto che lasciava nude le braccia e si appuntava
agli omeri per mezzo di due borchie gemmate. Dietro a
lei, che si era fermata presso la poltrona di mezzo
sovrastante alle altre si teneva immobile una giovinetta
vestita di candidi veli, con le bionde chiome ricciolute
fluenti per le spalle e un viso delicato e bianco di una
mistica soavit; a qualche passo di l dalla giovinetta tra
la doppia fila degli immobili valletti che sostenevano gli
accesi candelabri, apparivano i personaggi del seguito
regale dalle magnifiche divise e ricami d'oro, col petto
costellato di croci e di stelle fiammeggianti.
Ges, Giuseppe e Maria! mormor Pietro il Toro
quando ebbe riacquistato la parola, ma questo  il
paradiso, il paradiso!
In ginocchio tutti, in ginocchio tutti! esclam
sommessa una voce che nel profondo silenzio fu intesa
come un ordine.
E quei fieri capibanda del truce aspetto, ladri ed
assassini la maggior parte, ognuno dei quali aveva
commesso i pi orrendi delitti, sentirono che le
ginocchia si piegavano e caddero prostrati a capo chino
innanzi alla maest regale.
Carolina d'Austria ebbe un lampo di gioia e di trionfo
insieme negli occhi cerulei che sapevano esser feroci
nell'odio e carezzevoli ardentemente nell'amore. Stette
immobile ed in silenzio un buon tratto scorrendo con lo
sguardo per quegli uomini prostrati che ella dominava
dall'alto dello zoccolo dorato e di tutta la magnifica
persona: poi sedette e con voce che era insieme di
comando e di compiacenza disse:
Alzatevi.
Ma poich non ubbidivano sia per non avere inteso,
sia perch non osavano, ella ripet imperiosamente:
Vi comando di alzarvi!
Le teste si sollevarono, i dorsi si raddrizzarono, tutta
quella gente come un solo uomo si alz in piedi.
Il silenzio continuava profondo; pareva che quegli
uomini trattenessero il respiro.
Amici miei, disse la Regina, il messo che vi ha
invitato a venir qui fu mandato da me, ma era
necessario, pel vostro meglio, che si ignorasse chi lo
mandava. Voi avete dei nemici, anche fra coloro che
sono nella mia Corte, i quali vi invidiano i servigi che
avete prestati alla Monarchia. Se io non avessi vegliato
su tutti voi, se io distratta dalle cure dello Stato avessi
anche per poco trascurato di occuparmi di voi, non
sareste qui a me dinanzi, ma o nel fondo di una galera o
gi da gran tempo nel carnaio in cui si gittano i corpi dei
giustiziati.
Un fremito corse per gli astanti; alcuni, i pi audaci si
guardarono furtivamente tentennando il capo come per
assentire.
Voi, Francatrippa, continu la Regina volgendo lo
sguardo verso il luogo in cui si teneva immobile il
nominato, avreste dovuto render conto di non so che
assassinii e che incendii che i vostri nemici vi
attribuivano: voi, Parafante, voi Panedigrano, voi
Benincasa, voi Fra Diavolo, voi Spaccaforno siete stati
denunciati alla giustizia come autori di delitti
raccapriccianti. Lo so, sono calunnie, ma che vi
avrebbero portato dritti alla forca. La vostra Regina che
vegliava su voi le ha sventate.
Grazie, Maest, grazie, Maest! proruppero i
nominati. S,  vero, sono calunnie, noi siamo
innocenti.
Lo so, ma, ed ecco perch vi ho invitato a venir qui,
io son costretta per poco a lasciar questa Napoli e a
seguire Sua Maest il Re in Sicilia. Questo povero regno
rester di nuovo in bala degli eretici scatenati
dall'inferno contro la nostra corona che ci fu data da Dio
e contro la santa religione, e i nostri nemici non potendo
colpir noi, colpiranno i nostri fedeli, rievocheranno le
calunnie sparse contro di voi e vi appresteranno quella
galera e quella forca dalle quali io finora vi ho salvati!
Si interruppe per giudicare l'effetto delle sue parole.
Un sordo mormorio era corso per gli astanti; alcuni visi
erano impalliditi e altri apparivano accesi d'ira; coloro
che erano in fondo alla sala subendo meno la
suggezione della Regina, avevan fatto sentire alcune
esclamazioni di minaccia.
La mia carabina  ancora in buono stato!
Il taglio del mio coltellaccio pu servire ancora.
Che vengano gli eretici, che vengano!
Silenzio, amici miei, silenzio, ripigli la Regina
lieta in cuor suo di aver raggiunto l'intento. La vostra
causa  la mia ed io non vi abbandoner: per questo vi
ho voluto tutti intorno a me. Se voi fidate in me, io fido
in voi. I Francesi, miei e vostri nemici, hanno inviato un
esercito per invadere di nuovo il mio regno, ma i re miei
alleati, che li hanno scacciati dai loro possedimenti, ne
invieranno un altro assai pi forte in nostro soccorso;
cos quei maledetti che vengono qui per devastare le
nostre terre, rapire le vostre donne, oltraggiare i nostri
santi e le nostre madonne, saranno presi fra due fuochi:
le vostre infallibili carabine, e i fucili dei soldati dei re e
degli imperatori miei congiunti. Volete voi prender parte
a questa santa impresa? Volete voi mostrare di nuovo a
cotesti vili stranieri, a cotesta gente uscita dallo inferno,
che gi avete visto fuggire a voi dinanzi, che basta un
solo di voi a schiacciar dieci di essi?
S, s, s! grid quella folla affascinata dalle parole
e dalla regale bellezza di quella donna.
Volete voi ? continu la Regina che aveva serbato
per l'ultimo ci che doveva accendere fino al delirio
l'entusiasmo dei convenuti, farvi i giustizieri in mio
nome e nel sacro nome del Re di tutti quei nostri sudditi
che o per malvagit di animo o per losche ambizioni o
perch sedotti dagli spiriti infernali, parteggeranno con
gli stranieri e prenderan le armi contro di voi sostenitori
della Monarchia e della Fede? Io fin d'adesso vi
abbandono le loro persone, le loro case, i loro beni, le
loro donne: estirpate col ferro e col fuoco le male
piante; uccidete, sterminate donne, vecchi fanciulli
anche se avran cercato rifugio a pi degli altari. Sua
Santit il Papa vi assolve di ogni peccato che potrete
commettere pel trionfo della Fede, sia pure del
sacrilegio pi orrendo se compiuto per lo sterminio dei
nostri nemici. Tutti i mezzi son buoni, tutti i mezzi son
santi per scacciare lo straniero dal nostro regno e per
punire i nostri sudditi fedifraghi; e voi, appena la grande
impresa sar compiuta, ne avrete da noi in premio
condegno, che considereremo come legittimo acquisto,
tutto ci che avrete tolto ai nostri nemici, e il perdono da
Dio che vedr in voi i difensori della sua Fede e del suo
altare. Dite, volete voi?
S, s, vogliamo. Viva la nostra Regina!
Fu un grido formidabile che proruppe da quei petti
invasati dal delirio. Sarebbero tornati dunque i bei
tempi. Tutto un miraggio di orge, di tripud, di
carneficine, di assalti, di rapine, di lauti banchetti, di
libert sconfinata si dispiegava innanzi agli occhi di
quella gente a cui ogni legge era insopportabile, ogni
civile disciplina nemica! Vi avrebbero lasciata la vita,
ma che importava se per un anno o per un mese
avrebbero vissuto appagando tutte le loro passioni?
Meglio un anno toro che cento anni bue, era il detto dei
loro padri: eppoi sarebbero morti con le armi in pugno
nella pienezza della vita e forse del godimento, non sul
misero giaciglio affranti dalla vecchiaia, dopo tutta una
vita di stenti, di schiavit, di lavoro mal retribuito, dopo
una lunga agonia nella quale avrebbero inteso rodersi le
carni, e avrebbero assistito al proprio disfacimento!
L'entusiasmo aveva vinto il ritegno: le esclamazioni
esultanti si incrociavano: i vicini si davano dei vigorosi
pugni per esprimere la loro gioia, i lontani gesticolavano
per farsi intendere meglio dagli amici. Di tanto in tanto
il grido di Viva la Regina tornava ad echeggiare per
l'ampia sala che non aveva mai accolta gente cos
delirantemente gioiosa.
La Regina aveva un sorriso di benevola compiacenza
e con occhio lieto guardava l'agitarsi di quella folla; ma
la giovinetta che se ne stava immobile dietro a lei era
divenuta vieppi bianca in viso e aveva nello sguardo
una espressione di ineffabile tristezza. I cortigiani
rimasti in fondo della sala pur senza muoversi e senza
che l'aspetto ne tradisse il pensiero, si scambiavano
delle parole sommesse.
Alma, disse la Regina volgendo il capo verso la
giovinetta, appressati.
Ella si appress, ma incerta guardando come
sgomenta la folla rumoreggiante.
Dio mio, come sei pallida! le disse Carolina
sottovoce, hai paura forse?
S, ho paura... Che Vostra Maest mi perdoni! rispose la giovinetta.
Scioccherella, continu la Regina con un sorriso
tra lo scherno e la piet, di chi hai paura? Di cotesta
gente? Ma essa ora ad un mio cenno darebbe fuoco a
tutta questa Napoli e ne farebbe un bel fal. In essa 
riposta la nostra salvezza, capisci? Che uomini, che
uomini! Cos li intendo io, deliberati a tutto, nel male e
nel bene dritti come una spada! Del resto non son poi
tutti cos rudi, cos barbari! Ce n' uno, un bel giovane...
non  vero che  un bel giovane? Ne faremo un bello e
valoroso colonnello di cavalleria! Si  battuto contro
cinque e ne ha ucciso o ferito tre... e infine per due
sconosciute! Ci per altro vuol dire che  sensibile un
po' troppo forse, alle preghiere delle donne. A proposito
che ha detto don Leonardo, il mio medico? Per questo ti
ho chiamato.
Ha detto che la ferita  grave, ma non mortale, balbett la giovinetta.
Ah, respiro... Ne faremo, ripeto, un magnifico colonnello... Un bel giovane, non  vero, un bel giovane!
E la guard in viso con un profondo sguardo di donna
che sa penetrare addentro nei cuori. La giovinetta chin
gli occhi e non rispose.
Va, va, disse la Regina dopo averla contemplata
per un istante in silenzio. Bisogna che me la sbrighi
con cotesta gente.
Quando si rivolse per far cessare lo strepito che era
andato sempreppi crescendo e mentre la giovinetta si
ritraeva al posto che le imponeva il cerimoniale, il viso
della Regina era tornato austero e grave. La folla sotto
lo sguardo acuto e freddo di lei cess dallo schiamazzo,
onde ella riprese:
Il mio tesoriere vi dar il danaro pel ritorno.
Raccogliete intanto intorno a voi gli antichi compagni e
tutti i volenterosi: chi di voi ebbe il comando di una
banda si consideri come capo di un reggimento e sia
sollecito a raccogliere uomini ed armi. Un mio messo vi
raggiunger per provvedervi di quanto occorre
all'entrata in campagna. Nessuno indugio: appena il
nemico avr invaso il regno, insorgerete sterminando
per primi tutti coloro che potrebbero parteggiar per lui.
Ma gi, vi far tenere al pi presto le mie istruzioni.
Che ognuno di voi destinato ad un comando giuri su
questo crocefisso di esser fedele al Re e di morire se
occorre per la difesa della Religione.
In cos dire si rivolse e fece un cenno: un personaggio
del seguito si avanz e dopo essersi inchinato porse alla
Regina un crocefisso d'argento.
La Regina stese il braccio e mostrando alla folla il
crocefisso disse con voce solenne alzandosi in piedi
sicch tutta la magnifica persona si stagliava dal fondo
luminoso della sala:
Giurate voi di dar la vita per la difesa del trono e
dell'altare?
Lo giuriamo! risposero gli astanti ad una voce.
Giurate voi di non dar quartiere a chiunque paesano
o forastiere sia nostro nemico?
Lo giuriamo! ripet la folla.
E tutte le mani si stesero verso il crocefisso a
conferma del giuramento.
Ed ora, disse Carolina d'Austria trasfigurata e tutta
raggiante di regale maest che accresceva il fascino
della stupenda bellezza, che l'Onnipotente vi benedica
come io in nome del Re che sol da Dio ebbe il regno, vi
benedico e in segno del mio regale favore vi do a
baciare la mia mano.
Viva la Regina! gridarono tutti ad una voce
precipitandosi per esser fra i primi a baciare quella
mano bianca ed affusolata che ella aveva stesa verso la
folla.
Nessuno per aveva gridato Viva il Re.
Gli  che per quegli uomini rozzi, pressoch primitivi,
la monarchia si impersonava in quella donna che era
rimasta mentre gli altri erano fuggiti, che incitava alla
resistenza mentre gli altri avevan ceduto senza
combattere. Essa aveva il fascino della bellezza e della
forza; sentivano che l'anima di quella donna era fatta di
tutte le passioni che pi prepotentemente vibravano nei
loro cuori: l'odio, la vendetta, l'istinto della lotta; che era
audace ed impulsiva e al par di essi di ferrea tenacit nei
propositi. D'ora innanzi poteva ben contare sulla cieca
devozione di quegli esaltati dall'inaudito onore di essere
stati ammessi alla di lei presenza, di averne ascoltate le
parole, di averne baciata la mano. Il Cardinale aveva
trascinato dietro a s tutta quella gente col fastigio del
nome e della superstizione, con la promessa di un
pingue bottino; ed aveva combattuto per s ed anche per
l'odio che alla gente primitiva ispirano gli stranieri: ora
invece avrebbe combattuto, si sarebbe fatta uccidere per
quella Regina che era scesa dalla sua immane altitudine
per parlare ad essa e che ad essa si era mostrata in tutto
il fasto, in tutto lo splendore della regalit.
Ben lo comprese Carolina d'Austria, che seguita dalla
sua giovane amica, dopo avere accomiatato con un
cenno i cortigiani, era entrata nel suo appartamento ove
l'aspettavano alcune cameriste.
Andate via, disse loro entrando, ha da lavorare;
vi chiamer quando avr voglia di andare a letto.
Intanto si era fermata innanzi ad uno scrittoio
ingombro di lettere che apriva distratta come se il suo
pensiero fosse altrove. Di certo discorreva seco stessa
perch il viso si contraeva secondo i moti dell'animo;
ma le labbra avevano un sorriso che si sarebbe detto
feroce, e lo sguardo le balenava sinistramente.
Parve di un tratto che si sovvenisse di alcuna cosa,
gett sul tavolo le lettere che aveva preso e di cui aveva
letto sol poche linee e si rivolse dirigendosi verso
l'uscio.
Si ferm di botto con un gesto di dispetto, dispetto
che le si dipinse nel volto: aveva visto nel fondo della
stanza la giovinetta, che con le braccia conserte se ne
stava immobile.
Che fate voi qui? le chiese aspramente fissandola
con uno sguardo scrutatore, avevo detto di volere
restar sola.
Credevo che un tale ordine non riguardasse me, rispose Alma con una lieve inflessione di alterezza nella voce dolcissima. La fisonomia della Regina si rischiar e tornando benevola:
S, s, hai ragione, figlia mia, disse con un accento
di affettuosa bonomia, ma son tanti, tanti i pensieri che
mi van pel capo! Hai visto che bella accoglienza ho
preparato ai signori Francesi, e che bella festa a tutti
quei cialtroni che aspettano la loro venuta per ribellarsi
apertamente a chi Dio volle padrone e signore di questo
regno. Ma sei stanca, povera figliuola! Avrebbe dovuto
essere una notte di svago questa per te, ci saremmo
tanto divertite se avessimo potuto confonderci tra quella
folla, e a te che sei cos bellina non sarebbero mancate
le avventure, di quelle che lusingano l'amor proprio di
noi donne. Io intendo la vita in tutti i suoi doveri e in
tutte le sue gioie. Certo che a te, povera colombella nata
e vissuta nei boschi, dov parerti ben temerario e,
diciamolo pure, sconveniente per una Regina l'andare ad
un veglione pubblico mascherata, e chi sa forse che
avrai detto in cuor tuo!
Io ho ubbidito agli ordini di Vostra Maest, rispose
la giovinetta impassibile.
Di una Maest che talvolta ha dei gusti di una
capricciosa piccola borghese; ma ci non toglie che se
questa mano che ancor dicono bella, potesse stringere
una spada, saprebbe ben difenderlo questo regno che gli
uomini han lasciato in balia dei loro nemici! E se ti son
parsa dimentica del mio decoro tra la folla che senza
saper chi fossimo ci si stringeva attorno, ti sar parsa
ben diversa innanzi a quegli uomini che dovran
difendere il trono dei miei figli.
Io non mi arrogo il diritto di giudicare le azioni di
Vostra Maest. disse la giovinetta sostenendo
serenamente lo sguardo scrutatore della Regina.
Insomma ? riprese la Regina, questa volta fu una
serata sbagliata, mentre in tante altre mi divertii un
mondo. Avevo delle amiche allora, continu con un
sospiro e con un accento di profonda amarezza, delle
buone e leali amiche che sapevano darmi dei savi
consigli tanto negli affari dello Stato, quanto in quelli
del... piacere. Ah, senza quei marrani ci saremmo
confuse tra la folla, e quanti bei giovanotti avresti avuto
d'intorno non perch tu sei la figlia del Duca di
Fagnano, primo scudiero di Sua Maest la Regina, ma
perch la tua bocca  un fiore, i tuoi capelli son raggi di
sole, il tuo seno  il nido dell'amore, la tua personcina
dello alabastro scolpito da Fidia... Ah, quante di coteste
belle cose che fan cos dolce piacere a sentirle, non mi
intesi io ripetere quando in un veglione... o in altri siti,
io non ero per la gente... che una donnetta allegra
propensa a divertirsi!
Certo delle liete reminiscenze evocava in quell'istante
l'animo della Regina che era rimasta immobile, con gli
occhi fissi a s dinanzi come se rivedesse dei fantasmi
che le sorridessero ricordando le gioie di altri tempi.
Vostra Maest, disse Alma, vuole che mi ritiri anche io?
La voce della giovinetta trasse la Regina dal suo sogno: si pass la mano sulla fronte, trasse un sospiro, poi con viso che serbava ancora l'impronta di una vaga malinconia: Sei stanca, povera figliuola, va, va a dormire.
La giovinetta si inchin profondamente e quindi si ritrasse.
Ero cos anche io alla sua et, ma guai guai se il cuore di quella ragazza sar un giorno morso dalla passione!...
Per quale strana associazione di idee tali parole evocarono l'immagine del ferito che da due dei suoi pi fidi familiari aveva fatto portare in una delle stanze pi riposte del palazzo.
Bello, fiero, valoroso come un paladino! mormor. Le note biografiche che avevo letto nella lista dei capibanda non mentono. Del resto egli pu
considerarsi come ufficiale dell'esercito. Non era sergente del Real Calabria prima che il Cardinale gli affidasse il comando di una banda? Tali uomini mi occorrono, e sapr bene io farli schiavi di un mio cenno!
Stette incerta un istante come se lottasse con un pensiero sovraggiuntole; infine parve decisa: Non gli debbo la vita, e forse pi della vita? mormor. E la riconoscenza non dovrebbe essere la prima virt dei Sovrani?
Nel dir ci sorrideva, forse perch la coscienza dava un altro nome al suo interessamento.
Non aveva deposta n la corona regale, n la magnifica collana che ne cingeva il collo bellissimo cadendole sul seno, il quale stretto dal nero velluto aveva fulgori di neve. Prese da un tavolinetto una lanternina di argento, l'accese a uno dei candelabri ed usc dalla camera, dirigendosi verso un'ala del palazzo che era immersa nel buio.
...
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...
CAPITOLO 3.
...
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...
Quando capitan Riccardo venuto meno per la perdita
del sangue, riacquist i sensi, si trov disteso su un
soffice lettuccio con la coperta di seta e sormontato da
un baldacchino di seta anche esso. Una lampada
d'argento scendeva dal mezzo del soffitto e spandeva
una blanda luce per la cameretta che agli occhi del
giovane velati dallo sfinimento parve come un nido tutto
morbido di stoffe con suppellettili quali non aveva visto
che poche volte e di una foggia bizzarra come non
aveva visto mai. Di alcuni mobili non comprendeva
l'uso, degli altri sparsi qua e l non pareva a lui che
dovessero usarsi nei quotidiani bisogni tanto eran belli e
lucenti quasi fossero usciti allora allora dalle mani
dell'artefice. Divanetti, poltroncine, tappeti e colonnine
con fregi di bronzo e di argento, e tavolini con coppe e
con vassoi da cui la rosea luce della lampada traeva
scintille, lo stupivano, e non gli pareva vero di trovarsi
fra tante ricchezze.
Ma dove sono, dove sono? mormorava nel
guardare d'intorno.
Ricordava in confuso l'accaduto: le idee e le
immagini si confondevano nella sua mente; solo le
figure delle due donne mascherate che l'avevano indotto
ad accompagnarle gli eran rimaste ben delineate nella
memoria; pel resto era tutto un confuso succedersi di
ricordi senza alcuna concatenazione. Era stato assalito,
si era difeso, aveva ferito, era stato ferito, ma quelle due
donne, che ne era avvenuto di quelle due donne? Ad una
di esse gli assalitori avevano rivolte delle ingiurie, degli
oltraggi, poi lui era caduto, infine aveva visti come due
fantasmi dai quali era stato preso in braccio e quindi pi
nulla; senonch aveva come una confusa reminiscenza
di un uomo curvo su lui giacente col petto denudato in
quel lettuccio; di un gran dolore che aveva inteso
mentre quel fantasima armeggiava con alcuni ferri... poi
pi nulla, pi nulla! Da poco si era destato, ma era
ancora in preda ad uno intontimento, n aveva forza di
affissarsi in una idea e di seguirla.
Per di tanto in tanto, quasi quel pensiero surnuotasse
su gli altri, balbettava:
Il messo non mi avr trovato... che avr detto?
Come dargli nuove di me? E i miei compagni di cui ero
la guida?
Ma a poco a poco torn ad addormirsi, non cessando
nel sonno di dir parole sconnesse.
Era gi l'alba; alcune voci, alcuni rumori indicavano
che la citt incominciava a destarsi, ma nella camera in
cui il giovane giaceva regnava il silenzio, la blanda luce
della lampada continuava a spandersi come se ancora
fosse notte profonda. In questo una porticina nascosta
dall'ampia tappezzeria si aperse e la Regina comparve.
Stette un istante immobile, cos immobile che pareva
una dipinta immagine staccatasi dalla cornice. In
quell'istante il giovane aperse gli occhi.
Ah, il bel quadro mormor cercando, ma invano,
di sollevar la testa dall'origliere, l'immagine di una
regina...
Poi chiuse gli occhi di nuovo, in quel dormiveglia
delle febbri di esaurimento in cui la realt sfuma nel
sogno.
La regina si avvicin al lettuccio e si diede a
contemplare il ferito che giaceva supino con mezzo il
busto fuori dalla coltre di seta e la testa maschia e fiera
affondata nei guanciali di piume. Il petto ampio e
robusto era sollevato lenemente dal respiro; dal collo
bruno e muscoloso che appariva tra il colletto slacciato
pendeva una catenella d'oro con un medaglioncino, il
quale posava sulla striscia di tela che copriva la ferita e
che aveva nel mezzo una macchia di sangue.
 il mio buon genio che me lo manda, mormor la
Regina. Nella lotta che ho impresa avevo bisogno di
un uomo devoto fino alla morte, incurante dei pericoli,
prode e gagliardo come un cavaliere crociato, e
ambizioso anche.  il mio buon genio che me lo
manda!... Per giunta, un bel giovane, troppo bello e
troppo giovane forse, aggiunse con un sospiro.
Ma un sorriso di superba fiducia in s stessa le sfior
il labbro.
A novanta anni Ninon de Lenclos, dicono le
cronache di Francia, faceva ancora delle conquiste; a
sessantacinque dest delle fiere passioni nei cavalieri
pi belli e pi prediletti dalle dame della Corte... Io ho
di poco varcati i cinquanta, e se i cortigiani me ne dan
trenta, i miei nemici mi dicono una formidabile
seduttrice... Eppoi, son qualcosa di pi che non era
Ninon de Lenclos: son Regina di Napoli, e figlia e
sorella di imperatori.
In questo le labbra del ferito si agitarono come se
bisbigliassero delle parole. Ella si chin trattenendo il
respiro per intender meglio.
Alma, mormor il giovane.
Alma? chiese a s stessa la Regina. Ha detto
Alma? Un nome di donna o la met di una parola di cui
non ho inteso il principio?
Si chin vieppi raccogliendo tutte le sue facolt
nell'udito, ma le labbra del giovane rimasero mute.
Ella si alz colpita da un ricordo.
Alma, Ma si chiama cos la mia giovane lettrice, la
figliuola del duca di Fagnano! Si conoscono dunque?
Ma lui che non l'ha vista in viso non poteva sapere che
ella fosse una delle due incognite che lo richiesero di
aiuto. Lei per pot vederlo allorch si tolse la
maschera...
Stette un istante pensosa, cupa in viso, punta da
un'angoscia della quale non avrebbe saputo dire la
causa. Poi a poco a poco si rasseren.
Ho certo inteso male. So che quella ragazza non ha
mai messo il piede fuori dal castello di suo padre ove
era gelosamente custodita, e questo giovane, come
dicono le note, dopo il nostro ritorno dalla Sicilia ha
vissuto una vita raminga. Non ha parenti, non ha amici,
non ha stabile dimora; solo di tanto in tanto va a passar
qualche giorno in casa di un vecchio nella quale
trascorse l'adolescenza. Eppoi le note stesse lo
dipingono per un giovane allegro, spensierato, proclive
un po' troppo alle avventure rischiose per impetuosit di
carattere e per esuberanza di virile energia. Via, via,
lasciamo all'abate Chiari far dei romanzi sentimentali.
Del resto, quando sar in grado di rispondere alle mie
domande, sapr bene io strappargli dal cuore il suo
segreto, se ne ha uno. Tenter prima con lei. Quella l 
pi furba di quanto la sua arietta lasci supporre...
Un lieve picchio alla porta la fece trasalire.
Il sole deve essere gi apparso; quegli imbecilli di
generali e di ministri che si son lasciati sorprendere
impreparati mi aspettano, disse avendo compreso il
significato di quel picchio discreto. Andiamo,
andiamo a dir loro che come io ho saputo riacquistare il
regno, cos anche questa volta sapr difenderlo.
E si mosse per andar via volgendo un ultimo sguardo
al ferito. Poi, come vinta da un bisogno irresistibile, si
chin e lo baci in fronte.
Certo, pi bello, pi prode, pi degno di tutti coloro
che ebbi il torto di elevare insino a me, dei quali il mio
amore non riusc a far grande l'animo meschino!
E dopo aver detto ci disparve dietro la tappezzeria
che nascondeva la porticina.
Il ferito a quel bacio aveva aperto gli occhi e gli era
parso di vedere un fantasima che dileguasse. Quel po' di
sonno aveva dovuto ristorarne le forze perch pot
sollevarsi sul gomito e guardare intorno per la camera
come chi voglia coordinare le idee. Vide sul comodino
presso al letto un vassoio con un bicchiere ed una
bottiglietta colma di un certo liquore: comprese esser
quello un cordiale, e reputando inutile servirsi del
bicchiere, prese la bottiglia e bevve.
Ah! disse con un sospiro di soddisfazione, doveva esser cos il nettare degli dei: mi par che le forze
mi tornino e che un'onda di benessere si spanda per tutto
l'esser mio. Ma orizzontiamoci...
Si guard di nuovo intorno.
Curioso ? disse poi, il quadro  sparito! Strani
giochi della fantasia! Mi era parso di vedere l in fondo
il ritratto di una Regina che non ci era prima e che non
veggo pi al suo posto. Nell'aprir gli occhi, mi era parso
che l'immagine di quel quadro si fosse staccata, fosse
venuta qui, mi avesse baciato in fronte e poi dileguasse.
Ma che diavolo  accaduto? Ah, s, s, ora comprendo,
ora ricordo. Fui ferito con un colpo di pistola da uno di
coloro che volevano far violenza a quelle due donne
mascherate... Ma posso stare in pace con la mia
coscienza perch dei buchi nella carne ne ho fatti anche
io. Ma quelle due donne? Il palazzo reale  vicino al
teatro; il tafferuglio avvenne in uno spiazzo presso il
teatro. Avevo le spalle ad un muro... anzi no, ad una
porticina in cui quelle due donne entrarono... anzi...
ecco, ricordo bene, mi era parso di riconoscere in una di
esse... Via, via, avevo di gi perduto molto sangue forse
e perci avevo le traveggole. Poi caddi... Altri tre corpi
giacevano a me vicino... Poi vidi due ombre che si
chinarono, mi presero in braccio e mi portarono qui...
Stette un istante pensoso, poi:
Qui? Ma questa stanza dovrebbe far parte del
palazzo reale e...
Si interruppe dando in uno scroscio di risa.
Me lo diceva zio Carmine che la lettura dei Reali di
Francia mi avrebbe guastato il capo. Nel palazzo reale
io? E quelle due donne dovrebbero esser per lo meno
due dame della Corte! Veramente ? continu tornando a
guardarsi intorno, se sono in casa di una di esse o di
tutte e due, debbono essere assai ricche. Solo nel
castello del duca di Fagnano vidi dei mobili come
questi.
Il volto lieto fin allora si vel di malinconia.
Folle, folle, che non so scacciar da me
quell'immagine, e mi par di udir sempre quella voce! Ci
ha colpa zio Carmine e quella fattucchiera di Geltrude,
zio Carmine che pure non voleva avessi letto i Reali di
Francia! Ricordo quando gli parlai la prima volta di...
ah, che io sento di farle oltraggio chiamandola col suo
nome... di Alma, dopo averle riportato la bella collana
che aveva perduta... Quanti anni son passati? Otto anni
forse... e zio Carmine mi ascoltava con un certo sorriso
e con certi occhi, e giunse financo a dirmi serio e grave:
Sarebbe una bella moglie per te; e Geltrude mi disse un
giorno; Va alla guerra, torna generale ed il duca te la
dar in isposa; e zio Carmine non mi sgridava punto
allorch tornavo tardi la notte per aver gironzato intorno
al castello di lei, e zio Carmine sapeva che io andavo pei
boschi in cerca di fiori silvestri per gettarli la notte sul
balcone della duchessina e parve compiacersene anzi, e
quasi quasi avrebbe preteso che ella, la quale al certo di
nulla si era accorta, avesse incoraggiata quella mia
follia! Ma io ebbi pi senno di zio Carmine e... e partii
soldato... per tornar generale!
Bevve ancora del contenuto della bottiglietta, e poi
riprese:
Del resto  la sola folla della mia vita che ho
portata meco attraverso l'avventurosa esistenza di questi
otto anni, e per tale folla di tanto in tanto, come
stanotte, mi par di vedere l'immagine di lei e di sentirne
la voce. Una illusione come quella che mi fece credere
per poco vi fosse l in fondo un gran quadro col ritratto
di una regina bella come una dea e con una corona sul
capo come una Madonna. E mi parve financo che si
staccasse dal quadro, si avvicinasse a me e mi baciasse
in fronte!... Ma insomma, disse mutando di un tratto
pensieri, deve esser ben tardi, sento le grida dei
venditori, il rumore della folla per le vie, e le voci dei
marinai lungo il lido. La finestra di questa stanza deve
aprirsi sul mare. Ma qualcuno dovr pure venire per
veder se son morto o vivo. Ah, ecco un laccio, un laccio
di seta, che deve pur servire a qualche cosa.
In cos dire trasse a s il laccio e immediatamente
intese squillar lontano un campanello. Stette trepidante
in attesa, certo che qualcuno sarebbe venuto.
Non attese invano. Poco dopo le ampie cortine della
parete a destra del lettuccio si sollevarono, e un
cameriere senza livrea apparve sul limitare dell'uscio.
Appressatevi, disse capitan Riccardo.
Il cameriere si avanz, fece un inchino e si tenne
immobile.
Mio caro, disse il giovane, voi sapete come io sia
stato portato qui, sapete dunque in casa di chi mi trovi.
Il cameriere rimase impassibile.
Al certo non siete muto, continu il giovane un po'
stizzito, perch non siete stato sordo al suono del
campanello. Parlate dunque...
Non ne ottenne nessuna risposta: quell'uomo
continuava a tenersi immobile senza battere palpebra.
Sentite, amico, esclam capitan Riccardo
sollevandosi con visibile sforzo in mezzo al letto, io
sono usato ad andar per le spicce, e vi prevengo che
aborro dai misteri. Se non rispondete, scendo dal letto e
sapr trovare bene io la via della porta di strada.
Io non posso rispondere perch nulla so, disse
infine il cameriere. Ho per l'ordine dal medico di
avvisarlo appena Vostra Signoria si fosse svegliata.
Ma chi ti ha dato un tale ordine?
Il medico.
Ma io non son certo in casa di un medico. Come si
chiama dunque il vostro padrone o... la vostra padrona?
Non so altro, glielo dir il medico che aspetta
nell'anticamera.
E senza pi dire fece un inchino ed usc dalla camera.
Il giovane non si era ancora rimesso dal suo stupore,
quando vide entrare un ometto coi calzoni corti, le calze
di seta nera e un giubbone di velluto. Aveva sotto il
braccio il cappello a tricorno e la parrucca incipriata
finiva in un lungo codino alla cui punta era annodato un
nastro di seta.
Siete voi il dottore? chiese il giovane con accento
aspro e breve.
Proprio io; ma voi, mio caro signore, siete bene
imprudente; eppure ho riscontrato sul vostro corpo
diverse cicatrici, ci vuol dire che non siete nuovo alle
carezze dei colpi taglienti e perforanti. Come vi viene in
mente di alzarvi a mezzo sul letto, col rischio di
spostare il bendaggio?
In ci dire avvicinatosi al giovine lo costrinse a
rimettersi supino. Poi vedendo pressocch vuoto la
bottiglietta:
Bravo, l'avete bevuto quasi tutto il cordiale. Vi
faccio i miei complimenti, caro signore; vi trovo con
una cera sorprendente, e s che stamane sul luogo in cui
cadeste c'era un lago di sangue. Immaginate i
commenti! Anche gli altri feriti pare se la siano
sgattaiolata e la polizia  in gran fermento.  stato
dunque un duello come ne avvenivano sotto Enrico terzo?
Vi siete battuti padrini e testimoni...
Non fu un duello fu un'aggressione: io
accompagnavo due signore mascherate a cui cinque
mascalzoni volevano fare ingiuria...
Ah, un'aggressione di cinque contro uno! esclam
il dottore. E voi solo contro quei cinque dei quali
almeno tre a giudicare dalle tracce che han lasciato,
feriste gravemente! Ma bravo, ma bravo, siete un eroe!
E la polizia che si ostina a credere essere avvenuta in
quel luogo una rissa fra alcuni calabresi che erano stati
visti a teatro!
Via, via, dottore, disse il giovane, punto persuaso
che il dottore, come voleva far parere, fosse ignaro dei
particolari di quella ancor per lui misteriosa avventura, voi sapete le cose pi di me e meglio di me.
Io? esclam il dottore stupito.
Ditemi dunque dove sono e come si chiama colei
che mi ha fatto portar qui.
Come? non lo sapete?
Se lo domando a voi...
Non lo sapete? Ma ci  strano, strano assai, esclam il dottore il cui viso esprimeva una grande meraviglia.
Appena ferito mi sentii a poco a poco venir meno; ricordo solo in confuso che fui sollevato dal suolo, fui
messo in un letto, ove vidi come un fantasima curvo su
me, certo voi che operavate sulla ferita per estrarre la
palla...
E la estrassi trionfalmente con due colpi di bistori.
Aveva urtato nella clavicola e aveva strisciato lungo i
muscoli del braccio. La scappaste bella! Ora ne avrete
per una diecina di giorni, a patto che vi manterrete
quieto ed ubbidirete agli ordini del dottore.
Ma io voglio sapere dove sono, voglio, intendete?
E lo volete sapere da me?
S, perch voi non l'ignorate.
Mio caro giovanotto, da me non saprete niente per una ragione semplicissima.
Ed ?
Che non lo so neanche io.
Il dottore pareva cos sincero che il giovane rimase
intontito.
Possibile? mormor.
Possibilissimo. Stanotte ero a letto e dormivo della
grossa quando fui svegliato perch un ferito aveva
bisogno della mia cura. Sappiate che io non mi rifiuto
mai, mai ad invito simile, onde mi vestii in fretta e
seguii l'uomo, che era venuto a chiamarmi e che mi
parve un cameriere di buona famiglia.
Ebbene, io non le so le strade di questa immensa
Napoli, perch ci venni sei anni or sono col cardinale
Ruffo e non vi dimorai che due giorni...
Il gran Cardinale! fece il dottore pel cui viso fin
allora sorridente pass un'ombra di malinconia. Ah,
capisco adesso voi foste uno di quei valorosi che...
S, s, interruppe il giovane con un amaro sorriso, 
che dopo aver riacquistato il regno ai Borboni fummo
da questi del tutto dimenticati.
Il dottore diede un balzo e si guard attorno
spaventato.
Non dite cos, non dite cos, proruppe quasi
volesse impedire al giovane di continuare. I Borboni
nostri amati sovrani non sono ingrati. Verr la
ricompensa, verr quando meno l'aspettate.
Il giovane scroll le spalle, ci che gli f dare un
grido di dolore, poi:
Son pronto a tornar da capo anche senza alcuna
ricompensa... Ma non  di questo che si tratta adesso...
Dunque io non so le strade, ma voi s che dovete
conoscerle, e perci saprete per lo meno in qual via
siamo.
Il dottore parve per poco imbarazzato, ma giunse a
dominarsi e rispose con franchezza:
Non so il nome della via, so soltanto che d sul
mare.
Sapete almeno il nome di colui o di colei in casa del
quale sono?
Neanche, neanche, giovanotto mio; fui introdotto in
questa casa, vi osservai, vi operai e nell'andar via mi fu
dato dall'uomo che era venuto a chiamarmi il compenso
di alcune monete... Ma io non so perch dobbiate
logorarvi il cervello per apprender cose di secondaria
importanza. Siete alloggiato principescamente, con un
servo alla porta pronto ad accorrere ad ogni vostro
cenno; siete curato da un chirurgo che  annoverato fra i
primari; avrete fra poco una delicata colazione, stasera
un buon desinare: che cosa volete di pi? Se chi ha tanta
cura di voi vuol serbar l'incognito, vi  costretto al certo
da gravi ragioni, forse dal vostro stesso interesse.
L'insistere a voler saperne il nome potrebbe anche
parere ingratitudine. Rassegnatevi dunque ad esser
curato come un principe e ad esser trattato come un gran
signore.
S, s,  vero, mormor il giovane, ma gli  che io
aspettavo un messo che ora ha perduto le mie tracce.
Tutto il mio avvenire dipendeva da quello che mi
avrebbe detto. Ecco, voi avete un viso che ispira fiducia
ed io vo' dirvi, caro dottore, quel che sar di me dopo
guarito; mi manderan via da questa casa ove fui curato
come un principe e trattato da gran signore e mi trover
senza un soldo in tasca come un mendicante.
Eh, chi sa! rispose il dottore con un risolino che
gli errava tra labbro e labbro.
Lo so io, lo so io, se non trovo quel messo! rispose il giovane.
Ors, fece il medico che non pareva punto
commosso, pensiamo al presente: lasciatemi osservare
la ferita; per ora  questo l'importante.
E si diede a slacciare la fascia che aveva sovrapposto
al piumaccio.
Benissimo, benissimo, fra dieci giorni il braccio
torner gagliardo come era iersera quando deste di quei
colpi ai vostri avversar. Vi occorre per del riposo,
della tranquillit di spirito e della fede nella vostra
stella.
Ahim, caro dottore, la mia stella  appena appena
un lumicino che pu esser spento da ogni alito di vento.
Invece io la credo prossima a sfavillare di luce
intensissima se... se saprete tenerne acceso il fuoco...
E il dottore scoppi in una risata la quale al certo
rispondeva come la sua frase, ad un segreto pensiero.
Ma il giovane non vi bad: appariva incerto,
imbarazzato, come chi voglia dir cosa per la quale non
trovi le parole. Infine facendo uno sforzo:
Mio caro dottore, io vi son riconoscente delle vostre
cure, ma la mia lealt mi obbliga a dirvi che non ho di
che pagarvi, il messo che aspettavo avrebbe dovuto
darmi un po' di danaro, ma a chi rivolgermi ora? Capite
bene, se son forzato ad accettare la ospitalit di un
ignoto, non voglio che per di pi paghi il medico e
quindi...
S, s, voi siete degno di far fortuna, esclam il
dottore che fissava il giovane con occhio scrutatore, 
perch siete anche nobile e fiero, ammenoch, appunto
per questo, non sappiate trar profitto...
Che dite, dottore?
Nulla, nulla... Vado via per tornare stasera.
Attenetevi dunque alla mia prescrizione: riposo,
tranquillit di spirito e fede nel vostro avvenire.
Ci detto fece un cenno di saluto e si diresse verso
l'uscio, giunto al quale si rivolse per salutare di nuovo il
giovane e poi and via.
Parola d'onore, non mi ci raccappezzo, mormor il
giovane, pure son certo che il dottore, una brava
persona a quel che pare, la sappia pi lunga di quando
mi voglia far credere. Che mistero  questo? Io son di
sicuro in casa di quella incognita che fu la prima a
prendere il mio braccio, che io gi avevo giudicato per
una signora, forse anche una gran signora. Ella mi
mostra cos la sua riconoscenza, pure avendo potuto
lasciarmi giacente sulla via. S, ma se mi fece
raccogliere onde io non ne indovinassi il nome e per
evitare uno scandalo? In tal caso la riconoscenza si
chiamerebbe prudenza! Insomma, io debbo sapere,
voglio sapere, anche perch il mio ospite, uomo o
donna, sappia che io non son uomo da seguire il
consiglio molto pratico, ma punto delicato, del dottore.
E con una rapida risoluzione, fece di nuovo squillare
il campanello ed attese con l'aria di chi abbia formato un
disegno.
L'istesso cameriere apparve sull'uscio.
Datemi i miei panni, gli disse con l'accento di chi
 sicuro d'essere ubbidito, il dottore mi ha trovato in
grado di alzarmi e di uscire.
Lei non pu uscire, rispose l'impassibile cameriere, se prima non avremo ricevuto l'ordine.
Noi? chi noi?
Noi dell'anticamera, i valletti della sala di entrata, il
portinaio...
Ma dunque son prigioniero?
Il cameriere fece un gesto come per dire che non ne
sapeva nulla.
Via, via, non mi fate andare in collera ch io son
buono a gittar dalla finestra voi dell'anticamera, i valletti
della sala di entrata e il portinaio. Dite il mio desiderio
al vostro padrone, ch non voglio mostrarmi scortese
usando la forza.
Il nostro padrone  assente.
Anche questo? E quando torner cotesto vostro
padrone?
Fra cinque o sei giorni, anzi, prevedendo che lei
avrebbe voluto andar via, ci ha detto di pregarlo ad aver
pazienza.
Dunque lo vedr finalmente cotesto mio ospite?
Il cameriere rispose con lo stesso gesto evasivo, poi
riprese:
Se vorr vestirsi, trover in quell'armadio degli
abiti: i suoi furon portati via perch macchiati di
sangue... Ha da comandarmi altro?
Il giovane rispose con un cenno della testa che fu dal
cameriere inteso come di commiato.
Rimasto solo, Riccardo si diede a riflettere ai casi
suoi davvero assai strani. Se il suo ospite gli aveva fatto
dire di attenderlo, aveva dunque in animo di rivelarglisi
e quindi era suo obbligo di attenderlo. Sempreppi si
andava persuadendo che l'ospite fosse una donna, e
proprio quella donna per la quale era stato ferito. Un
ricordo inoltre sopravvenutogli di un tratto, lo aveva
fatto decidere a rimanere: la donna mascherata nel
sentire il suo nome non si era mostrata consapevole di
molti episodi della vita di lui, ci che l'aveva
vivissimamente sorpreso. Come dunque li conosceva?
chi glieli aveva detti? dove mai l'aveva conosciuto?
Lui era un povero avventuriere che se si era fatto
notare per la sua intrepidezza, anzi per la sua
temerariet, in quel sanguinoso periodo della storia
napoletana, non si lusingava punto che la sua fama si
fosse sparsa cos che al solo sentirne il nome la gente lo
associasse all'assalto di Cotrone e alla scalata del forte
di Vigliena. Chi era dunque quella donna cos addentro
nelle imprese da lui compiute?
E ricordava inoltre che i cinque contro i quali aveva
difeso quella donna le avevano rivolto delle atroci
ingiurie, l'avevan detta vile, fedifraga, adultera, e pur
senza conoscerlo gli avevano rimproverato di prenderne
la difesa, quasi quella creatura fosse indegna della
protezione di qualsiasi onesto uomo. Come rinunciare
dunque a scovrir un tal mistero? Rimanendo, non solo si
sarebbe mostrato riconoscente alle cure che essa aveva
avuto per lui, ma avrebbe al certo appagata la curiosit
che andava divenendo in lui sempre pi acuta. Per non
sapeva spiegarsi, non bastando a dargliene una ragione
ci che egli diceva la sua folla, come in tutto quello
inestricabile viluppo si associasse l'idea e l'immagine di
Alma! Non gli era parso di vederla nel fondo del palco
reale mentre la Regina era per andar via dal teatro? non
gli era parso di averne intesa la voce nelle parole del
domino azzurro che era in compagnia di colei che gli
aveva chiesto aiuto? Non gli era parso di vederne la
figura ritta sotto l'arco di una porta mentre egli si
accingeva a respingere gli aggressori delle due donne
mascherate?
Ma a che logorarsi pi oltre il cervello? Non gli
restava dunque che di rassegnarsi ad attendere.
In capo a sette giorni la ferita poteva dirsi
rimarginata, il giovane aveva ripreso le forze merc
anche i cibi succolenti e delicati insieme che gli erano
serviti in vassoi di argento e i vini generosi. Alzatosi, si
era vestito di un ricco abito tra il borghese ed il militare
trovato nell'armadio con un mantello foderato di una
ricca pelliccia. N mancavano le armi ch in una
panoplia presso all'armadio aveva visto delle spade,
delle pistole, dei pugnali di tempra finissima, come non
mancavano libri in uno scaffale di ebano intarsiato, libri
di amena lettura come i romanzi dell'abate Chiari, i
melodrammi e le canzonette del Metastasio e i poemetti
del Monti. Si era anche avvicinato alla finestra per
aprirla, ma le massiccie imposte eran chiuse da
catenaccio, onde non pot vedere attraverso i vetri che
l'azzurra distesa del mare corsa da vele e da barche di
pescatori.
Il dottore era venuto ogni giorno, ma nulla aveva
potuto apprendere da lui: chiacchierava volentieri; ma
appena il giovane accennava al suo ospite si chiudeva in
un riserbo che avrebbe esasperato il recluso se essendo
ormai trascorsi alquanti giorni non fosse stato certo che
il mistero fra poco gli sarebbe stato svelato. Perch
perdere il merito della paziente attesa con una ribellione
tardiva? Certo delle gravi ragioni avevano imposto al
suo ospite di esser cauto; d'altra parte di che poteva
lagnarsi lui? bene  vero che l'ozio incominciava a
pesargli; uomo di azione, vissuto fin allora nella libert
dei grandi boschi e nelle vicissitudini di una vita
avventurosa sempre incerta del domani; costretto ora a
raggirarsi tutto il giorno per quell'angusta cameretta
incominciava a sentire acuto il bisogno di uscirne. N la
lettura bastava a distrarlo, e la vista del mare faceva pi
vivo in lui il desiderio dei grandi orizzonti e della libera
vita sotto il sole, all'aperto.
Erano scorsi gi sette giorni di tale vita solitaria e
monotona alla quale per nulla mancava pel benessere
del corpo, ch anzi i cibi succolenti, i vini generosi ne
avevano ringagliardito le fibre ed acceso il sangue da
fargli sentire vieppi penosa la strana prigionia. La
ferita era del tutto rimarginata, il dottore non era pi
venuto: il giovane dunque si trovava solo, solo col
mistero sul quale convergeva ogni suo pensiero,
preoccupato anche dalla incertezza del domani,
quantunque tanto la donna mascherata, quanto il dottore
gli avessero raccomandato di aver fede. In lotta seco
stesso, ch incominciava a sentir vergogna di quella sua
inazione, e di quella ospitalit sontuosa la quale lo
umigliava, aggiravasi per l'angusta cameretta ora
risoluto di andar via a qualunque costo, or cedendo al
vivo desiderio di conoscere il mistero dal quale si
sentiva avvolto e nel quale spesso si approfondiva senza
venirne a capo.
Domani, domani andr via, andr via! Torner da
zio Carmine a cui certo quel tale che mi invit a venir
qui si sar rivolto per aver mie nuove.
Questo aveva detto a se stesso quasi ogni sera
nell'andare a letto, e questo ripeteva a se stesso la sera di
quel giorno, dopo che il cameriere avendo acceso la
lampada lo lasci solo.
Chiunque sia il mio ospite avrebbe bene il diritto di
giudicare male di me se mi credesse cos vile da essermi
acconciato a questa esistenza da parassita.
Si coric dopo disposto il paralume in modo che
l'alcova in cui era il lettuccio fosse nella penombra; e
aspettando che il sonno scendesse sulle pupille si diede
a riflettere ai casi della sua vita e ad evocarne i ricordi.
Sapeva pur troppo di esser solo al mondo: il vecchio
zio Carmine quando il giovinetto, dotato di una precoce
intelligenza che accoppiava ad un ardire e ad una forza
di animo di molto superiore alla sua et, fu da lui
reputato in grado di conoscere il vero, non gli nascose
che l'aveva raccolto nel bosco ove colei che l'aveva
partorito l'aveva esposto forse per occultare la colpa
commessa nel generarlo. Egli era dunque un povero
trovatello che sarebbe morto di fame e di freddo senza
la piet di quell'uomo che egli amava come un padre e
che continu ad amare con filiale devozione anche
quando venne a sapere che non era stretto a lui da alcun
vincolo, se non dalla gratitudine. Ed invero zio Carmine
aveva avuto per lui le cure pi affettuose, e se perch
povero, vivendo del provento di un poderuccio, non gli
aveva potuto dare uno stato, ne aveva curato
l'educazione per quanto era nelle sue forze, tenendolo a
scuola fin presso ai diciotto anni, sicch fra i giovanotti
di quella montana contrada Riccardo di zio Carmine,
come veniva chiamato, poteva dirsi uno dei pi istruiti,
notevole anche per una innata gentilezza di animo, e ci
faceva dire a parecchi che certo scorreva sangue di
signori per le vene di quel trovatello. Il giovanetto
invero si sentiva diverso dagli altri suoi compagni,
dando ragione a quel che la gente diceva di lui non solo
a proposito dei modi, ma anche della figura la quale,
pure essendo maschio e robusta, aveva qualche cosa di
delicato e di signorile che persuadeva a farlo credere
non di sangue contadinesco. Zio Carmine d'altra parte si
faceva scuro in viso quando qualcuno accennava
all'origine di Riccardo, ed il giovane era convinto che il
mistero della sua nascita non doveva essere ignoto al
suo benefattore.
E ci era un altro che esser ne doveva consapevole, un
amico di zio Carmine, ben noto a tutti i montanari della
Sila per la sua rozza e grottesca figura e per la sua forza
muscolare, per la quale aveva meritato di esser detto il
Toro. Si chiamava Pietro, ed apparteneva a quella classe
tra il borghese e il contadino che vive del proprio lavoro
accudendo alla coltura di un poderetto o ad altri negozi.
Se la vita di zio Carmine era scorsa tranquilla e
monotona nel suo villaggio presso al castello dei duchi
di Fagnano, non cos quella del suo amico Pietro che
aveva avuta una giovinezza assai burrascosa.
Innamoratosi di una bella giovinetta, l'aveva sposata,
non calcolando che la sua bruttezza lo avrebbe esposto a
gravi pericoli e che la bellissima Rosaria pi che lui
aveva sposato la casuccia e il poderetto che Pietro il
Toro aveva ereditati; se ne accorse un triste giorno in cui
messo in sull'avviso dai vicini aveva trovato Rosaria in
intimo colloquio con un guardaboschi. Pietro il Toro
aveva di una sola stretta delle sue dita di ferro strozzato
i due amanti, poi aveva preso il bosco per sottrarsi alla
giustizia e si era unito con una banda non prendendo
per parte a nessuna delle atrocit che essa commetteva,
limitandosi soltanto a chiedere di che sostentarsi ai
signori che avevano boschi e mandrie sulle montagne.
Scendeva spesso nel suo paesello per riveder gli amici
ed era da tutti stimato come un buon galantuomo, e per
la bizzarria del suo carattere era bene accolto anche dai
signori, che gli davano da vivere a patto che egli non ne
danneggiasse i beni.
Pietro il Toro era stato dei primi ad accorrere sotto la
bandiera del Cardinale Ruffo ed aveva fatto prodigi di
valore negli assalti della citt e nelle mischie coi
repubblicani. Poi era tornato glorioso e trionfante nel
paesello e si era rimesso a coltivare il poderetto sicuro
che non lo avrebbero molestato n nel doppio omicidio,
n per i dieci anni di vita brigantesca, che aveva, a parer
suo, largamente scontato col combattere pel trionfo del
trono e dell'altare. Ed invero se prima lo si stimava,
dopo il ritorno dalla crociata lo si ammirava; e poich
aveva ben dimostrato che il coraggio in lui era pari alla
forza muscolare, era divenuto un pezzo grosso per tutti i
montanari silani che giungevano financo a non trovarlo
poi tanto brutto.
Il giovane Riccardo aveva in lui pi che un amico:
spesso quando Pietro il Toro viveva da bandito andava a
raggiungerlo sulla montagna ed era accolto con
affettuosa compiacenza; e lo strano era questo, e che
riusciva inesplicabile pel giovanotto: Pietro il Toro di
modi burberi e scontrosi con tutti, era come lui quasi
umile e gli parlava con una certa sommissione. Il giorno
in cui seppe che il giovanotto era gravemente ammalato,
pass pi notti al capezzale di lui col rischio di farsi
sorprendere dai gendarmi che avevano avuto l'ordine di
arrestarlo. Al par dello stesso Carmine aveva a cuore
l'avvenire del giovane che gi aveva varcato i venti anni
e mal volentieri si piegava ai lavori dei campi
quantunque ben lo comprendesse, l'aiutare il vecchio
Carmine che aveva preso a coltivare anche il poderetto
di Pietro il Toro, fosse un obbligo per lui.
L'inclinazione di questo nostro giovanotto  per le
armi. Io ne farei un soldato, disse un giorno Pietro il
Toro discorrendo col suo amico.
Il duca di Fagnano ha bisogno di un armigero. Lo
prenderebbe volentieri al suo servizio...
Mai, no, mai! esclam Pietro il Toro guardando
fisso il suo amico.
Hai ragione, s, hai ragione, mormor questi, sono uno sciocco!
Fu allora che il cardinale Ruffo sbarc in Calabria e
chiam intorno a s tutti coloro i quali volessero
combattere pel Re legittimo e per la Religione: e fu
Pietro il Toro che indusse il giovane Riccardo a
seguirlo. Il giovane se da una parte vedeva aprirsi un
vasto orizzonte ad una certa confusa ambizione che
covava nell'animo, dall'altra un sentimento che ancora
non aveva nome per lui, un sentimento vago, senza
propositi gli rendeva sordamente increscioso il doversi
allontanare da quel luogo. A diciotto anni aveva trovato
un giorno in un viale del castello del duca una collana
d'oro con una bella crocetta tutta petruzze scintillanti:
certo apparteneva alla figliuola del duca che allora
allora era passata a cavallo con un seguito di armigeri: il
giovanotto l'aveva raccolta, era andato al castello e per
favore singolare era stato ammesso alla presenza della
duchessina che piangeva pel gioiello disperso essendo
esso una memoria di sua madre. Era stata tale la gioia
che la giovinetta gli si era slanciata incontro e lo aveva
ringraziato con una effusione pressoch sconveniente
per una donna del suo grado. Poi rivoltasi alla
governante, una vecchia signora dall'aria burbera ed
altezzosa, le aveva detto mentre rimetteva al collo la
collana di dare una buona mancia a quel contadinello.
Il contadinello aveva arrossito e senza attendere che
la vecchia signora eseguisse l'ordine della duchessina
era andato via.
Ma da quel giorno non sapeva bene qual sentimento
nuovo, strano, imprecisabile ed ineffabile gli era nato
nell'anima: dapprima celato a tutti, poi intravisto da
pochi che avevan dimestichezza col giovanotto, e
specialmente da una vecchia amica di zio Carmine,
certa Geltrude, che viveva dei provventi di un mulino
gi nella vallata e che accoglieva volentieri il giovanotto
allorch si recava da lei. E fu appunto essa che un
giorno, vedendolo seguire con uno sguardo pensoso la
duchessina che passava fra la consueta scorta degli
armigeri, aveva detto ridendo al giovane:
Ti piace, eh, ti piace? Non sei di cattivo gusto!
Capperi, la figlia di una dei pi grandi signori del Regno
e per giunta bella e luminosa come un raggio di sole! Va
fatti soldato, torna generale e tela daranno in isposa.
Il vecchio Carmine fece un gesto di stupore quando la
sua amica Geltrude gli parl di quello che le era parso di
leggere nell'animo del giovane, ma non se ne mostr
sdegnato quasi che non gli fosse parso punto oltraggioso
il qualsiasi sentimento del suo figliuolo adottivo verso
quella superba figlia di uno dei pi nobili signori del
regno, come sarebbe parso agli altri di quel paesello,
anzi un giorno in cui sorprese il giovanotto col naso in
aria e gli occhi fissi sul lontano castello aveva detto:
sarebbe una bella moglie per te! con un accento che
aveva della ironia, ma aveva anche una certa tristezza.
E perci Riccardo, il figlio adottivo di colui che era
chiamato zio Carmine, pure anelando di uscir da quella
solitudine in cui la sua gagliarda giovinezza si
disfaceva, nel dividersi da zio Carmine e da Geltrude,
che erano stati i soli suoi amici, nel cingere al fianco il
coltellaccio e nel mettersi in ispalla la carabina che zio
Carmine gli aveva regalato; sent come se una acuta
spinta gli pungesse il cuore. Ed era partito seguendo
Pietro il Toro con una speranza nell'animo ingenuo e
gonfio di illusioni, di tornar generale.
La bellezza della persona, l'ardire che gli si leggeva
nello sguardo eran piaciuti al Cardinale che volendo
metter su un reggimento di milizia regolare col nome
Real Calabria andava scegliendo fra i pi prestanti di
coloro che erano accorsi a lui, per farne un corpo
disciplinato che fosse di nucleo agli altri. E il giovane
Riccardo vi fu ammesso come soldato; ma nelle diverse
fazioni era stato tale il suo valore, che salendo man
mano di grado, era stato per la temerit dimostrata
nell'assalto del forte di Vigliena promosso a capitano.
Bisogna per dire che egli non aveva commesso
nessuna di quelle nefandezze che disonorarono
quell'eroica impresa: che era stato pietoso coi vinti,
umano coi nemici e che pi volte anzi aveva impedito
che si commettessero quelle sceleraggini che il
Cardinale pur volendo, pur deplorandole, non aveva
saputo evitare.
Onde dopo la sanguinosa campagna i due amici,
Pietro il Toro e capitan Riccardo si trovarono insieme,
non sapendo a qual partito appigliarsi. Il Cardinale si era
dimesso; il Re era tornato dalla Sicilia e pareva del tutto
dimentico di coloro che avevano sparso tanto sangue per
rimetterlo sul trono: le bande si erano disciolte; i gradi
conseguiti non eran riconosciuti: il vecchio bandito ed il
giovane capitano si trovarono soli e come perduti nella
immensa Napoli che avevano ritolta ai repubblicani per
ridarla al re legittimo.
Tu partisti per divenir generale, ritorni ora capitano, disse ridendo Pietro il Toro, pi fortunato di me che
torno quel che ero, ma con qualche piastra in tasca che
tu non hai.
E i due amici fecero la via servendosi un po' per uno
del cavallo di capitan Riccardo, che il giovane aveva
guadagnato in uno scontro coi repubblicani. Pure,
mentre Pietro il Toro tornava alla coltura del suo
poderello, il giovane che sdegnava di vivere in ozio,
oramai per esperto del mondo, si era dato a negoziare
di bestiame che trasportava in Sicilia per rivenderlo.
Aveva ricacciato in fondo al cuore il qualsiasi
sentimento che gli faceva vagheggiar l'immagine della
figliuola del Duca, la quale aveva rivista non sapendo
trattenere un sussulto dell'anima sua, e ne era stato per
la prima volta guardato con una certa curiosit
benevola, poich si era sparso nel paesello la fama delle
prodezze da lui compiute. Ma aveva vissuto pur troppo
in quei sei mesi a contatto del mondo perch potesse
accarezzar nell'anima sua le ingenue illusioni della
prima giovinezza e si era dato ai suoi commerci coi
quali sperava di farsi uno stato modesto e tranquillo.
Quando un bel giorno un messo giunto da Napoli
aveva chiesto di lui al vecchio Carmine; quel messo che
non aveva voluto dire chi lo mandasse, lo invitava a
recarsi a Napoli ove in un luogo che poi gli sarebbe
indicato avrebbe visto raccolti tutti gli antichi capibanda
delle milizie sanfediste: quel messo gli conferiva la
facolt di condurre a tal convegno coloro che si erano
segnalati nell'impresa del Cardinale, e nel dir ci
porgeva al giovane una borsa con duecento piastre per la
spesa del viaggio di lui e degli altri che avrebbe
condotto seco. Ah, finalmente! era quella, quella la
fortuna che da tanto aspettava, ch mai si era piegato a
quella vita monotona e triste del mercante di bestiame.
A ben altro si sentiva nato: sentiva di aver in s un
tesoro di energie: anelava alla lotta, ad una esistenza di
perigli e di grandi imprese; quando si parlava delle
guerre che altrove si combattevano, quando sentiva
discorrere di coloro che nati poveri ed oscuri avevano
conquistato sui campi di battaglia un nome famoso, un
grado cospicuo, un titolo, ed alcuni erano giunti fino a
cingere una corona; quando in qualche giornale capitato
chi sa come in quel suo paesello leggeva il racconto
delle fiere battaglie coi nomi di coloro che avevano in
esse trionfato od anche che in esse erano gloriosamente
od eroicamente morti, sentiva come una invidia ed
insieme un dolore profondo che a lui fosse negato tanto
di raggiungere la meta che la sua confusa ambizione gli
additava, quanto di morire eroicamente e gloriosamente
nello assalto di un ridotto o nella difesa di una trincea.
I cinque mesi della sanguinosa reazione che aveva
fatto crollare la Repubblica partenopea erano stati i pi
belli della sua giovane vita: la prova che aveva dato di
s e che aveva attirato l'attenzione dello stesso
Cardinale, lo avevano persuaso di esser nato per la
guerra, non per quella combattuta s ferocemente
accanto a coloro che la consideravano un mezzo per
appagare le pi turpi passioni e per far bottino; non
accomunato ai ladri ed agli assassini che avevano sparso
intorno a s il terrore e che avevano commesso tante
inaudite nefandezze: non contro i suoi stessi concittadini
devastando, incendiando, depredando, ma per quella
combattuta lealmente contro gli eserciti stranieri sui
campi di battaglia. Dopo quei cinque mesi, aveva
dovuto soffocare le speranze e le ambizioni; aveva
dovuto considerar come inutilmente sparso il suo
sangue col quale aveva pure conquistato un grado:
aveva dovuto tornare nella volgarit della vita paesana a
vendere e rivendere pecore e buoi, rinunciando al
proposito col quale si era votato di riparare all'oltraggio
del destino col farsi un nome glorioso. Ma ecco che di
nuovo la fortuna picchiava alla sua porta con la mano di
quello ignoto messaggero, perch era evidente che gravi
avvenimenti maturavano e che si aveva bisogno ancora
del braccio di coloro che, a parte l'indole malvagia e
delittuosa di alcuni, avevan dato prova di tanto valore
guerresco, e questa volta forse si sarebbe combattuto
non contro i propri concittadini, ma contro lo straniero.
Sta sicura, aveva detto sorridendo a Geltrude, che
questa volta torner generale!
E aveva rivolto uno sguardo verso il castello con una
espressione di tristezza e insieme di amara ironia, ma
aveva visto cosa che assai lo fece meravigliare: il
castello, di ordinario, cos silenzioso, amando il Duca
vivere nella quiete allorch lasciando la Corte in cui
teneva l'ufficio di primo scudiere della Regina, veniva
per pochi giorni a visitare la sua unica figliuola Alma,
era in una insolita animazione; e nello spiazzale gli
armigeri a cavallo pareva aspettassero che le due
lettighe, ferme presso la porta, si mettessero in via.
Geltrude seguendo la direzione dello sguardo di
Riccardo, aveva detto:
 il Duca che riparte. Non sapevi forse che era
tornato da parecchi giorni?
Ah! la sua folla, che di tanto in tanto lo sopraffaceva,
non era del tutto dileguata, quantunque egli ben
misurasse l'insormontabile distanza che lo divideva da
quella giovanetta, tanto lontana da lui quanto una stella
da una lucciola!
Non aveva mancato di partecipar l'invito a Pietro il
Toro, il quale quantunque avesse di qualche anno
varcato i cinquanta, pure anelava anche lui ad una vita
avventurosa; al Ghiro, al Magaro che avevano fatto
tanto buona prova sotto il Cardinale e a parecchi altri
degli antichi commilitoni che non chiedevano nulla di
meglio, quantunque ignorassero di che si trattasse; ma la
vista delle duecento piastre li assicurava e li
incoraggiava a seguire il giovane.
Cos era partito con quei suoi compagni; cos era
giunto a Napoli, ove sul Ponte della Maddalena un
uomo, fattoglisi incontro gli aveva dato un biglietto nel
quale era scritto che coi suoi compagni avesse aspettato
il messo nella sala del veglione al San Carlo. Cos gli era
accaduto quella strana avventura, per la quale era stato
ferito e si trovava ora quasi prigioniero sulla parola in
una casa a lui ignota, ospite forse di quello sconosciuto
che aveva protetto.
Tali ricordi lo avevano per un pezzo tenuto sveglio,
col pensiero lontano da quel luogo, ma che a quel luogo
era tornato e alle conseguenze di quell'avventura,
conseguenze che rendevano inutile il suo viaggio a
Napoli e quello dei suoi compagni. Che avrebbe detto
ad essi? Come avrebbe giustificato il suo abbandono?
avendolo visto uscire dal teatro con due donne, non
avrebbero creduto che chi sa in quali bagordi avesse del
tutto dimenticato i suoi amici? E pure che li avesse
ritrovati come avrebbe provveduto ai loro bisogni
poich delle duecento piastre ben poche gli erano
rimaste in tasca?
Poi, a poco a poco le pupille gli si velarono: i gravi e
tristi pensieri avevano a lungo lottato col sonno che gli
gravava le ciglie, poi si erano confusi, poi il sonno lo
aveva vinto. La notte era gi alta: la lampada spandeva
un fioco chiarore per la stanzetta, ma il paralume che il
giovane aveva spiegato innanzi ad esso lasciava nella
penombra l'alcova in cui era il tettuccio.
Il silenzio era profondo.
Ma il silenzio profondo fu rotto da un lieve cigolo: le
cortine del fondo si aprirono, una donna apparve, che si
inoltr pian pianino, varcando il semicerchio di luce che
spandeva la lampada. I magnifici capelli biondi disciolti
per le bianche spalle che una nera vestaglia lasciava
denudata, gli occhi accesi come per febbre, le labbra
rosse e tremanti nel pallido viso, il seno magnifico che
ansava facevano di quella regale bellezza una
prepotente fascinatrice. Ella con gli occhi lampeggianti
fisi sul giovane si accost al tavolinetto accanto al
tettuccio sul quale era un vassoio con un bicchiere ed
una bottiglietta piena di un roseo liquore: l'aperse e vi
lasci cadere una polvere contenuta in una scatoletta
d'oro. Poi...
Il giovane dormiva supino con la testa fiera e maschia
affossata nei morbidi guanciali. Era sogno o era realt?
Sentiva sulla bocca una bocca ardente e due braccia che
lo stringevano su un seno morbido e caldo.
Aperse gli occhi e diede un grido.
Siete venuta, siete venuta, disse lui discostando
un poco quella donna da s per contemplarne meglio le
fattezze. Come siete bella, come siete divinamente bella!
Parlate sommesso, disse lei con un soffio di voce.
Capitan Riccardo non avrebbe saputo dire se fosse
sveglio o se quello fosse un sogno, un sogno divino.
Era il vostro ritratto dunque quello che vidi una notte e che fu poi tolto?
No, no, affrettossi a rispondere lei.
Come vi somiglia, come vi somiglia! Ma siete voi, dite, siete voi l'incognita che chiese il mio aiuto?
S, s, taci, taci! mormor lei.
Ah, s, ricordo che mi diceste di esser bella, ed io
bella vi ho sognato... Ma la realt supera il sogno... Oh,
che vi guardi, che vi contempli...
E il giovane con le mani nel morbido viluppo della
bionda capellatura di lei ne discost vieppi il volto dal
suo e si diede a scorrere con lo sguardo fiammeggiante
per tutte le bellezze di quella donna di cui respirava il
profumo acre, ma pur soave.
Voi siete la Regina...
Io? esclam lei sollevandosi con un atto di sgomento.
S, s, la regina della bellezza, e se fossi morto per
voi, purch vi avessi per un istante vista in viso, mi sarei
inteso compensato abbastanza. Ma perch mi avete fatto
aspettare tanto?
Eravate ferito, mormor lei chinandosi di nuovo
sul giovane che l'aveva rassicurata con le sue parole.
Temetti che la mia presenza, una qualsiasi emozione
potessero ritardare la guarigione...
Ah, s comprendo ora, fece il giovane che non si
saziava di contemplar quelle bellezze alle quali la
penombra conferiva una vaghezza di fantasima. Ah,
come dovete essere vieppi divinamente bella al sole, e
nello sfolgorar di cento ceri! E la vostra compagna, dite,
la vostra compagna? Perch eravate in due quella sera...
Era la mia cameriera, rispose lei con accento
brusco e reciso.
Il giovane fece un atto di meraviglia, ma poi sotto il
fascino di quella donna, del mistero che la circondava,
col cervello inebriato dei profumi, con gli occhi
abbagliati, sentendo sempre per le vene una fiamma e
ancor incerto se quello fosse un sogno, cinse con le
braccia la vita della incognita attirandola a s.
Dimmi, dimmi chi tu sei, dimmi con qual nome
debbo invocarti...
Ti piaccio? domand lei con un sorriso che mise
un bagliore di neve nella bocca rossa ed ardente.
S, s, assai! esclam lui fissandola estasiato nelle
pupille.
Ebbene, chiamami come vuoi tu, il piacere, la
volutt, l'amore, ed ecco quel che sono ora per te.
S, s, il piacere, la volutt, mormor lui.
Perch non dici anche l'amore? Ami forse un'altra
donna tu?
E nel fargli questa domanda, il labbro inferiore, un
po' pi pronunziato dell'altro, le tremava, gli occhi
azzurrini che erano cos dolci nei baci, ebbero un lampo
ferino, e la voce ne era aspra e stridente.
L'amore! rispose lui allentando la stretta e
ripiegando il capo come sorpreso da un pensiero o da un
ricordo. No, no, nessuna donna mi ha mai amato!
Sper cos di aver deluso la domanda per una certa
diffidenza che pur nell'ebbrezza lo teneva guardingo, ed
anche perch in quel subito divampare del suo sangue,
aveva ritegno di frammettere il nome e l'immagine di
una fanciulla come temesse di farle oltraggio. Poi
prosegu:
Certo nella mia vita avventurosa a molte donne io
piacqui, molte mi piacquero, ma nessuna nessuna lasci
di s memoria nell'anima mia.
Poi sopraffatto dall'ebbrezza, trasse a s di nuovo
quella donna che si pieg e fissandolo con uno sguardo
acuto da penetrargli nel fondo del cuore, gli disse:
S, s, ma mi amerai sempre, per la vita e per la
morte?
S, sempre! rispose lui anelante, per la vita e per
la morte!
Bada, continu a dir lei dominandosi come se
volesse anzi tutto svelargli l'animo suom bada: il mio
amore  di quelli che uccidono o  di quelli che esaltano
fin dove l'ambizione di un uomo pu giungere. Esso 
come il sole, o brucia o feconda: esso  come il torrente,
o devasta, o...
Sia morte, sia vita, sia inferno, sia paradiso, che
importa? esclam lui.
Cos ti voglio, cos ti ho sognato, cos, rispose lei
fremente!
Quante ore trascorsero? Non essi l'avrebbero potuto
dire. Le ore che conta l'ebbrezza sono istanti, quelle che
conta il dolore son secoli! Nel silenzio profondo si
sentiva il delirio di quella giovinezza e di quella belt.
Ho sete! disse lui nel destarsi da quel delirio.
Egli si era sollevato sul gomito e la contemplava. Era
una magnifica statua calda e palpitante d'amore, con gli
occhi languenti di dolcezza e le labbra roride di volutt.
Hai sete? Non ho che lo squisito liquore di questa
bottiglietta. Vino da imperatori.... che tu hai bevuto ogni
giorno.
Se mi veniva da te, nettare degli Dei! disse lui per
continuare nello scherzo.
Ella rispose seria e grave:
No, sul serio, vino da imperatori... del Tokai.
Mescine nel bicchiere.
Egli si rivolse, stur la bottiglia e riemp il bicchiere
che le porse.
Bevi tu, disse lei.
No, no, mia dolce signora...
Bevi, cos voglio! esclam con voce imperiosa.
Non andare in collera, via. Vai presto in collera tu! rispose Riccardo un po' sorpreso. Ma bada, veh, che
anche io vo in collera talvolta, e in tal caso, so essere
uomo, comprendi?
Ah, sai esser uomo! esclam lei col viso
sfavillante di gioia. S, s, lo credo. Hai avuto un gesto
superbo di orgoglio e un accento reciso di dominatore.
Perdona sai. Gli  che finora io ho vissuta fra
femminucce in calzoni. Sei un uomo tu!  vero,  vero:
me ne accorgo dal lampo che hai nello sguardo. Se
avessi ubbidito alla mia voce, ti avrei stimato meno. Sei
bello, sei prode, e sai volere! Ah, se il re che  fuggito
fosse stato prode, e avesse avuto negli occhi quel tuo sguardo di fiera volont...
Che importa del re a noi, in questa ora? disse lui scrollando le spalle.
 vero che importa a noi del re che  fuggito vigliaccamente?...
Via, non facciamo della politica: lasciamo in pace quel povero re, pel quale ho pure sparso il mio sangue.
E della Regina... non parli tu della Regina?
Ne ho inteso dir tanto male, ma.. non importa, io sento che  una grande anima, fiera, risoluta, imperterrita nell'odio come nell'amore, tremenda nella lotta e superba anche nella disfatta.
Proprio cos, proprio cos proruppe lei, e a cui finora manc un uomo!
Ma insomma bevi se hai sete, disse il giovane porgendole il bicchiere.
No, fece lei raccogliendosi tutta in lui che la teneva stretta con un braccio. No... vedi, ora prego...
bevi tu, bevi, mio bel cavaliere. Sii docile al capriccio della tua donna...
Cos, berrei la morte ? rispose lui galantemente.
Vuot di un fiato il bicchiere, poi riempiendolo lo porse a lei.
Ella lo prese, vi bagn le labbra, e cogliendo un istante in cui il giovane si era ripiegato verso la sponda opposta, lasci cadere il bicchiere che si ruppe.
La sgarbata che sono, disse lei.
Non gli di tempo di rispondere e lo strinse fremente fra le braccia.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Un tepido sole di gennaio sfavillava su quel mare che
si stendeva immobile con una lieve frangia di argento
lungo la curva del lido e delineando le citt e i villaggi
che si specchiano nel golfo incantevole.
In un punto della deserta spiaggia di l dai Granili
presso ad una barca con la chiglia affondata nella rena
alcuni uomini in costume calabrese discorrevano mentre
un giovane vestito di un elegante e ricco costume tra il
borghese e il militare dormiva all'ombra della barca al
cui anello di prua eran legati per le briglie due stupendi
cavalli l'uno sauro, l'altro morello.
Ma, diceva il Magaro a Pietro il Toro, dimmi tu
che pensi di un tal mistero, perch al certo ci  un
mistero in tutto questo.
Pietro il Toro, tozzo e barbuto, con gli occhietti un po'
loschi e una bocca tagliata a sghembo ci che conferiva
una certa aria di comicit alla sua fisonomia che per
nell'ira assumeva una tremenda espressione di ferocia,
Pietro il Toro si strinse alle spalle.
Chi ne capisce nulla? rispose. Io so quel che
sapete voi, che per sette giorni siamo stati alloggiati e
pasciuti a spese di non so chi; che per sette giorni
abbiamo goduto di un letto ben soffice in una casa che
da noi farebbe invidia al pi ricco galantuomo: abbiamo
avuto tavola imbandita due volte al giorno con vini, con
liquori e con ogni altro ben di Dio: che ogni mattina
trovavamo allo svegliarci una bella piastra sul tavolino
presso il letto, e tutto questo a nome di capitan Riccardo
che poi ci avrebbe fatto sapere ove dovevamo attenderlo
per tornarcene insieme, a fare quello che abbiamo
deciso di fare. So quello che sapete voi, n pi n meno,
cio che stamattina camminando lungo il lido avremmo
trovato capitan Riccardo. Ci siamo alzati all'alba,
abbiamo camminato lungo il lido ed ecco qui capitan
Riccardo che dorme coricato in sull'arena a rischio di
sciupare il bel vestito che ha avuto il torto di sostituire a
quello col quale era venuto. Quei due cavalli al certo
son suoi; quella valigetta sulla quale poggia il capo e
che sembra ben gonfia sar anche sua; quella sciabola
che pare d'oro e di argento, quella magnifica carabina,
quelle due paia di pistole, quel pugnale simile ai pugnali
che portavano nella cintola i Turchi nostri compagni nei
bei tempi del Cardinale, sono al certo anche suoi. E
questo so ed  tutto quello che voi sapete.
S, ma...
Volete che vi dica altro? Che io non capo nei panni
pel piacere, io che amo capitan Riccardo come un
figliuolo, perch credo che questa volta l'abbia afferrato
pel ciuffo la fortuna.
Ma come si spiega che egli era con noi quella notte,
quando Sua Maest ci fece giurare...
Zitto, disse Pietro il Toro, tu non ricordi che
promettemmo di non parlare di quel che si disse e si
fece quella notte se prima non  tutto ben ordinato?
 vero; ma qui siamo tra noi...
E che vuoi che ti dica? Che ne so io dove era? In un
luogo certo ove and senza un carlino in tasca e donde 
ritornato con un magnifico abito da cavaliere, una
gonfia valigia, due magnifici cavalli e delle armi degne
di un generale.
Vuoi sapere, disse il Ghiro con una certa aria di
sufficienza, dove sia il mistero? In quelle due donne
con le quali usc dal teatro.
Eh, via due donnette di quella folla scostumata e
briaca che se lo portarono via forse per scroccargli
qualche piastra! Ma ti pare? Quali donne che avesser
potuto fare dei regali come questi che abbiamo
sottocchi, si sarebbero avventurate in quella folla che
pareva in preda del demonio che maledetto sia. Se mai,
fu colpa di quelle donnette se manc al convegno di
quella sera.
Ma insomma. Ma insomma, anche se ci logorassimo il cervello
fino a domani non verremmo a capo di nulla. Bisogna
aspettare che si svegli.
Ma perch non lo svegli, Pietro? disse il Magaro.
 gi tardi: veggo nel sole che  l'ora della merenda:
se dobbiamo metterci in via...
Grazie tante, rispose Pietro. So bene che quando
uno  svegliato a mezzo il sonno  capace di dare anche
una coltellata al suo migliore amico. Io, per esempio,
divento una bestia. Eppoi dorme cos profondamente
che sarebbe proprio un peccato. Chi sa come avr
trascorso la notte!...
Nessuno mi caccia dalla testa che quelle due donne
mascherate ci entrano per qualche cosa.
Lo vedi che sei una rapa, un asino, un barbagianni,
a tua scelta? Guardalo in faccia: ti appare graffiato?
No, perch una tale domanda?
Perch se fosse stato finora insieme con le due
donne, una di esse per invidia, per gelosia, per dispetto
gli avrebbe strappato gli occhi. Ci scherzi? Chi pu star
sicuro in mezzo a due donne? Io ai tempi del Cardinale
avevo una certa simpatia per due di quelle che ci
seguivano, due di quelle che... mi capite. Una sera me le
portai tutte e due a cena. Sapete come fin? Che se non
le avessi mandate via gettandole fuori della porta mi
avrebbero strappato tutti i peli della barba.
Eran gelose di te, disse il Magaro con bonomia
troppo affettata per esser sincera.
S, s, erano entrambe gelose di me. Che vuoi dire?
Nulla. Eh, gi, le femmine sono cos strane nei loro
gusti!...
La grottesca fisionomia di Pietro il Toro si rabbui: i
loschi occhietti ebbero un lampo d'ira.
Il Ghiro tocc col gomito il Magaro e gli disse
sottovoce rapidamente.
Mutiamo discorso: evitiamo qualche guaio...
Dice bene il Ghiro, fece Pietro che aveva inteso, mutiamo discorso.
Nonpertanto stettero tutti e tre in silenzio. Poi, dopo
un pezzo, il Ghiro disse:
Ma, a dirla come , non mi par naturale il sonno di
capitan Riccardo. Dormire cos profondamente e all'aria
aperta di Gennaio e col sole negli occhi...
Infatti l'ombra si era a poco a poco ritratta e il sole
illuminava a pieno il viso del giovane che continuava
nel suo profondo assopimento.
Sar stanco e avr passato la notte non certo a dire
il rosario!
Pure non sono tranquillo; che diavolo, un sonno
cos profondo all'aria aperta!...
E Pietro il Toro si inginocchi sull'arena e curvossi
sul giacente.
Non c' che dire, fece poi risollevandosi, il
respiro  tranquillo... non ha mai dormito cos bene
anche nel letto pi soffice.
Intanto io ho fame, disse il Ghiro.
E io no?
Se hai mangiato come un lupo ieri sera...
Ahim, temo che di scorpacciate simili non se ne
faranno mai pi...
Eh via, se la cosa prender fuoco torneranno al
certo i bei tempi.
Ma sar un osso duro da rodere. I Francesi hanno
del fegato. Dicono che sono protetti dal diavolo...
Lo vedremo, Pietro, lo vedremo. Dietro un pino o
dietro un rovero non avrei paura di tutto un battaglione.
Zitto, zitto, esclam Pietro il Toro, il capitano ha
per poco aperto gli occhi.
Ho visto anch'io... ma li ha tornati a rinchiudere.
E tutti e tre si misero intorno all'addormentato che
invero si era mosso, aveva aperto gli occhi ma ancora
doveva avere sulle pupille la nebbia del sonno perch i
tratti del viso erano rimasti immobili.
Scuotiamolo, disse il Ghiro, scuotiamolo
dolcemente. Lasciate fare a me, lo sveglier senza che
se ne accorga.
Lo prese per le spalle, lo sollev lentamente, poi nel
rimetterlo a giacere lo rivolse un p sul fianco. Invero il
giovine aperse di nuovo gli occhi, stir le membra e
mentre i tre compagni si rialzavano discostandosi, si
guard intorno con l'aria di chi voglia rendersi conto di
una cosa strana. Infine vide i tre riuniti in gruppo che lo
guardavano.
E come vi trovate qui voi? disse; e poi di nuovo
guardandosi intorno: E come mi ci trovo io in riva al
mare all'aria aperta?...
Siamo qui da due ore, disse Pietro. Abbiamo
obbedito ai vostri ordini comunicatici iersera.
I miei ordini? mormor il giovine distratto
sollevandosi a sedere e continuando a guardare intorno a
s e poi alle sue vesti e poi ai cavalli e riportando gli
occhi di nuovo sui suoi compagni.
E per aspettare che vi svegliaste abbiamo anche
resistito al bisogno di rifocillarci, disse il Ghiro.
Guardate il sole: segna di un'ora trascorsa quella della merenda, e l in fondo ho visto una taverna...
Il giovane si teneva in silenzio, pensoso, ma
l'espressione della fisonomia era indizio che i ricordi in
lui si ridestavano e che man mano divenivano pi
precisi e pi coordinati. Ad ogni nuovo oggetto, la
valigia, le armi, i cavalli, che gli si offriva alla vista
faceva un atto di sorpresa come aveva fatto nel vedersi
vestito di un abito che non aveva mai portato. Per si
conteneva comprendendo che se avesse manifestato il
suo stupore avrebbe dovuto dar delle spiegazioni ai suoi
compagni, onde alle parole del Ghiro alz la testa, ch
gli avevano offerto il modo di uscir di imbarazzo.
S, s, disse, avete ragione. Se ci  dunque qui
vicino una taverna andate a far merenda. Ma per i
danari...
O che credete che la spendevamo tutta la piastra che
ogni mattina trovavamo sul tavolino presso il letto?
Ah, gi, disse lui dissimulando lo stupore,gi,
dimenticavo che siete alquanto provvisti. Andate
dunque che vi aspetto qui.
E non avete fame voi?
Io no. Andate: vi dir poi quel che dovremo fare.
I tre si allontanarono, ma nel loro viso si leggeva
come un vago scontento.
Che ne dite? fece il Magaro fermandosi quando
furono un cinquanta passi di l dal luogo in cui avevano
lasciato il giovane. A me pare che capitan Riccardo sia
ben pi sorpreso di noi di quello che gli  accaduto e di
trovarsi l. Ci guardava come se aspettasse da noi una
spiegazione. Non  vero, Pietro?
Ebbene, s. Anzi io credo che ci abbia voluto
allontanare per riflettere, che so io, per sbrogliare la
matassa. Se fossi stato solo con lui, lo avrei indotto a
parlare... con me non avrebbe fatto misteri...
Ma insomma, fece il Ghiro alzando le spalle, che
pu importare a noi di quel che ci nasconde? Dagli
effetti dobbiamo credere che non debba e non dobbiamo
essere poi scontenti del come vanno le cose. Per sette
giorni abbiamo mangiato, bevuto e dormito come
signori: danaro in tasca per il resto non ce ne  mancato
ed io ho ancora qualche piastra... Lui, il capitano, non
ha pi,  vero il suo bell'abito di calabrese, ma in
compenso,  vestito come un barone, ha con s delle
armi magnifiche, due magnifici cavalli e una valigia
piena di chi sa che ben di Dio. Andiamo a far merenda,
sentite a me, che le cose non potevano andar meglio del
come sono andate.
Capitan Riccardo era rimasto immobile, pensoso, con
gli occhi fissi a s dinanzi, ma volti a contemplar le
visioni dell'animo suo. A lui pareva che quella donna, di
cui non sapeva il nome, di cui non sapeva la casa nella
quale era pure vissuto per sette giorni, si fosse allora
allora distaccata da lui, ne sentiva ancora il sapore dei
baci, ne sentiva ancora il profumo acre nella sua
inebriante dolcezza, ne sentiva ancora fra le braccia il
corpo morbido e caldo. E come si trovava l, in quel
lido deserto, presso quel mare, sotto quel sole, lui che
test si era addormentato col capo sul seno di quella
donna, dalla quale si era inteso amato con s ardente
passione come se da molti anni le avesse acceso il
sangue ed infiammato il cuore e di cui aveva inteso tutto
l'ineffabile fascino nel sangue e nella carne? E chi era,
chi era quella donna che in s breve tempo era entrata
tanto violentemente nella vita di lui, della quale forse
per tutto il viver suo avrebbe dovuto subire l'influenza?
Chi era quella donna che andava mascherata in un
veglione tra la folla ebbra dal piacere; che riconosciuta
era stata atrocemente ingiuriata; che lo aveva fatto
raccogliere ferito, che lo aveva fatto curare, che lo
aveva tenuto per sette giorni prigioniero e che in quella
notte gli si era data con tanto fremente abbandono? Chi
era quella donna che aveva servi cos devoti, medici
cos discreti; che aveva fatto ricercare i compagni di lui
e aveva provveduto largamente al bisognevole e che poi
li aveva fatti avvertire che lui in quel mattino, in
quell'ora, si sarebbe trovato in quel lido? Chi era, chi era
la donatrice dei due bellissimi cavalli, delle armi degne
di un principe, e che lo aveva fatto portare in quel lido
mentre era addormentato? E come, come il suo sonno
era stato s duro, s tenace da resistere mentre al certo
avevan dovuto vestirlo di quegli abiti, prenderlo in
braccio adagiarlo in una barca e deporlo poi su quella
spiaggia?
Ah! esclam lui ricordandosi della voglia che ella
aveva avuto di bere e dell'aver voluto che lui bevesse
pel primo. Ah! la bottiglietta, la bottiglietta! Certo vi
aveva messo un potente narcotico.
Ma chi era, chi era quella donna?
Un lampo gli attravers il cervello; lesse un nome in
quel lampo.
Sua Maest la Regina!
Fu un lampo, fu un nome che lo fece rabbrividire. Per
lui la Regina, come ogni cosa che avesse il fastigio della
regalit, e come per tutti che vivevano lontani dalla citt
in cui la Corte risiedeva stabilmente o per poco, la
Regina assai pi del Re era un essere cos in alto, cos
lontano dal reale, dal sensibile, da tutto ci che avesse
attinenza con la vita degli altri uomini, da esser
considerata pi come una idea che come una persona.
Le romanze che i vecchi contadini raccontavano la sera
accanto al fuoco la dipingevano come fatta di sole, con
una corona di gemme sulla fronte, seduta su un trono
d'oro custodito da tigri e da leoni: si nutriva di pane
d'oro servito in piatti d'oro, e le parole fatali che le
uscivano dalla bocca di corallo erano ascoltate in
ginocchio, e con gli occhi chini, e guai, guai a sollevarli
perch il fulgore delle reali pupille era tale che gli
imprudenti ne sarebbero rimasti accecati. Ora lui che
per quella Regina, per quel Re aveva versato il suo
sangue, era stato troppo a contatto con la gente che
aveva visto da vicino nel suo palazzo, le regali persone
per aver la stessa ingenua credenza dei contadini delle
sue montagne; non pertanto gliene era rimasto un sacro
rispetto, un profondo convincimento che fossero
immuni dalle debolezze e dalle passioni umane e che
Dio ad esse avesse conferito il diritto di vita e di morte
sui loro sudditi. Come dunque credere che dal soglio
quella donna fosse discesa fino a lui; che egli avesse
baciato quella bocca la cui parola poteva essere una
grazia od una condanna; avesse baciato quella fronte su
cui posava la regale corona: che egli, infine, povero 
trovatello, povero ed oscuro soldato di ventura, fosse
rivale di un Re e avesse avuto fra le braccia fremente di
amore la figlia di una Imperatrice?
 vero per che ne aveva inteso dire un gran male, da
alcuni che la dicevano feroce ed implacabile nelle sue
vendette, da altri che aveva avuto di molti amanti: ma
aveva anche inteso dire che eran quelle delle vili
calunnie spacciate dai rivoluzionari i quali pur di
abbattere il trono e l'altare non si facevano scrupolo di
vilipendere con orrende menzogne il Re e la Regina, la
Regina specialmente da essi pi temuta. Inoltre gli
amanti che le si attribuivano erano principi o ministri,
onde se anche quelle voci non mentissero, come credere
che Ella, la quale a pi del trono aveva tanti superbi e
magnifici signori su cui posare lo sguardo, si fosse
avvilita a far di lui l'amante di una notte, di lui povero e
rozzo montanaro?
Egli dunque respingeva come insano il dubbio che
per un istante gli era balenato nella mente. Ma se non
era, e non poteva essere la Regina, certo la donna che
egli aveva difeso e che lo aveva compensato con una
notte d'amore, esser doveva fra quelle che possono far
piegare alla loro le altrui volont; che sicure del silenzio
dei loro fidi possono contare sulla loro devozione e sulla
loro complicit nello appagamento dei capricci. Una
Regina cos fiera ed insieme cos odiata avrebbe
sdegnato il contatto della folla che quella sera gremiva il
teatro, di quella stessa folla alla quale poco innanzi si
era mostrata sul palco reale in tutta la superba maest di
donna e di sovrana.
Chi era dunque, chi era quella donna?
E rivedendola, perch a costo anche di sparger tutto il
suo sangue, ne sarebbe andato in traccia, l'avrebbe
riconosciuta? Era bellissima s, stupendamente bella, ma
il viso nella semioscurit dell'alcova era come velato
dall'ombra, sicch in lui ne era rimasta come una
immagine confusa. Ah, perch, perch smarrito,
sconvolto dalla apparizione che credeva un miraggio
della fantasia, non si era imposto di dominarsi per veder
bene in viso ed in piena luce la donna che l'aveva
sopraffatto; e nel delirio, in quel subito divampar del
sangue non aveva serbato tanto di ragione da
costringerla a svelargli il nome e lo stato?
Ed il giovane che si era seduto sulla murata della
barca, ricercava nella memoria il viso di quella donna,
ma con dolore riconosceva che esso sfumava
nell'ombra. Ed avrebbe vissuto sempre in una tale
incertezza. E se quella donna, appagato il suo capriccio,
non gli desse pi nuove di s, avrebbe dovuto portare
non solo nella sua anima, ma nel suo sangue il ricordo
di quella notte divenuto una smania angosciosa. Ed
anche se un giorno si fosse incontrato in lei, nessuna
prova, nessuna poteva addurre per costringerla a
confessare di esser lei la sconosciuta che in premio del
sangue da lui versato per lei gli aveva avvelenato il
sangue coi baci di quella notte!
In questo intese un colpo di cannone: si scosse e
guard lontano donde il rombo era venuto: poi altri
colpi ed altri si susseguirono ad intervalli, e nello stesso
tempo vide tre navi uscir dal porto e in una di esse
spiegato al vento il bianco pavese reale.
Un pescatore proprio allora era disceso dalla sua
barca e tirava le reti alla riva.
Dimmi, amico, chiese il giovane, perch quei
colpi di cannone?
Il pescatore si tolse il berretto e poi rispose:
 la Regina che va a raggiungere il Re in Sicilia.
Ah, povera donna, non lei certo avrebbe abbandonato
cos noi e la citt nostra ai Francesi che vorranno
vendicarsi della batoste che ebbero cinque anni or sono.
Povera donna, ha fatto quel che ha potuto, ma.. gliela
far pagar cara, vedrete.
Grazie, buon'uomo, disse il giovane nel cui animo
eran sorti nuovi dubbi che lo tenevano perplesso.
Il pescatore torn alle sue reti. Capitan Riccardo fu
tratto dai suoi pensieri dalla vista della valigetta su cui
dormendo aveva poggiato il capo. Fin allora n i due
cavalli, che sbuffavano talvolta scalpitando, n le armi
deposte presso il luogo in cui lui aveva giaciuto, n la
valigetta avevano attratto la sua attenzione.
Ah, disse con un grido, chi sa, chi sa non vi
trover svelato il mistero. Ed io che mi ci affannavo!
Ma avrei dovuto incominciare con aprirla, ed ogni cosa
si sarebbe chiarita.
Cos dicendo apriva con mano convulsa la valigetta
che era chiusa e stretta soltanto dalle cinghie.
Delle camice ? disse lui allorch l'ebbe aperta, il
pensiero  gentile, ma... Ah, una borsa... delle monete
d'oro... una somma, una somma cospicua!... Mi ha
voluto pagare dunque il sangue che ho sparso per lei...
No, no, per mille diavoli, il mio sangue non lo vendo...
Getter al mare questa borsa se non potr restituirgliela.
E nulla, null'altro? Vediamo, vediamo ancora... Non 
possibile, no. Del danaro a me, a me! Ah, se avessi
osato offrirmelo stanotte, sarebbe bastato per farmi
riacquistar la ragione.
L'ira per ci che reputava una ingiuria gli aveva
acceso il volto; pur continuava a frugare.
Cosa  questa, cosa  questa? grid poi. Un
portafoglio, delle carte... Ah, finalmente, finalmente!
Nel dispiegar le carte le mani gli tremavano, l'ansia
non gli faceva discerner bene i caratteri. Si alz per
rimettersi in calma.
Ors, disse poi. Ho come un presentimento che
legger il decreto de! mio destino, e che da questo punto
incomincia per me una novella vita. Ors: bisogna
leggere attentamente e con animo sereno.
La carta era scritta con caligrafia sottile, ma ben
marcata. Il giovane lesse:
Colei per la quale voi rischiaste la vita, non pu per
adesso svelarvi il suo nome: per da vicino o da lontano
veglier su voi sicura che vi manterrete sempre degno
della sua fiducia e del suo interessamento. Ogni
indagine per sapere chi essa sia vi  proibita; perdereste
il suo favore, che vi far toccare una altissima meta, se
propalaste ci che in questi giorni vi  parso un mistero
e che vi sar svelato a suo tempo; e poich la persona
che vi scrive  abbastanza potente sareste anche punito
delle vostre indiscrezioni. Ubbidite ciecamente, senza
indagarne mai le ragioni, agli ordini che ella vi far
giungere: siano la vostra mente e il vostro braccio
sempre ed ovunque consacrati a lei e un giorno
benedirete l'incontro di quella notte ed il sangue sparso
per una sconosciuta. Avendo garantito per voi e pel
credito che chi scrive gode presso i nostri Sovrani, ha
potuto ottenere per voi la nomina ad emissario segreto
di Sua Maest la Regina e qui acclusa troverete una carta che
vi dar autorit di fidato intermediario sui i capi del
movimento che si inizier fra poco a sostegno dei diritti
del nostro legittimo Re. Che la vostra fierezza non si
adombri pel contenuto della valigia:  il vostro stipendio
di un anno che vi si manda in nome e per conto di Sua
Maest; le armi i cavalli sono il dono della dama al
bello e prode cavaliere. E pensate che la vostra vita
oramai appartiene all'amore di lei e alla vostra fortuna.
Dopo aver letto il giovane rimase con gli occhi fissi
su i caratteri come per chiedere ad essi il segreto che
nascondevano, e la spiegazione del mistero che diveniva
sempre pi fitto. Ma compiegato al foglio ce ne era un
altro la cui lettura lo fece trasalire. In esso era scritto:
Ordino a tutti i capi della banda che combattono pel Re
legittimo dato da Dio a questo regno, di riconoscere come mio
emissario segreto il colonnello Riccardo e di ubbidire ai suoi ordini
come se fossero i miei.
Carolina d'Austria Regina di Napoli.
Presso la firma era impresso un gran siggillo rosso
con lo stemma reale.
Emissario segreto della Regina! mormor il
giovane ancora trasognato. Io, io? Con autorit
suprema su tutti i capi delle bande! Colonnello, io?
Si pass la mano sulla fronte, torn di nuovo a
leggere il biglietto... Era un'allucinazione era perfido
giuoco della fantasia? Pure quell'oro, quelle armi, quei
cavalli erano l sotto e innanzi ai suoi occhi. E quella
donna, restava pur sempre un ignoto per lui! E oltre la
Regina cui doveva quel grado, quello ufficio, quella
missione, ci era un'altra donna che d'ora in poi era
padrona e signora della sua vita? O forse quel che
doveva alla Regina doveva anche all'ignota! Eran due le
padrone o era una della sua vita, una regina ed amante,
che fondeva insieme l'amore e la politica, che lo armava
per una guerra terribile e sanguinosa e gli riprometteva
la dolcezza inebriante dei suoi baci?
Alz il capo, si guard intorno, poi lo sguardo rimase
fisso sulle tre navi reali che si allontanavano sempre pi
con le vele spiegate, e col bianco pavese dell'albero di
maestro spiegato ai venti. Sentiva, come se un filo
misterioso lo unisse a qualcuno che era in quella nave;
sentiva nel suo pensiero, nell'anima sua la vibrazione di
un'altra anima, di un altro pensiero. Gli pareva che fosse
in un altro mondo, che vivesse l un'altra vita, che lui
fosse un altro. Che cosa era rimasto in lui di un passato
pure cos recente? Come gli appariva lontano e confusa
nella nebbia la casetta di zio Carmine, il molino di
Geltrude, il castello...
Ah, no, no, una immagine si designava nettamente in
quella nebbia lontana, una immagine che obbliata per
poco sorgeva dal fondo dell'anima sua: l'immagine di
Alma. Ma, cosa strana, a lui pareva che ormai non
avesse pi il diritto di affissare in essa lo sguardo; a lui
pareva di farle oltraggio col rievocarla e che anche
quella limpida e bianca idealit che per tanti anni era
stato il pi puro, il pi dolce sentimento dell'anima sua
dovesse morire col passato che in quel punto era morto.
Ma quale, quale sarebbe stata la sua nuova vita, quale
il suo avvenire? La guerra, una guerra atroce, terribile,
in cui forse sarebbe morto; ma non era questo che gli
importava; ma vinto o vincitore, se il ferro e il piombo
nemico l'avessero lasciato incolume, quale catastrofe o
quale apoteosi l'attendeva? Dove l'avrebbe tratta la
mano morbida di quella donna che la notte innanzi
aveva inteso carezzevole fra i ricci dei suoi capelli e che
adesso sentiva poderoso come se per gli stessi capelli
l'avesse afferrato e lo tirasse dietro a s. Dove?
Nell'abisso in cui precipitano i delusi che non seppero
padroneggiar la fortuna, o sulla vetta in cui giungono i
forti e gli audaci?
Ebbene s, disse lui con una subita risoluzione: O nello abisso o sulla vetta.
E gli occhi gli sfavillarono di ardimento, e il viso
maschio e fiero si illumin come se in quell'istante il
giovane avesse ritrovato il nuovo s stesso sorto
dall'anima sua.
Chiuse la valigia che poi allacci sulla sella del sauro
il quale nitr di piacere alle carezze del giovane: cinse la
spada, infil alla cintura la pistola, mentre impaziente
guardava verso il luogo in cui i compagni erano a
rifocillarsi. Poco dopo li vide venire.
Si accorse che lo guardavano con meraviglia tanto ad
essi parve diverso da quello che era nello svegliarsi.
Presto, disse, presto, che  tardi. Monterete a
vicenda sull'altro cavallo. Del resto so che avete buone
gambe. Fra quattro giorni dobbiamo essere in Calabria.
In ci dire balz in sella e prendendo la carabina che
Pietro il Toro gli porgeva con aria un po' ammusonita
perch aveva sperato che il giovane gli confidasse i suoi
segreti:
Via, su, disse con voce di comando. Monti per
primo Pietro, poi voi altri, man mano.
Si avviarono. In quel mentre il giovane che fissava
l'occhio verso il mare lontano, vide le tre navi che eran
giunte presso l'estrema curva dell'orizzonte e che
apparivano come ali di alcioni nell'azzurro del mare e del cielo.
Andiamo, mormor Riccardo, verso l'amore, verso la fortuna, oppure, che importa? verso la morte!
...
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PARTE SECONDA.
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CAPITOLO 1.
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Nella casetta di Carmine, innanzi ad un buon fuoco,
mentre fuori scrosciava la pioggia e rombava il tuono,
sedeva la vecchia Geltrude insieme col suo vecchio
amico che, a credere a quanto si diceva dai maligni era
stato il suo amante.
Gli  che Geltrude quel giorno era salita dalla vallata
in cui era il molino per alcune faccenduole che doveva
sbrigare nel paesello, poi entrata nella casetta di
Carmine per salutare l'amico si era indugiata innanzi al
focolare ch la temperatura di quel giorno di gennaio
era assai rigida: intanto era venuta gi la pioggia e in
fondo alla vallata si sentiva minacciosamente rombare il
torrente, sicch Carmine aveva detto:
Via, resta qui stasera; non odi che vento e che
pioggia.
La vecchia aveva scrollato il capo con un certo lampo
di malizia negli occhietti.
Bravo, disse poi con un far lezioso, perch si dica
poi che....
Che cosa? chiese Carmine ingenuamente.
Si rimettano in campo certe vecchie storie... certe
calunnie...
E con le mani al fuoco, curva sulle ginocchia lo
guardava sott'occhi mentre stringeva le labbra per non
scoppiare a ridere.
Carmine, che non se l'aspettava, la guard alla sua
volta come stupito che tali idee le potessero venire in
testa.
Non far la sciocca, andiamo, le rispose. Ti
assicuro che adesso, dopo quaranta anni tu ne avevi
venticinque ed io trenta, ricordati, non desteremmo
scandalo neanche se ti trovassero seduta su i miei
ginocchi...
Era stata al certo una bella donna quella vecchietta
rugosa e bianca che l'et aveva stremata, e che pareva
ancor memore dei bei tempi della giovinezza.
Stettero per poco in silenzio. L'uragano continuava.
Ti far un lettuccio presso a questo buon fuoco, disse Carmine che fumava raccolto in angolo della
cassapanca. Se dimani schiarir, te ne andrai di buon
mattino.
Credo anche io, rispose Geltrude, che sarebbe
imprudenza tornare al molino. Ma ti avverto che non ho
sonno e che tu devi mantenermi la promessa che mi
facesti tante volte.
Quale promessa?
Di narrarmi tutta la storia dei due fratelli, dei due duchi di Fagnano... A proposito, hai avuto nuove di Riccardo.
Carmine trasal e levandosi la pipa di bocca guard la mugnaia.
A proposito. A proposito di che? chiese con evidente mal'umore.
Via, via, siamo soli, non  vero. Nessun timore che
si possa origliare all'uscio di strada: ognuno a quest'ora
e con questo tempaccio se ne sta rintanato innanzi al
focolare. Eppoi non hai compreso da certe mie parole
che qualche cosa la so anche io. Quando ci
accorgemmo che Riccardo aveva una certa idea che a
nessuno nato come lui sarebbe venuta in testa: che egli
da questa povera casuccia ove fu raccolto per carit,
aveva osato alzar gli occhi tanto in alto, in alto sia pure
per contemplar la stella che vi splendeva, n tu n io ce
ne mostrammo sorpresi, come se ce l'aspettassimo,
come se fosse una cosa naturale, ed invece in un altro
come lui sarebbe stato una cosa da non potere esser
pensata neanche dalla mente di un pazzo.
Fanciullaggini! disse Carmine tra una boccata e
l'altra di fumo.
 vero s, fanciullaggini, alle quali non penser pi
ora che per aver vissuto fra tanta gente, in paesi ove si
diviene pi pratici della vita, avr compreso che in certi
casi  da folle financo l'alzar gli occhi al cielo; ma
perch non ci sorpresero allora. Tu avresti dovuto
accorgerti che io, per non esserne stupita dovevo sapere
qualche cosa.
Sai che ti dico, Geltrude, sai che ti dico? rispose
Carmine scrollando il capo. Che volgono tristi tempi
per noi, e assai pi pel duca.
Come? come? Perch?
Perch ho inteso dire che i Francesi... te li ricordi, quegli stessi che sebbene in pochi furono qui da noi sei
anni or sono dopo aver scacciato dal trono, orribile a
dirsi, il Re e la Regina e che furono poi alla loro volta
scacciati dal Cardinale sotto i cui ordini il nostro
Riccardo fece prodigi di valore tanto da esser nominato
capitano. Ora invece son molti, molti; si dice che la
Corte sia di nuovo fuggita in Sicilia, e che si preparino
brutti tempi perch coloro che nell'ultimo anno dello
scorso secolo presero le armi per riconquistare il trono,
hanno avuto molti danari per assoldar gente a far la
guerra ai Francesi e a tutti coloro che prenderan le loro
parti.
Ges, Ges, che mi conti! E Riccardo per questo 
partito col Ghiro, col Magaro e con quel vecchiaccio
impenitente di Pietro il Toro.
Lo temo pur troppo, anzi ne son quasi sicuro. E
vedremo ancora questi nostri monti disseminati di morti
e bagnati di sangue, anche di sangue innocente!
S, ma come c'entra il duca di Fagnano che, beato
lui, ha tanti danari e gi si  posto al sicuro con la
figliuola.
Ci entra perch i Francesi l'hanno a morte con lui, e
al certo ne sequestreranno i beni, ne saccheggeranno il
castello, e forse chi sa, verranno a chiaro certe cose... Il
duca ha nemici assai fra i suoi stessi parenti che l'odiano
perch essi son tutti frammassoni e quindi amici dei
Francesi, mentre lui , come dicono, borbonico e
sanfedista.
Frammassone! disse la vecchia Geltrude in aria
pensosa. Intesi dire questa parola quando il fratello del
duca fu messo in carcere pi di venticinque anni or
sono, donde pare che fosse fatto fuggire. E allora si
disse che era stato il duca attuale a denunciarlo come
eretico, come, che so io, repubblicano... Ci credi tu a
queste voci. E credi tu che il vero duca, il primogenito,
colui al quale spettava il maggiorasco con tutti gli
immensi beni ereditati dallo zio, il marchese di Cerzeto,
sia veramente morto.
Ma, rispose Carmine, so quel che si disse, che era
fuggito in Francia, donde il duca fece venire l'atto di
morte.
E parmi che era stato condannato.
Sicuro, dalle leggi ecclesiastiche e dalle civili,
dall'una come eretico e come stregone perch quando lo
arrestarono trovarono in camera sua teschi, stinchi,
animali impagliati, fiale, libri stampati con caratteri
strani, e moltissime lettere dei suoi amici di Francia che
provavano come egli non credesse a Dio, sempre sia
lodato, e congiurasse per fare quel che poi i Francesi
fecero: uccidere i re, i signori, i preti, i frati e
proclamare la Repubblica. Perci fu condannato in
contumaccia alla pena di morte.
Ma era davvero un uomo cos sanguinario, cos
invasato dal diavolo.
Chi lui? esclam Carmine con impeto. Era il
pi buono, il pi dolce, il pi caritatevole signore che
sia mai nato su questi monti. Era sempre proclive a
consigliarci, ad aiutarci e non sdegnava lui, il potente
duca di Fagnano, marchese di Cerzeto e grande di
Spagna di prima classe che aveva il diritto di stare col
cappello in testa innanzi al re, capisci? innanzi al re col
cappello in testa, non isdegnava, poich si intendeva di
medicina, di entrar nelle umili casucce dei contadini se
sapeva che alcuno fosse malato, per curarlo,
provvedendolo insieme di medicine, di cibi e di vini generosi.
Il fratello  tutt'altro uomo, disse Geltrude, superbo, avaro, non l'ho visto mai rispondere al nostro
saluto. I pochi giorni dell'anno che dimora qui con la
figliuola se ne sta sempre nel castello. Ma via, Carmine,
so che tu ci entri per qualche cosa nella storia del
fratello che fu condannato a morte come eretico e come
cospiratore. Son cose oramai passate, che hai da temere
infine. Ti confesso che muoio dalla voglia di sapere la
verit. Ti giuro sulla Madonna del Carmine che non una
parola mi uscir di bocca. E poi, il duca ora  ben
lontano; ha portato con s la figliuola e si dice che non
torner pi... Che ci vuoi fare?  da tanto, da tanto che
mi struggo dal desiderio di sapere come and la
faccenda.
Quale faccenda?
Del matrimonio. Perch non credere che la cosa sia
rimasta occulta. Il duca di Fagnano, il morto, spos in
piena regola la povera Rachele, la figlia del barone di
Pietrasanta la quale poi mor di una morte s strana. Ma
dove, ma come, ma quando? Nessuno ne sa niente. Il
barone di Pietrasanta, quando seppe che la figliuola era
l'amante di un discendente di quei duchi di Fagnano coi
quali i suoi per tanti secoli, si pu dire, erano stati in
lotta e che era finita dopo tanto sangue sparso da una
parte e dall'altra con la rovina totale dei Pietrasanta,
oppresso dalla miseria, dall'onta, dal dolore, mor
quando la figliuola non pot pi occultargli le
conseguenze del suo fallo. Insomma, caro Carmine, vedi
che  inutile il continuare a far con me l'inconsapevole.
Andiamo, via; non sono stata un tempo la tua amica del
cuore? non ti ho sempre voluto bene anche dopo che la
vecchiaia ci ha raffreddato il sangue? Eppoi, chi sa,
certe cose  sempre buono a saperle in due.
Il vecchio Carmine aveva ascoltato con un viso che
rifletteva i vari sentimenti dell'anima. Infine parve
convinto.
Ebbene, disse levandosi la pipa di bocca, se mi
prometti di esser prudente e ne comprenderai da te
stessa la ragione; se, cosa ben difficile per voi donne, mi
giurerai di tener per te i particolari della triste storia che
ti narrer, i quali se si sapessero potrebbero forse
costare la vita a me e quel che pi importa a persona
anche a te molto cara: se dunque...
Via, via, non la far pi lunga, esclam la vecchia, ho capito, ho capito: questa persona molto cara a me, 
Riccardo, non  vero, Riccardo? 
Prometti dunque, disse Carmine, prometti di non
dir mai a nessuno quel che ti narrer.
Se l'ho giurato sulla Madonna del Carmine!
Ascolta dunque e saprai quel che pu l'avarizia,
l'ambizione nell'anima di un uomo.
L'uragano era cessato: il paesello taceva nelle
tenebre. Ed ecco la storia che il vecchio Carmine si mise
a narrare.
Il vecchio duca, il padre dei due fratelli Tommaso e
Silvestro, prediligeva il primo che esser doveva l'erede
dei suoi titoli e dei suoi beni, ed anche perch pi buono
d'indole dell'altro che fin dalla prima giovinezza si era
addimostrato superbo, arrogante, ipocrita e propenso
solo ai bagordi, tanto che non aveva voluto darsi n alla
carriera delle armi, n a quella del sacerdozio che era la
carriera percorsa da tutti i cadetti della grande famiglia;
e quantunque il duca avesse preso ai suoi servigi un
dottissimo abate per l'educazione dei suoi figliuoli,
mentre Tommaso studiava con passione, Silvestro a
venti anni sapeva appena appena leggere. Tra i due
fratelli non ci era punto buono accordo, e non certo per
colpa del primogenito che dal minore si sentiva odiato
ed invidiato pel grande affetto che meritatamente a lui
portava il padre, al quale non aveva dato mai un dolore,
mentre l'altro non ci era giorno che non gliene facesse
una. Ora una madre, a cui Silvestro aveva sedotta la
figliuola faceva risuonare di pianti e di grida il castello:
ora un padre, cui Silvestro ubbriaco aveva ferito il
figlio, chiedeva un risarcimento; ora un contadino
ricorreva per un abuso, o un sopruso, o un danno
prodottogli dalla malvagit del giovanotto; insomma il
vecchio duca ne era disperato. N si pu dire che fosse
del tutto contento dell'altro, sebbene quieto, tranquillo,
studioso, troppo anzi studioso per un giovane che per la
sua nascita, era chiamato a ben altro che a viver la vita
dello scenziato, onde l'avrebbe voluto meno timido,
meno semplice di costumi, pi incline al fasto. Insomma
sarebbe stato ben lieto se l'uno con le sue virt avesse
avuto un po' dei vizi dell'altro, e l'altro coi suoi vizi
avesse avuto un po' delle virt dell'uno. Ora mentre
Silvestro, il minore aveva fama di essere un gran
scavezzacollo, l'altro incominciava ad acquistar nome di
un grande scenziato, quantunque ancora giovanissimo, e
si teneva in continua corrispondenza con gli altri
scenziati, di Francia specialmente, i quali finirono col
guastargli la testa.
Quando il vecchio duca venne a morire, i due fratelli,
l'uno dei quali aveva ereditato col titolo tutti i beni, una
fortuna colossale, mia cara, cui si aggiunse poi quella
del marchese di Cerzeto, non ebbero pi freno alle loro
inclinazioni. Silvestro quantunque povero si diede a
sfoggiarla facendo dei debiti, e quando non trov pi chi
gli desse dei danari, ne chiese al fratello che in sulle
prime non glieli neg, ma poi fu costretto a stringere i
lacci della borsa onde l'odio si accrebbe del cadetto che
non poteva pi soddisfare le sue costose passioni. Da
qui malumori, liti, scene violente, che avevan diviso il
paesello in due parti, dell'una parte la gente seria,
dall'altra tutti gli amiconi, i compagni d'orgia del
cavaliere Silvestro. Per anche la gente seria non poteva
trattenersi dal rimproverare al nuovo duca l'abbandono
dei suoi vasti poderi, abbandono che danneggiava anche
i poveri contadini ai quali mancava il lavoro e col lavoro
la pur miseria mercede.
Cos stavano le cose quando incominci a parlarsi
vagamente di un amoretto del duca, il quale fin allora
non aveva voluto prender moglie, non solo, ma non
aveva voluto mai aver che fare con donne, neanche a
svago giovanile. Indovina mo' chi aveva fatto il
miracolo di innamorarlo. La figlia di un acerrimo
nemico di casa Fagnano, una giovanetta bella come un
sole, pura e buona come una santa, la quale aveva un
padre di testa s dura, di cuore cos impregnato d'odio
per quella famiglia la quale aveva rovinato la sua che
avrebbe dato pi volentieri la figliuola al diavolo o al
pi pezzente dei taglialegna della Sila anzicch ad un
discendente di quei duchi di Fagnano, uno dei quali gli
aveva ucciso il nonno, un altro aveva ferito il padre e
rimontando a ritroso dei secoli ad ogni generazione si
sarebbe trovato un barone di Pietrasanta ucciso da uno
dei duchi di Fagnano, e uno dei duchi di Fagnano ucciso
da uno dei baroni di Pietrasanta.
Un secolare litigio per una certa eredit, gi in
possesso di quest'ultimo, era stato vinto dai primi, onde
al barone di Pietrasanta non era rimasto che il titolo
nobiliare e la miseria per compagni: la miseria dei
signori  pi tetra, pi triste, pi angosciosa della
miseria di coloro che in essa son nati! Ora, dirai, tu se il
duca si era innamorato della figliuola del barone, il
matrimonio, non avrebbe posto fine alla secolare
inimicizia e i danni apportati dall'una all'altra famiglia
non sarebbero stati riparati. E questo avrei detto anche
io; ma chi, chi avrebbe potuto persuadere il barone,
superbo pi del diavolo, iroso, cocciuto, accecato
dall'odio? Neanche la figliuola, quantunque fosse l'unico
essere da lui amato, neanche la figliuola, che dopo la
morte di lui sarebbe rimasta povera e sola, lo avrebbe
indotto ad accettare per genero il nuovo capo della
aborrita famiglia.
I giovani dunque si erano incontrati non so dove e si
erano intesi non so come, ma sai bene che l'amore,
quando vuole rendere infelici due cuori sa bene come
fare, e non ci son mura abbastanza massicce, n porte
abbastanza ferrate ed inchiavardate, n condizioni
sociali, n lontananza ad impedire che si compia quel
che ha decretato; so soltanto che si amarono con tutto
l'impeto e la giovanile spensieratezza, di cui poi la
poveretta dov subire le tristi conseguenze. La casuccia
nella quale il barone di Pietrasanta, dopo la totale rovina
della sua famiglia, si era ridotto a vivere era posta in
fondo al villaggio: il giovane duca fu anche da me
incontrato parecchie notti quando vi ronzava intorno,
anzi una volta io mi appiattai per accertarmi se fosse
vero quel che si buccinava che quando il barone se ne
andava a letto, ella aprisse la porta all'amante e dovetti
convincermi che si era detto il vero e che il duca entrava
per uscirne all'alba.
Egli per tutto il giorno se ne stava chiuso nella sua
biblioteca; ma intanto altre e ben gravi voci correvano
sul suo conto, propalate dagli amici del fratello; che il
duca attendesse ad opera di stregoneria; che
manipolasse non so quali filtri col sangue dei fanciulli
rubati da alcuni suoi fidi alle madri: che facesse rubare i
morti dalle loro fosse per farne non so qual diabolico
uso; e si diceva inoltre che egli era in segreta
corrispondenza coi rivoluzionari della Francia che
congiuravano per uccidere i re, e per mettere sugli altari,
invece di Dio, il Diavolo: che nel castello andavano
spesso di notte alcuni sconosciuti detti frammassoni,
appartenenti ad una setta nemica del re e della religione!
E che davvero una o due volte al mese degli uomini che
giungevano a cavallo da molto lontano, andassero al
castello me ne accertai anche io; ma se davvero
sgozzassero dei fanciulli, se un prete celebrasse la
messa sul grembo nudo di una donna e bevesse del
sangue umano, invece del vino consacrato, questo poi
non so, ma anche questo si diceva. N il fratello del
duca smentiva tali voci, anzi col suo contegno incerto,
con la sua aria imbarazzata quando qualcuno gliene
parlava riusciva a confermarle.
Un bel giorno, che , che non , si veggono arrivare
molti soldati con gli uscieri e un giudice, i quali
circondarono il castello. Immagina i commenti,
immagina quante se ne contavano: si faceva a chi la
dicesse pi grossa. Il giovane duca quantunque buono,
caritatevole, generoso, non aveva n amici n nemici,
all'incontro del fratello il quale era spalleggiato da tutti i
suoi compagni di crapula. La sera con grande stupore si
vide il duca salire in una carrozza col giudice il quale
aveva un aspetto assai arcigno e severo. In breve corse
la voce che il duca era stato arrestato, confermato dal
cavalier Silvestro, il cui volto era atteggiato a dolore
mentre rispondeva: Gliel'avevo detto io, glielo avevo
detto io! a chi gliene domandava.
Ed il cavalier Silvestro rimase padrone e signore del
castello.
Qui Carmine si interruppe: riaccese la pipa e si diede
a fumare in silenzio.
E il cavalier Silvestro  l'attuale duca di Fagnano! 
disse Geltrude che aveva ascoltato attenta e raccolta.
N pi n meno, rispose Carmine, il cavalier
Silvestro  l'attuale duca di Fagnano!
Che, se ho ben compreso, denunci suo fratello...
Non ho detto questo, rispose Carmine con aria
sorniona.
Non l'hai detto, ma tu ne sei convinto.
Oramai ne son convinti tutti! mormor Carmine.
Prosegui dunque, prosegui, ch al certo ora verr la
parte pi interessante.
Passarono due o tre mesi, continu Carmine, in
cui noi altri nulla sapevamo della sorte toccata al duca,
sapevamo soltanto, che al castello ci era tavola
imbandita ogni sera e suoni e canti e... tu intendi il resto.
Il cavalier Silvestro si era circondato di ben cinquecento
armigeri, scelti fra i pi temuti malfattori sfuggiti alla
giustizia e se la godeva senza scrupoli in un
libertinaggio sfacciato. Una sera io era tornato allora
allora dalla montagna e, stanco come era, mi accingevo
ad andare a letto, quando intesi picchiare alla porta di
strada. Chi poteva picchiare a quell'ora Apersi e vidi un
uomo che non riconobbi non solo perch era buio fitto,
ma anche perch nascondeva il viso nella falda del
mantello. Chi siete e che volete? dimandai. Lo
sconosciuto entr, si tolse il mantello e alla luce della
lanterna chi vidi: Il duca di Fagnano, quello che
avevano arrestato, proprio lui. So che siete uno dei
pochi galantuomini di questo paese, mi disse, e perci
son venuto a chiedervi un gran servigio. Io ero
sbalordito: lo sapevo in carcere; era dunque libero, era
dunque fuggito. Il duca lesse lo stupore nel mio viso e
si affrett a dirmi: Sono evaso stanotte. Mi occorrono
due testimoni nel mio matrimonio con la baronessa di
Pietrasanta. Il parroco  stato avvertito e ci aspetta in
chiesa. Volete essere uno dei miei testimoni? Potevo
rifiutare. Ero cos stupito che non seppi dire n si n no.
Uscimmo. Fuori vidi un uomo in attesa: era l'altro
testimone, nel quale riconobbi Pietro il Toro.
Ah! esclam Geltrude, ora comprendo perch...
Carmine non la lasci proseguire e continu:
Tutti e tre in silenzio scendemmo per la
stradicciuola che conduce fuori il paese. Giunti presso la
casa del barone di Pietrasanta il duca ci accenn di
sostare poi fece sentire un sibilo leggiero, dopo il quale
la porta della casa si aperse e io vidi una figura di donna
avvolta in un mantello, la quale prese il braccio del
duca. Tremava a verghe come se avesse la febbre,
mentre il duca con dolci parole la veniva rincorando.
Infine fummo nella chiesa che era deserta e buia: solo in
fondo due ceri ardevano innanzi all'altar maggiore ove il
parroco in cotta e stola aspettava in compagnia di un
chierico. Signor Parroco, disse il duca, come vedete
io non sono un eretico; io credo alla nostra sacrosanta
religione; se biasimo ci che gli uomini han voluto
farne, ho sempre riconosciuto le sublimi verit
contenute nel Vangelo, Perseguitato dalle calunnie degli
uomini, io nato duca e signore di questa contrada, son
costretto a venir come un fuggiasco ed un colpevole
innanzi a voi perch col vostro ministero santifichiate
l'amore che lega l'anima mia a quella di questa povera
creatura. In cos dire tolse il mantello che tutto
avvolgeva la figliuola del barone di Pietrasanta ed io
vidi quella poveretta, bella come una Madonna, una
Madonna addolorata, che a stenti frenava i singhiozzi
mentre si stringeva al braccio del duca che era pallido e
tremante anche esso per la commozione. E fu allora che
mi accorsi con uno stringimento ineffabile di cuore che quella poveretta era incinta.
E pensare, esclam Geltrude scrollando il capo, 
che l'uomo era il duca di Fagnano e l'altra la baronessa
di Pietrasanta, due signori cos ricchi e potenti!!
Eh, cara mia, che ci vuoi fare?  questo il conforto
di noi poveretti bistrattati dalla fortuna, il vedere che
essa talvolta sceglie le sue vittime anche fra coloro che
ci destano invidia. E commosso al par di me era Pietro il
Toro. Te lo immagini tu Pietro il Toro commosso? 
Quello l ha molti peccati sulla coscienza: ha vissuto
dieci anni nei boschi in compagnia di gente della
peggiore specie, e pure quello l ha un buon cuore; in
quella sua figura grottesca ci  un'anima capace d'ogni
nobile sentimento.
Ma va innanzi, va innanzi, ch adesso mi spiego
tante, tante cose che mi parevano strane.
Dunque il parroco celebr il matrimonio, mentre il
duca sempre pallido e grave a stento frenava il dolore, e
la poveretta si struggeva in lagrime. Ho sempre
nell'orecchio il suono di quella voce soffocata dai
singhiozzi con la quale rispose al parroco quando questi
le chiese se accettava per legittimo sposo il duca di
Fagnano. E quando il parroco li bened ed ella si gett
fra le braccia del duca, non solo io ma anche Pietro
aveva i lucciconi negli occhi. Ah, sono scene che non si
dimenticano se si campasse cento anni! Poi il parroco ci
fece firmare in un suo certo libro, in cui tanto il duca
che quella poveretta avevano apposto la loro firma.
Pietro il Toro per fece un segno di croce...
Ma dunque il figlio che poi nacque  il legittimo
erede...
Aspetta, aspetta che udrai cose da inorridire.
Quando uscimmo dalla chiesa, il duca si rivolse a noi e
ci disse: Grazie del servigio che ci avete reso. Io non
posso per ora condur meco questo angelo di creatura
che  adesso mia legittima moglie innanzi a Dio e
innanzi agli uomini; ma presto far in modo che possa
raggiungermi. Voi, quantunque di umile condizione,
siete due galantuomini, quindi a voi la raccomando, e se
Dio un giorno mi far trionfare dei miei nemici, oltre
che da Lui, avrete da me il compenso adeguato alla
vostra buona azione.
Pietro ed io non sapevamo che rispondere. Il duca di
Fagnano raccomandava a noi la sua nobile sposa, a noi
poveri diavoli Quando ci rimettemmo dallo stupore e
dalla emozione, i due sposi erano gi andati via. E fu
allora che Pietro, il quale ha le scarpe grosse, ma il
cervello sottile mi disse: Senti, compare Carmine, la
testimonianza che abbiamo fatto stanotte ci attirer dei
guai addosso. Io del resto per piet di quella povera
creatura son disposto a prendere per il collo chiunque le
volesse far male e il duca pu star sicuro che non avr
parlato indarno a Pietro il Toro. E posso assicurarti, cara
Geltrude, come ti dir in prosieguo, che senza la mia
prudenza Pietro ne avrebbe fatta qualcuna delle sue, che
sarebbe riuscita assai dannosa a persona cui noi tutti
vogliamo un gran bene.
Ora s che capisco perch Pietro...
Scorse un mese e nessuna nuova giunse a noi del
duca: nel castello per continuavano i banchetti e la vita
allegra per mostrare, faceva dire il cav. Silvestro, che
egli rinnegava il fratello reo di tanto orrende infamie
contro la religione e contro il Re di cui egli era uno dei
primi sudditi. Si era saputo per che era giunto a fuggire
dal carcere con l'aiuto dei frammassoni e che in
contumacia era stato condannato alla pena di morte
come reo convinto di sacrilegio, di stregoneria e di non
so quali altri delitti; nello stesso tempo si seppe che il
Re aveva investito del ducato di Fagnano il fratello del
condannato e dato a lui tutti i beni confiscati a
quest'ultimo. Allora nel paesello si incominci a credere
che chi aveva architettato le accuse, chi aveva
denunciato il duca era stato il fratello sperando di
succedergli come avvenne. Pietro ed io soli sapevamo
che il duca aveva lasciato un erede il quale fra poco
sarebbe venuto al mondo, ma bench Pietro volesse fare
del chiasso, pure io giunsi ad impedirlo. Poi, come sai,
dovette rifugiarsi su i monti, dopo il guaio che gli
capit...
Per aver sposato Rosaria, la pi bella ragazza che
avesse mai portato una tovagliuola bianca, lui cos
brutto! Ricordo che noi altre l'avevamo predetto, ma si
credeva che parlassimo per invidia...
Io dunque rimasi solo a custodire il segreto che mi
era di un gran peso, perch se fosse venuto a sua
conoscenza il nuovo duca mi avrebbe fatto far la pelle,
come  vero Dio.
E di quella poveretta che era di buon diritto duchessa di Fagnano?
Nulla; non andava in chiesa, non si faceva vedere
dalla finestra, nulla! Si diceva che il barone fosse
infermo; io intanto facevo i conti ed ero sicuro che la
duchessa, perch a chi se non a lei spettava un tal titolo? esser doveva l l per mettere al mondo il frutto dei suoi poveri amori. Quando una notte, oh, non la dimenticher mai quell'orribile notte! fui svegliato da ripetuti picchi alla porta di strada. Mi alzo e spaventato chiesi chi picchiasse.
Aprite! rispose una voce aspra
e minacciosa che mi fece agghiacciare il sangue nelle
vene, tanto pi che mi era parso di riconoscere la voce
del barone di Pietrasanta. Apersi la porta con mano
tremante, ed era proprio lui, il vecchio che pareva si
reggesse in piedi solo per uno sforzo della volont. Al
lume della lucerna vidi che era livido e gli occhi gli
sfolgoravano. Venite con me, mi disse con voce
imperiosa; e sicuro che avrei ubbidito si diresse verso la
casa del parroco, attigua alla chiesa ove era stato
celebrato il matrimonio del duca con la figlia del
barone. Giunti, il vecchio che pareva convulso picchi a
gran colpi come aveva fatto alla mia porta, finch la
serva del parroco non scese ad aprirci, immagina con
quale spavento nel viso. Il barone sal di corsa le scale
seguito da me e dalla serva atterriti, penetr nella
camera del parroco che era a letto e grid con voce rotta
dal furore. Dove avete, dove avete il registro dei
matrimoni? Il parroco sorpreso, sbigottito, non os
neanche di protestare e stese la mano additando un
grosso librone su un tavolino presso al letto. Il barone vi
si precipit e si diede a sfogliarlo mentre la mano gli
tremava e gli occhi pareva volessero schizzargli fuori
dell'orbita. Infine url con una voce che ci fece
sobbalzar tutti: Nulla, nulla, nulla! Ah, l'avevo detto io,
l'avevo detto... non solo la rovina, ma anche il
disonore... Poi avventandosi a me ed afferrandomi pel
collo. Avete fatto voi il testimone, voi a quella
sciagurata e al suo ganzo? S, risposi io pi con un
cenno della testa che con la voce, tanto ero sconvolto.
Ora dove , dove ? grid il barone voltosi al parroco
che per quanto era durata quella scena non aveva detto
parola ed era pallido come un morto, dove  l'atto
matrimoniale?
Ma che so io? balbett infine il
parroco, non ricordo... non so di quale matrimonio
intendete...Diteglielo voi, url il barone rivolgendosi
a me, diteglielo voi. Io, sdegnato dalla esitanza del
parroco riacquistai un po' di coraggio e me gli rivolsi
dicendogli: Il barone intende parlare del matrimonio
celebrato in una notte, or fan cinque o sei mesi, tra il
duca di Fagnano, fuggito dalle carceri, e la baronessina
di Pietrasanta, a cui Pietro il Toro ed io facemmo da
testimoni. Io non so nulla, io non so nulla! gemette il
parroco pi morto che vivo. A questo intesi un'onda di
sdegno nel cuore: se Pietro il Toro fosse stato col, certo
il parroco non avrebbe detto pi messa. Dunque mia
figlia  una vile baldracca, mugg il barone, o tu sei
un mentitore. In cos dire era per avventarglisi contro,
ma sopraffatto dal dolore stramazz come colpito al
capo. Io cercai di dargli aiuto, ma una voce parea mi
dicesse: Va, corri da quella poveretta che forse ha pi
bisogno di te. Mi ricordai di quel che avevo promesso al
duca: compresi che una ben terribile scena aveva dovuto
avvenire in casa del barone, al quale forse la sventurata
non aveva potuto pi oltre nascondere il suo stato: e
mentre il parroco e la serva cercavano di soccorrere
l'infelice che giaceva come fulminato sul pavimento io
fuggii da quella casa per accorrere in casa del barone.
Ben fatto, ben fatto! esclam Geltrude, davvero
che non ti avrei creduto capace di una simile
risoluzione, perch so bene quanto sei incerto nelle tue
cose tu...
Carmine non rilev la malignit contenuta nelle
parole della sua amica, e commosso dai ricordi continu
nel suo racconto.
Mi diedi a correre a correre, certo che qualcosa di
grave era avvenuto. Sapevo l'odio che il barone covava
contro i duchi di Fagnano; sapevo che sopportava con
fierezza le sue avversit, ma non si sarebbe acconciato
al disonore che gli veniva poi dal suo peggiore nemico;
certo la figliuola non potendo pi occultare il suo stato
aveva dovuto svelargli il matrimonio; certo qualche cosa
di terribile era avvenuto. Mi ricordai della
raccomandazione che ci aveva rivolta il duca: la
poveretta aveva bisogno di aiuto, di soccorso, di un
amico, mentre il padre l'aveva abbandonata, n era in
caso di giovarle in nulla. Con questi pensieri giunsi
trafelato alla casa del barone; non ebbi bisogno di
picchiare perch la porta era aperta. Entro, e uno
spettacolo miserando mi si offerse. La povera signora
giaceva supina sul lettuccio cos bianca che pareva non
avesse pi sangue nelle vene. A lei vicina era Giovanna,
una vecchia contadina, unico avanzo della numerosa
servit di un tempo, la quale vinta dal dolore era
impotente a prestarle aiuto. Al rumore che feci
nell'entrare la giacente apr gli occhi e mormor con filo
di voce. Grazie d'esser venuto;  il buon Dio che vi
manda.
Quando ecco intesi un vagito che mi fece trasalire.
 mio figlio, disse la disgraziata; portatelo via.. mio
padre l'ucciderebbe... Ve l'affido ch io mi sento morire.
Cos dicendo fece uno sforzo, si sollev a mezzo il
letto e mi porse un bimbo nato allora. Io stendevo le
braccia, quando la poveretta che soffocava dai
singhiozzi, si diede a baciarlo e a ribaciarlo gemendo.
Quale sar la tua sorte, quale sar la tua sorte, o figlio, o
figlio mio! Io non so come mi tenevo in piedi;
sentivo sconvolto il cervello e il cuore gonfio di
angoscia. Lo farete battezzare, disse infine la misera:
lo chiamerete Riccardo come il fratellino che mi mor.
Se mai il duca ritorner gli darete questa lettera che gli
far riconoscere il figlio suo e ne avr la prova sicura.
Io avevo preso tra le braccia il fanciullo che ravvolsi nel
mantello e non potei rispondere che con cenni di
assentimento cos ero convulso; conservai la lettera
suggellata e tornai a casa. A, tu piangi adesso, Geltrude,
ora immagina qual cuore era il mio innanzi a quella
madre che si separava dal nato delle sue viscere, sicura
che non l'avrebbe mai pi riveduto!
Invero la vecchia Geltrude ascoltava con gli occhi
gonfi di lagrime.
Come tornai a casa, non te lo so dire. La mia vita
fin allora era scorsa tranquilla e serena: quel fanciullo
che una morente mi aveva affidato, poich io sentivo
che la poveretta ne sarebbe morta, la sconvolgeva e
forse mi sarebbe stato causa di dolori e di rovina. In
quell'orgasmo mi si era fatto la luce sull'accaduto: il
nuovo duca aveva imposto al parroco di lacerare l'atto
matrimoniale per garentirsi d'ogni possibile pericolo,
d'ogni rivendica dei titoli e dei beni usurpati. Le sue spie
avevano dovuto avvisarlo delle nozze celebrate in quella
notte, e se non ricorse allo espediente di sopprimere
anche i testimoni gli  che di me non aveva paura
perch mi sapeva timido e amante del quieto vivere; di
Pietro, risoluto e attaccabrighe, nemmeno perch aveva
dovuto prendere il bosco: e forse contava anche sul
furore del barone quando avrebbe saputo il fallo della
figliuola. Insomma io mi trovai in casa con un
fanciulletto e passai tutta la notte a cullarlo finch
all'alba comprai un po' di latte per sfamarlo, risoluto a
tenerlo nascosto per un pezzo onde non attirar su me
l'attenzione del duca.
E del barone e di quella povera signora?
Il barone colpito d'apoplessia fu portato a casa. Si
disse che era andato dal parroco per confessarsi. Non
riacquist pi i sensi e mor dopo tre giorni. La figliuola
dopo pochi giorni lo segu nel sepolcro, ed a me rimase
il fanciullo che poi feci credere d'aver trovato nel bosco
in un frattume.
E che disse Pietro il Toro quando seppe l'accaduto? Gli parlasti della lettera suggellata?
Ah, tu vuoi saper troppo adesso. Io ho potuto dirti
quel che riguardava me, ma quel che riguarda Pietro il
Toro non posso e non debbo. Ti basti il dire che fece..
quel che dovevo aspettarmi per la sua indole e quel che
un giorno forse potrebbe riuscire assai utile a qualcuno.
Intanto il duca era partito per Napoli, ch col titolo e
con le ricchezze era cresciuta l'ambizione sua. In
Napoli, ebbe un ufficio a Corte, spos la figliuola di un
gran signore, dalla quale ebbe un'unica figlia, che port
qui quando rimase vedovo e la giovinetta usc dal
convento ove si era educata. E si dice che non l'avesse
voluta con s a Napoli, perch gli era d'imbarazzo
continuando egli a vivere nei vizi e nella crapula. Per
si assicura che quell'uomo il quale sacrific il fratello
alla sua ambizione, ami assai la figliuola, pure standone
lontano; anzi lui dice che la tiene qui per sottrarla alla
corruzione della Corte. Sar poi vero che la tiene qui per questo?
Ma ora l'ha ripresa con s...
Vuol dire che si preparano dei tristi tempi... Anche sei anni or sono la port seco.
Ma, disse Geltrude che non credeva di aver saputo
abbastanza, nulla, nulla proprio faceste n tu n Pietro
per rivendicare il nome, le ricchezze al figlio legittimo
del duca di Fagnano? Io avrei dissuggellato quella
lettera, tanto per sapere...
Sei curiosa tu! E chi avrebbe dato retta a due poveri
contadini come siamo noi? Sarebbe stato lo stesso che
cozzar contro un muro, e chi cozza coi muri si rompe la
testa. Prendersela col duca di Fagnano, che parla col re e
con la regina n pi n meno come io parlo con te;
accusarlo di aver denunciato il fratello, e questo sarebbe
niente, di aver lacerato o bruciato un atto matrimoniale,
di aver rubato, i titoli, le ricchezze... Eh, mia cara, per
osar tanto Pietro ed io avremmo dovuto essere ben altro
che due poveri contadini! Quindi decidemmo di non
parlare neanche della lettera di sua madre a...
A Riccardo, esclam la vecchia, via, dillo... o che
temi adesso dopo avermi narrato tutta la storia?
 vero; ma, sai, mi par sempre di commettere
un'imprudenza! Dunque decidemmo di non parlarne a
Riccardo che quando e se sar in grado di far valere i
suoi dritti... Ma, via, non ti par che l'abbiamo fatta assai
tardi? Ricordati per quel che mi hai promesso; neanche
una parola ti esca di bocca di quel che ti ho narrato.
Ma se te lo giurai sulla Madonna del Carmine, rispose la vecchia che intanto si era data attorno per
acconciarsi un lettuccio sulla cassapanca. Per devi
dirmi sinceramente se credi che il duca, il vero, il
legittimo, sia morto in Francia.
Cos ha detto il fratello, cos han detto tutti coloro
che frequentano il palazzo, cos ho inteso dire dagli
armigeri. Ma poi... chiss!  una storia assai vecchia,
son ben ventotto anni ormai! Via, via, dormiamo che 
tardi.
In breve il silenzio regn nella casa. L'uragano
continuava coi sibili del vento e i rombi del tuono.
Era scorsa appena una mezza ora quando la porta di
strada risuon di un picchio poderoso seguito da una
voce che gridava impaziente:
Vecchio Carmine, poltronaccio, dormiglione, alzati
e vieni ad aprire. Ci vuoi far morire affogati?
To', disse Carmine svegliandosi di soprassalto, sembra la voce di Pietro. Geltrude, Geltrude, hai tu inteso?
S, ho inteso, disse Geltrude. Mi ero appena
appena addormentata.
Ma insomma, continuava a dir la voce, vieni ad
aprir s o no?
Vengo, vengo, grid Carmine balzando dal letto e
accendendo una lucernina.
Tanto ci voleva? esclam Pietro il Toro, il primo
ad affacciarsi sull'uscio. Su presto, un buon fuoco, un
gran fuoco, un paio di caraffe di vino, del pane e del
salame...
O del formaggio che val lo stesso, disse il Ghiro
comparendo.
E Riccardo, Riccardo? chiese Carmine che ancora
non si era rimesso dalla sorpresa.
Attende col Magaro a mettere nella stalla i nostri
cavalli... gi, i nostri cavalli, due bestie che ti faranno
sbarrar gli occhi dalla meraviglia. Ah, ma tu sei in
buona compagnia! disse poi Pietro il Toro vedendo
Geltrude che seduta a mezzo il lettuccio badava a
ricomporsi. Ah, vecchio, impenitente!
Sta zitto tu, mascherone di fontana, spaventa passeri! grid Geltrude offesa.
Andiamo, andiamo, non dir nulla di tanto scandalo
se vi affrettate a mettere una o due fascine al fuoco. Se
aveste tanta acqua addosso quanta ne ho avuta io, vi
sarebbe passata la voglia di far gli sposini!
Carmine per non si moveva dalla porta e guardava
nel buio per veder giungere Riccardo: dall'allegria dei
due compari aveva compreso che ci era qualcosa di
buono in aria.
Capperi! esclam quando vide entrar Riccardo.
Buonanotte, zio Carmine, buonanotte. Ti abbiamo
svegliato a mezzo il sonno? disse questi entrando e
deponendo una valigetta sul lettuccio.
Il giovane aveva aperto il ricco mantello, e la
esclamazione di Carmine era giustificata dal vederlo
vestito come uno dei signori che eran venuti parecchie
volte a far visita al duca. Stentava quasi a riconoscere in
lui il giovane che aveva visto venir su come uno dei
tanti diseredati dalla fortuna costretti a logorar la vita
negli stenti. Non mentiva il sangue, non mentiva! Come
gli si attagliavano bene quelle vesti che conferivano alla
singolare bellezza di lui un'aria signorile, e che egli
portava con la disinvoltura di chi vi  usato!
Basterebbe vederlo, disse tra s e s Carmine, per
convincersi che  lui il vero duca di Fagnano.
Anche Geltrude era rimasta ammirata; e subendo il
fascino che la ricchezza delle vesti esercita su i
contadini, non aveva osato volger la parola a quel
giovane che pure aveva vissuto con lei in tanta
dimestichezza. La guardava come se lo vedesse per la
prima volta; non era pi per lei il misero trovatello, del
quale incerta fin allora le era l'origine: sapeva bene
adesso che era lui il signore legittimo, il padrone vero di
quelle ricchezze che facevano dei duchi di Fagnano i
pi cospicui signori del regno, e sentiva come una
confusa soggezione di trovarsi insieme in quella
casuccia.
Intanto ardeva sul focolare una gran fiammata innanzi
alla quale i tre compagni di Riccardo si eran seduti e
con le gambe aperte, le mani al fuoco si ristoravano
dalla stanchezza, mentre Carmine aiutato da Geltrude
attendeva a preparare un po' di cena. Riccardo si era
seduto anche esso e pareva pensoso con un'ombra di
tristezza nel viso che discordava con l'allegria dei suoi
tre compagni.
Lui non mi par molto soddisfatto, disse Geltrude
sottovoce a Carmine mentre mesceva del vino nelle
bottiglie, invece gli altri sembra che abbiano toccato il
cielo con le dita.
Me ne sono accorto anche io, rispose Carmine.
Pure non hai visto che armi, che vesti proprio degne di
chi  nato duca! E quella valigia con borchie ed
ornamenti che sembrano d'argento?
E saran forse d'argento! fece Geltrude che
indugiava nell'andare attorno per poter con l'aiuto di
Carmine penetrare nel mistero.
Riccardo intanto si era scosso dai suoi pensieri e
fattosi presso ai compagni che s'erano chinati verso lui
per intender meglio:
Il luogo dunque sar la radura del Gariglione. Tu,
Pietro andrai in Basilicata da Taccone e da
Quagliarello...
Li vidi in quella notte, borbott Toro, gente di
fegato, ma anche ladri e sanguinari.
Lo so, rispose Riccardo abbuiandosi vieppi, lo
so; ma su essi bisogna contare, visto che i galantuomini
sono in lega con coloro che vengono per far da padroni
nelle nostre case. Tu, Magaro, avviserai Povonese,
Marotti ed il Vizzarro che troverai nei boschi di S.
Eufemia e dell'Aspromonte: tu Ghiro, andrai in cerca di
Parafante, del Giurale, del Boia e di Benincasa. Bisogna
intenderci per organizzare la difesa, per disciplinarla...
Disciplinarla? esclam Pietro con tale una smorfia
della sua grottesca fisonomia che gli altri scoppiarono a
ridere. E sar possibile? A stenti e in qualche modo
soltanto ci riusc il Cardinale che pure dov chiudere un
occhio, e talvolta tutti e due...
Non far lo scrupoloso Pietro, disse il Magaro
scrollando le spalle, che anche tu all'occorrenza...
Che cosa anche io all'occorrenza? Ho forse
sgozzato dei vecchi, dei fanciulli, delle donne nelle
chiese ove si erano rifugiati? Ho forse appiccato il fuoco
alle case dopo averle saccheggiate e avervi rinchiuso gli
abitanti, sol perch qualche loro nemico li aveva
qualificati per rivoluzionari? Ho forse commesso
nefandezze su i gradini degli altari, di quegli altari che
insorgemmo per difendere?
Non dico questo, ma...
Ma si capisce, quando si rischia ogni giorno di aver
la pelle bucata da una palla o da una punta di baionetta,
si capisce che la sera ci vuole un po' di svago come un
buon fiasco di vino e delle femmine allegre sulle
ginocchia; e che se si trova un gruzzoletto di piastre, un
oggettuzzo d'oro o di argento non si mena il bando per
sapere chi l'ha perduto e non si lascia a chi ha meno
scrupoli; e quando il sangue  montato alla testa e si
danno colpi e se ne ricevono nel furore di una lotta a
corpo a corpo, non si bada a nulla. Ma la ferocia a
sangue freddo, la crudelt...
Smetti via, smetti Pietro, disse Riccardo che pur
pareva dell'avviso del suo vecchio compagno.
Dunque, rifocillatevi ora, riposate questa notte e tutto
domani per poi mettervi in cammino. Io tenter di dare
un certo organismo a quel che si vuol fare perch solo
convergendo tutte le forze a un intento comune si pu
riuscire...
Ma, disse Pietro, testardo sempre nelle sue idee, un tale organismo, come voi dite, avrebbe dovuto darlo
quella notte colei che ci fece giurare di difenderla: Sua
Maest la Regina.
Ed a nome di lei che vi parlo e in nome di lei
andrete dove io vi ho detto, rispose Riccardo
assumendo tale autorit nell'aspetto che gli altri
ammutolendo lo guardarono con un'aria di stupore come
se uno sprazzo di luce fosse di un tratto balenato nella
loro mente.
Invero per tutto il viaggio durato otto giorni, il
giovane aveva evitato di alludere al come aveva
trascorso il tempo della sua dimora in Napoli, e aveva
stornato il discorso quando alcuno dei tre, Pietro
specialmente, aveva accennato al ricco equipaggio del
giovane e al contenuto della valigetta che la notte nei
fondachi e nelle locande in cui prendevano alloggio
serviva di guanciale al suo possessore, finch delusi
nelle loro speranze non avevan pi tentato di appurare il
mistero. Il contegno del giovane non era punto mutato e
continuava con essi nella dimestichezza; per talvolta si
abbandonava ai suoi pensieri, e pareva a giudicar dalla
fisonomia che qualche cosa di ben grave lo turbasse, ci
che era molto strano perch d'ordinario l'umore del
giovane era spensierato e lieto. Ecco dunque che di un
tratto il mistero si diradava in parte pur restando ancora
insoluto. Ma erano bastate quelle parole perch agli
occhi dei tre avventurieri il giovane assumesse un
aspetto insolito, cui conferiva maggior prestigio quella
subita luce che si era riverberata su lui al nome della
Regina.
Si guardarono muti, mentre il giovane ricadeva nelle
sue riflessioni.
Ors, a cena! disse in fine Carmine, e scusate se
sorpreso cos a mezzo della notte non posso offrirvi che
ben poco.
Si alzaron tutti e sedettero intorno alla mensa
rischiarata da un candeliere che Carmine accendeva solo
nelle grandi occasioni. Riccardo non si era mosso.
Non ho fame, disse, ma sbrigatevi perch ho
sonno invece e Carmine avr un cantuccio in cui poter
sdraiarmi.
Il tuo letticciuolo, Riccardo,  sempre l, l'ho rifatto
ogni sera, perch ogni sera ti aspettavo.
Il giovane scorse un dolce rimprovero nelle parole di
Carmine e si affrett a rispondere:
S, s, hai ragione, buon Carmine, scusami sai...
Gli altri cenavano discorrendo sommesso, mentre
Geltrude seduta a loro vicino aguzzava le orecchie per
pescare qualche parola dalla quale potesse intendere il
resto. Ma, poich non giungeva a rannodare il filo del
discorso, si alz di un tratto come se un'idea improvvisa
le fosse balenata in mente.
Ho da dirti qualcosa, Carmine, disse sottovoce
avvicinandosi al suo vecchio amico.
Parla, rispose questo che era intento a rimettere del
vino in una bottiglia...
Andiamo in disparte... ho una idea... vorrei parlarne
anche a Pietro.
Parlane a me per ora. Di che si tratta?
E segu la vecchia che traendolo per un braccio l'aveva condotto in fondo alla stanza.
Io credo che sia proprio questa l'ora di dir tutto, disse la vecchia con aria pensosa.
Tutto che cosa?
Riccardo  tornato assai diverso da quello che 
partito. Non vedi che magnificenza di abiti, di armi, e
che gonfia valigia? Io credo dunque che sia giunta l'ora
di svelargli la sua origine. Non conveniste con Pietro
che gliene avreste parlato quando sarebbe stato in grado
di poter sostenere le sue ragioni? Che aspettate dunque?
Capisco, ai tempi che corrono le vesti, le armi, i cavalli, la valigia avr potuto anche...
La vecchia esitava, ma Carmine l'interruppe dandole un pugno.
Ah, vecchia strega, avr potuto rubarli, vuoi dire,
lui che quando torn capitano non aveva che due o tre
piastre in tasca ed un misero cavalluccio, e s che molti
se ne tornarono ricchi!
No, non volevo dir questo; ma non eran con lui
Pietro, e se Pietro non  capace, il Magaro e il Ghiro che
ruberebbero l'ostia consacrata? Dunque, sta a sentire, se
non dalle vesti vede dal viso che  tornato diverso da
quello che part. Guarda che aria grave, che aspetto
severo, e non ti pare che parli seco stesso? Ora si
potrebbe farle valere le sue ragioni! Se nella lettera di
sua madre che tu conservi, vi son le prove della di lui
legittimit...
Va, va, non occuparti di cose che non ti riguardano.
Gi fui io uno sciocco nel metterti a parte di un segreto
s delicato. Appunto perch adesso  cos pensoso, cos
turbato come se gli incombesse chi sa che gran peso,
non bisogna distrarlo con una rivelazione tanto penosa e
che lo metterebbe forse in maggior orgasmo. Eppoi,
Pietro che la sa lunga, quantunque di apparenza cos
ruvida, Pietro che forse sa ben pi di me, gliene avrebbe
parlato, e Pietro sostiene che la lettera  un sacro
deposito che dovr consegnar solo al duca se torna.
E perch tu vuoi che il merito sia tutto di Pietro?
Infine tu lo raccogliesti, tu lo nutristi, a te la madre lo
affid, a te diede la lettera, tu l'hai conservata finora...
Va via vecchia, va via! grid Carmine seccato.
Che vuole la vecchia? disse il Ghiro che incominciava a infastidirsi della musoneria in cui si era caduti.
Nulla, nulla, rispose Carmine posando sulla mensa la bottiglia.
Poco dopo i tre eran tornati al focolare, e sdraiatisi sullo zoccolo con i piedi al riverbero delle braci ardenti
si erano addormentati. Su tutti era sceso profondo il
sonno, meno su Riccardo che si era messo a giacere sul suo antico letticciuolo.
Ah, Pietro il Toro non aveva torto: come, come
disciplinare quella gente senza un uomo che avesse
saputo tenerla a freno e dirigerla ad uno scopo comune.
Poteva esser lui un tale uomo, lui che aveva soltanto il prestigio del coraggio, della temerit fors'anco, Ma al par di lui valorosi, al par di lui temerari eran tutti i capi di quelle bande di cui per conosceva le funeste passioni ed i perversi istinti!
Avrebbero combattuto  vero col nome di Dio e del Re sulle labbra, ma con l'intento di devastare, di uccidere, di rapinare
travolgendo nella loro ferocia coi nemici de! Re e della Religione anche gli innocenti, e gli abitanti tutti dei
villaggi e delle citt abbandonati alla loro libidine di sangue e di distruzione. Chi sarebbe stato il capo di
quella guerra, il condottiero supremo di quelle bande.
Se non era valso il Cardinale, col doppio prestigio che gli veniva dal nome illustre e dalla porpora, ad impedire
tante orribili nefandezze, sarebbe valso lui, povero avventuriere senza nome e senza fortuna se mai avesse
vagheggiato di ambire qualche cosa di pi di ci che aveva ottenuto per caso e pel capriccio di una donna.
Non poteva dubitare dell'autenticit della firma e del suggello reale in quella carta di riconoscimento in cui
gli si dava il titolo di colonnello; ma colonnello di qual reggimento.
Di quello stesso reggimento in cui il Cardinale l'aveva nominato capitano! Spensierato in
apparenza e facile ad avventurarsi nelle imprese arrischiate, il giovane aveva per dir cos l'istinto della
realt, vedeva le cose nel loro vero aspetto e perci aveva potuto domare il folle sentimento che gli era sorto
nel cuore per la figliuola del duca di Fagnano, domarlo e sentirne quasi vergogna, ch ben misurava
l'insormontabile distanza che le condizioni sociali frapponevano fra lui e lei. Nato contadino, vissuto fra
contadini, se ne sentiva diverso assai per indole e per aspirazioni sicch talvolta, sapendosi un trovatello, gli
era venuto il dubbio che sangue di signori scorresse nelle sue vene; ma poich era quello il suo destino
aveva cercato di acconciarsi a vivere come gli altri del suo stato frenando le ribellioni che di tanto in tanto gli
fremevano nell'animo. Poteva egli dunque vagheggiare l'ambizione di divenir capo di tutta quella gente che gi
si apprestava ad insorgere non solo contro gli stranieri, ma anche contro i pacifici abitanti della citt e dei
villaggi? Non era questa, non era questa la guerra che avrebbe dovuto farsi! Aveva saputo il delirio destato
dalle parole della Regina incitatrice alla strage, incitatrice allo sterminio, della Regina che lo aveva
nominato suo emissario segreto col titolo di colonnello, ed era questo che lo spaventava, questo poich chi sa
quali ordini sarebbe stato costretto a trasmettere ai capi delle bande, ordini a cui forse la sua coscienza avrebbe dovuto ribellarsi.
Ah, perch non era presente in quella notte! Non si
sarebbe fatto imporre dal fasto e dal prestigio regale e
avrebbe parlato non solo per evitare tanta rovina al
reame che ancora risentiva degli orrori commessi dalle
bande del Cardinale e di cui era stato testimone, ma
anche nell'interesse della dinastia. La guerra, guerra ad
oltranza, contro lo straniero invasore era santa e giusta,
ch non la fratellanza, non la libert muoveva i soldati
di Francia contro il reame di Napoli, poich si era ben
visto quale caso le schiere dello Championnet avevan
fatto della libert e della fratellanza; ma brama di
conquista, ma ambizione di dominio; pure a combattere
i prepotenti invasori, e cacciarli dal regno non sarebbero
valse le bande per quanto valorose se si sperperassero in
sterili conati, di rovina alle popolazioni e di nessuna
utilit all'intento supremo, mentre i Francesi uniti e
compatti, che potevano far credere di combattere a
difesa dei cittadini, avrebbero trovato in questi degli
ausiliari potenti contro le bande devastatrici, che
facevano della ferocia l'unica scienza della guerra.
Questo avrebbe detto quella notte, e lui per il primo
avrebbe riconosciuto come capo supremo il designato
dalla regale volont, lui per il primo avrebbe giurato di
ubbidirgli e di non discuterne gli ordini.
Non che ei ne facesse un torto a quella donna, mentre
i figli, il marito, i ministri si eran posti al sicuro in
Sicilia, rimasta impavida contro l'uragano che si
avanzava. Pur troppo aveva compreso dalle parole dei
suoi compagni, i quali lungo il viaggio glielo avevan
narrato, i particolari di quella notte del giuramento, che
la Regina per non compromettere la sua dignit regia
esposta alle grossolane intemperanze dei convenuti,
aveva dovuto ritrarsi paga soltanto di averne acceso
l'entusiasmo e comprendendo che non le sarebbe stato
altrettanto facile di dirigerlo ad uno scopo che non fosse
la vendetta, una atroce vendetta non solo sugli stranieri,
ma anche sugli abitanti del misero reame. Lui lo sentiva,
lui lo comprendeva, ma che doveva che poteva far lui
che esser doveva emissario degli ordini regali?
Da questi pensieri, era solo sopraffatto appena
calmatasi l'emozione per l'insperata fortuna, appena lo
stupore aveva ceduto il luogo alla riflessione. Tali
pensieri gli erano stati compagni per tutto il viaggio in
cui aveva incominciato a veder chiaro nella missione
sanguinosa che gli era affidata. Certo se quella donna
non era la Regina, e che ella fosse gli pareva
impossibile, molto poteva sull'anima di lei, forse la sua
influenza avrebbe pesato assai sugli avvenimenti che si
preparavano: non avrebbe potuto lui influire alla sua
volta perch quella guerra pur mirando al suo alto
scopo, riuscisse meno dannosa alle popolazioni?  Non
avrebbe potuto merc l'amore di quella donna, che era
pur sempre una ignota per lui, frammettersi fra l'ira
dell'offesa maest regia e i popoli infelici che ne
avrebbero inteso aspramente gli effetti sanguinosi?
E l'anima sua che fin allora aveva esultato sol perch
un vasto orizzonte non mai sognato, aprivasi a s
dinanzi, incominci a vedere in quella misteriosa
avventura qualcosa di pi che una sua personale fortuna.
Forse egli era predestinato a far di quella guerra
provocata dall'odio e dalla vendetta di una donna,
un'alta impresa di giustizia in nome di un diritto e di un
sentimento di nobile patriottismo: forse, raccogliendo
intorno a s tutte le sparse forze, ottenendone la
disciplina, l'obbedienza, il rispetto per le leggi umane e
divine, avrebbe riabilitato le bande sanfediste che tanti
errori avevan commesso. E perci non aspettando altro
avviso, aveva divisato di avvalersi della carta di
riconoscimento firmata dalla Regina per intendersi coi
pi famigerati capibanda che Pietro il Ghiro e il Magaro
avrebbero convocati in nome della Regina.
Ma che avrebbe detto l'ignota sua protettrice? Non
avrebbe creduto che troppo presto, e senza alcuna
autorizzazione, aveva abusato della fiducia in lui
riposta? Non si voleva da lui che ciecamente ubbidisse e
senza mai indagarne le ragioni agli ordini che gli
sarebbero giunti? Aveva egli dunque il diritto di far cosa
che forse contrastava con gli intendimenti di colei che
aveva scritto la lettera trovata nella valigetta?
Accettando i doni, le vesti, le armi, i cavalli, il danaro
non aveva fatto intera dedizione di s all'ignota
protettrice, non aveva accettato i patti che ella gli
imponeva?
Era questo, questo il pensiero angoscioso che lungo il
viaggio lo aveva tenuto incerto e turbato, era questo il
pensiero che aveva messo del ghiaccio nel bollore del
suo entusiasmo. Dunque lui non avrebbe dovuto aver
volont alcuna? doveva come uno schiavo ubbidire,
come uno schiavo seguir la catena secondo il capriccio
della mano che lo traeva?
E perch quella donna, chiunque fosse, si reputava in
diritto di far di lui un cieco strumento d'odio e di
vendetta ai servigi della Regina? Perch ella lo amava,
perch in una notte di folle abbandono gli si era data
come vinta da un desiderio lungo tempo covato! E
dunque anche lui in nome dello stesso amore, che se
ancora non avvinceva le anime, avvinceva ormai il
corpo, poteva pretendere che ella ne subisse la volont,
una volont volta al bene, intesa a risparmiare pi che
fosse possibile, il danno, la rovina, la morte alle
popolazioni fra le quali la terribile guerra imminente
sarebbe stata combattuta. Ella dunque avrebbe
compreso quanta nobilt e insieme quanta fierezza fosse
in lui non accettando del tutto il patto impostogli.
Ma come ed in qual modo far noto tale suo
divisamento a quella donna, di cui solo in confuso
ricordava la figura pur sentendone inestinguibile sulle
labbra il fuoco dei baci, pur sentendone ancora fra le
braccia la calda e morbida persona, pur sentendone
ancora nelle orecchie la voce ineffabilmente carezzosa
talvolta, aspra, rude, imperiosa tal'altra? Dove era in
quell'istante quella donna di cui non sapeva il nome, e
che gli appariva come circondata di nebbia? Ed erano questi i pensieri che durante il giorno,
mentre si lasciava portare dal cavallo cui abbandonava
le redini, lo tenevano assorto tanto che non prestava
attenzione ai discorsi dei suoi compagni; e la notte
quando essi riposavano dai disagi della lunga via, lo
tenevan desto fino all'alba, mentre l'immagine di quella
donna, che aveva giaciuto a lui vicino riversa sul
lettuccio, bianca, col volto bellissimo sfumante nella
penombra nel serico volume della bionda capellatura,
gli era sempre dinanzi allorch andava per via, gli
giaceva accanto nelle notti smaniose.
...
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...
CAPITOLO 2.
...
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...
La neve copriva gli alti pini del Gariglione come una
immensa tettoia bianca su un fosco edifizio di nere
colonne l'una alle altre allacciata dai folti roveti. Nel
mezzo del bosco si stendeva una radura, che per
capriccio del caso formava un'ampia rotonda alla quale
mettevan capo gli innumeri viottoli del bosco sol dai
pochi conosciuti che avevano avuto l'ardire di
avventurarsi in esso ove l'estate non penetrava raggio di
sole e d'inverno fiocco di neve, cos intricati e densi
erano i rami dei pini secolari. Era quello un tempo la
sacra foresta, nella immensa foresta abitata da esseri
misteriosi e terribili che ne vietavano l'accesso ai
mortali. I taglialegne e coloro che intendevano ad estrar
la pece e la resina si arrestavano presso al sacro ed
impenetrabile luogo, poich i temerari che avevano
osato mettervi il piede non erano pi tornati ai loro
tuguri.
All'epoca in cui si svolge questa storia se non si
credeva pi che vi abitassero gli Dei degli antichi Bruzi,
si teneva per fermo che vi tenessero le loro tregende i
demoni dell'inferno che non meno gelosamente ne
custodivano l'accesso, e non meno ferocemente
punivano i temerari che vi si avventurassero. Gli
spregiudicati per che non temevano i demoni se ne
tenevano lontano sapendolo ricettacolo di lupi feroci ed
anche perch ben difficile sarebbe stato il ritrovar la via
del ritorno nel viluppo inestricabili dei roveti. All'epoca
degli Spagnuoli, Marco Berardi, gentiluomo venuto in
odio al Governatore perch si era fieramente opposto al
Tribunale della Sacra Inquisizione che ei voleva istituire
nelle nostre provincie, e che si era gi istituito col
condannare al rogo due povere femminelle accusate di
stregoneria, raccolti intorno a s ben cinquecento
montanari, accovatosi in quel bosco impenetrabile
aveva tenuto in iscacco gli agguerriti reggimenti
spagnuoli che non poterono mai domarlo e dovettero
limitarsi a bloccarlo, onde egli prefer morire di fame
con l'amante in una caverna di quel bosco anzich
arrendersi all'odiato straniero. Ora l'insipienza dei
moderni reggitori ha permesso che la scure diradasse il
sacro bosco, che le altre dominazioni reputate barbare
avevano rispettato, e fra i tanti danni della presente
dominazione bisogna annoverare anche un tal sacrilego
disboscamento causa delle alluvioni incessanti.
In un angolo della radura si elevava un baraccato di
vecchie tavole sconnesse che da secoli molti avevano
resistito alle furie del vento ed all'imperversar delle
lunghe nevicate. Fin dal mattino sbucando dal bosco, a
brigatelle, a gruppi, alcuni a cavallo, ma tutti armati, pi
che un centinaio di montanari che l'abito diverso diceva
appartenere a questa o a quella delle provincie del
Regno si affollavano intorno al baraccato, e il bosco che
da gran tempo al certo non aveva inteso parola umana,
risuonava di voci, nelle quali si riconosceva il molle
dialetto pugliese, l'aspro basilisco ed il reggino che
aveva un marcato accento siciliano. L'aria era limpida;
l'uragano degli scorsi giorni aveva spazzato le nubi e il
sole sulle nevi del bosco ne traeva scintille che facevan
lieto alla vista il paesaggio d'ordinario cos cupo. Era
una di quelle giornate in cui lo spirito si ricrea nella
pace ammirando anche nelle cose la vita universale che
ripullula dalla morte: i pini giganti che eran venuti su
lentamente attraverso i secoli avevano la maest della
vecchiezza che ha visto l'avvicendarsi delle serenit e
delle tempeste nella immutabilit del destino universale,
mentre ai loro piedi la umana verminaia brulica punta
dalle passioni che or su or gi la menano.
Ad ogni brigatella che usciva dal bosco se la folla
riconosceva da lontano qualcuno in essa, eran grida ed
urli e batter di mani, tanto pi fragorosi quanto pi i
nuovi venuti avessero acquistato fama o nell'impresa del
Cardinale o in qualche propria impresa. E che fisonomie
truci ed ardite, che aria spavalda, che aspetti di uomini a
cui finalmente sorrideva la fortuna! Ogni brigatella avea
portato seco di che banchettare; nel fondo del baraccato
alcuni volenterosi avevano improvvisata la cucina che
consisteva in un largo fosso nel quale avevano
ammucchiato della legna a cui avevan dato fuoco sicch
le fiamme si elevavano fumose mentre alcuni montanari
attendevano a infarcir d'erbe alcune pecore e capre
allora allora sgozzate che dovevano arrostir tutte intere
in quel fosso dopo che se ne fosse stato estratta la brace,
la quale poi si sarebbe accumulata sopra il terriccio che
doveva chiudere il fosso. Ogni nuovo venuto metteva le
sue provviste nel mucchio dei pani, dei formaggi, dei
fiaschi col vino.
Mi par d'essere tornato fanciulletto, allorch andavo
a scuola dal parroco. Facevamo cos la scialatella, disse un barbuto omaccione che non aveva deposto le
armi e se ne stava a contemplare coloro che attendevano
alla cucina.
A quale scuola sei mai tu andato, a quella degli
arraffatutto? gli rispose un bel giovanotto, che il frigio
berretto posto di sghembo indicava per abitante della
marina. Per i capi delle diverse brigatelle, che eran
venuti quasi tutti a cavallo, smontati e lasciando
all'aperto i seguaci erano entrati nella baracca dal punto
opposto in cui ardeva il fuoco, visibilmente soddisfatti
dell'accoglienza che tutta quella gente aveva lor fatto; e
raccolti in crocchio si eran messi a confabulare,
interrotti di tanto in tanto dalle grida e dai battimani che
annunziavano un nuovo venuto.
Ci siam tutti? disse infine Parafante voltosi agli
altri che gi quella notte erano convenuti nella riunione
indetta dalla Regina.
Dei nostri parmi non manchi nessuno, ma veggo
anche delle fisonomie nuove, rispose Benincasa.
Son quelli che lavorano per loro conto: ho visto
Taccone di Basilicata, il Boia, il Caporale, che mentre
noi facevamo alle schioppettate insieme coi Turchi e coi
Russi, facevano i loro affari comodamente.
Pare dunque che si sia fatto d'ogni erba fascio.
Pare anche a me.
Io non ne voglio di codesta gente al mio comando, disse Francatrippa. Poi soggiunse, come se la cosa non
potesse essere discussa. Credo che mi tocchi il grado
di generale!
Diavolo, lo credo anch'io! rispose Spaccaforno che
si era unito al capannello. Io, del resto, me lo son
preso da me.
E per conferire i gradi ci han qui raccolti. Certo
non per altro. I Francesi son gi entrati a Napoli e gi
due reggimenti si son messi in marcia per le Calabrie.
Bisogna dunque non perder tempo.
Io ho gi la mia gente raccolta: con me ho portato
soltanto i sottocapi.
Bisognerebbe dunque nominare il generale supremo, disse Parafante con aria sbadata, che assuma la
direzione della guerra.
 quello che ho detto anche io: un generale in capo
che abbia autorit su tutti gli altri generali.
E Francatrippa in ci dire guard negli occhi i
compagni, ciascuno dei quali pareva covasse un suo
segreto pensiero.
E regolasse specialmente la divisione del... come si
dice... del bottino di guerra, aggiunse Spaccaforno.
E perci bisogna che il generale supremo sia non solo
un valoroso che abbia fatto le sue prove, ma anche uno
che sia noto per galantuomo.
Galantuomini siam tutti! osserv gravemente
Benincasa.
S, ma, ripigli l'altro, occorre anche che sappia
leggere, scrivere e far dei conti. Diceva il mio maestro a
me che se avessi seguitato negli studi sarei adesso per lo
meno un avvocato... dicevo dunque che chi non sa
leggere e scrivere non  buono a nulla.
Io non so n leggere n scrivere, fece Parafante
con un'aria altezzosa, ma a trecento passi uccido un
fringuello con una palla della mia carabina. Ed  questo
l'importante.
L'importante  che il generale supremo, nol dico per
me, deve essere.. chi dev'essere.
Dev'essere chi non ha mai ubbidito, ma ha sempre
comandato! sentenzi Francatrippa.
Meno all'epoca del Cardinale...
Il Cardinale non era il capo supremo, era il Vicario
del Vicario di Ges Cristo. Pure io feci sempre il piacer
mio. Egli diceva: Non saccheggiate quella citt, ed io la
saccheggiavo. Perci la mia gente si sarebbe fatta fare a
pezzi per me...
A parer tuo, dunque, noi dovremmo ubbidire ai tuoi
ordini?
E se fosse, che ci vedresti di male?
Ah, cos la intendi?
Cos...
Via, via, disse Benincasa vedendo che l'ira gi
sopraffaceva i suoi compagni e le mani macchinalmente
brancicavano l'elsa dei pugnali. Non  il caso di
scaldarci il fegato per ora. Piuttosto ditemi voi come sia
venuto in testa ad un giovinastro senza seguito alcuno
quale  capitan Riccardo...
Capitano, Colonnello addirittura!
Questo non importa, anzi  da lodarsi perch si 
attribuito un grado meno del nostro... come dunque gli
sia venuto in mente di convocarci in nome della Regina!
Io avrei voluto rispondere con un paio di calci a quel
Pietro il Toro che venne in suo nome.
E non l'hai fatto! disse Parafante con aria
convinta. Meglio per te.
Meglio per me? Che vuoi dire?
Che ebbi Pietro il Toro a caporale nella mia banda,
e l'ho visto in una rissa prendere due dei miei pi robusti
armigeri e scaraventarli venti passi lontano.
Io ho sempre due palle incatenate per questi tali.
Ma, ripeto, non scaldiamoci il fegato per adesso.
Dunque come gli  venuto in mente di mandarci ordini
in nome di Sua Maest? Ma se lui non ci era in quella
riunione! E Sua Maest ci avrebbe fatto il torto di
servirsi di uno sbarbatello simile per comunicare i suoi
ordini a uomini come noi?
Io non ci credo, ma, se fosse, sarebbe un capriccio
di Regina...
E noi dovremmo subirlo?
Ma mi pare, generale Benincasa, scusa sai, che tu
non abbia compreso bene di che si tratti.
Il generale Benincasa, lusingato dal titolo, sorrise. Era
noto il coraggio di quell'uomo e lo stoicismo
nell'affrontare la morte che poi dimostr sul patibolo,
ma era nota anche la sua puerile vanit.
Non ho compreso bene.
No. Il trasmettere un ordine  un ufficio ben umile, quanto quello di un cameriere.
Lo conosco io, lo conosco, disse Spaccaforno
scuotendo il capo. Quel giovane non l'avrebbe
accettato perch ha tanto di superbia quanto di audacia.
Quello l andr lontano, ve lo dico io.  un bel giovane,
ed  gi qualche cosa in una guerra in cui comandano le
femmine; inoltre sa leggere e scrivere, ci che, come vi
dicevo,  indispensabile per poter essere qualche cosa.
Gli altri erano per rispondere quando s'intesero degli
evviva ed un gridar festoso.
Che  stato? chiese Francatrippa volgendosi verso la porta. Chi  giunto?
Il Vizzarro, il famoso Vizzarro. Capperi, come  equipaggiato!
Colui che  rimasto celebre nella storia di quel
burrascoso periodo e che fu tolto a soggetto financo di
un poema e che si ricorda ancora in tutte le canzoni che
si cantano nei boschi della Mongiana e di Serra S.
Bruno, era giunto a cavallo di un bel polledro tutto
fettucce, nastri, trine d'oro e di argento nella bardatura e
seguito da una banda di dieci montanari. Era giovane di
circa trent'anni, e sarebbe stato anche bello se nel viso e
nello sguardo non avesse portato l'impronta della
ferocia. Da una larga fascia rossa che gli cingeva i
fianchi usciva fuori il calcio delle pistole e l'elsa di un
coltellaccio. Balz dal polledro, e con una mossa della
spalla rimandando in dietro la carabina che portava ad
armacollo entr nella baracca, volgendo attorno lo
sguardo per riconoscere qualcuno tra i convenuti.
Ma infine costui non  che un brigante; non ha
combattuto per il Re e per la Regina, come noi! disse
Benincasa, facendo una smorfia di disprezzo.
Ha per le setole nel cuore, rispose Francatrippa.
O che noi ci abbiamo delle piume? Se sar io il
generale supremo vedrai come lo metter a posto.
Fuori intanto, fra i sottocapi delle milizie che
dovevano contendere, come per cinque anni contesero,
la conquista del Reame agl'invasori, si commentava i!
probabile risultato di quella riunione.
Se si son riuniti per scegliere il generale supremo, 
meglio tornarsene a casa fin d'adesso.
Sai come andr a finire? Che essi si scanneranno tra
loro e noi tra noi.
O che credi? Non sarebbe questa la migliore delle
soluzioni? Tutti i pretendenti al comando supremo
dovrebbero sostenere le loro ragioni con le armi in
pugno. Guarda: questo luogo par fatto apposta per
giocare alle pugnalate e alle pistolettate e noi faremmo
da testimoni e da giudici.
Zitto! fece il compaesano del Vizzarro.
Che  stato?
Non dire delle sciocchezze: faresti meglio a
raccontarci la storia del Vizzarro: tu devi saperla, tu che
sei de' suoi paesi.
Vedete un po' chi viene...
Un giovanotto, un bel giovanotto anche, a cavallo.
Che ne faremo di costui?
Costui non la cederebbe a dieci di noi.  una donna,
nata di famiglia nobile e ricca, e per la quale il Vizzarro
ha fatto scorrere fiumi di sangue. Le ha ucciso due
fratelli, ha tagliato la testa al fidanzato, ha ferito il padre
dopo averne incendiato il palazzo, ed ella lo segue come
l'ombra del suo corpo.
Il giovanotto che aveva attirato l'attenzione del
gruppo in cui era il compaesano del Vizzarro era balzato
agilmente dal bianco cavallino che un contadino dal
sinistro aspetto armato di scure e di carabina, teneva pel
morso. Gettandogli le redini il giovanotto era passato
vicino al gruppo che l'aveva seguito con lo sguardo. Le
opulente forme muliebri nulla toglievano al vigore ed
alla flessuosit del bel corpo che l'abito virile delineava
nettamente. Dal cappello a cono di morbido velluto con
ricchi nastri di seta usciva in riccioli la nera capellatura,
nera come gli occhi che se nell'amore avevano sguardi
di fiamma, non ne avevano mai avuto di dolcezza e di
piet. Era essa la degna compagna del giovane feroce
che gi da un anno imperava su i boschi ed i monti che
si affacciano al Jonio lido.
Ella pass fiera e superba tra la folla ed entr nel
baraccato in cui i capi si eran raccolti.
Perdio, che bella femmina! Ed  per giunta figlia di
signori nobili e ricchi! Ma dunque pu nascere una
lupacchiotta in una mandra di pecore?
La vedrete alla prova cotesta lupacchiotta! Non
sapete che anche il Vizzarro,  tutto dire, cede quando
quei magnifici occhi s'iniettano di sangue?
Ma ors, contaci la sua storia che  giunta a noi in confuso.
Ve la dico in breve perch non vorrei che ella
venendo qui capisse che parlo di lei. Non vi avete visto
lo sguardo che mi ha rivolto avendomi riconosciuto alle
vesti che sono del suo paese? Dunque il padre di quella
donna era assai ricco e teneva molti fittaiuoli al suo
servizio. Uno di essi aveva raccolto un bimbo che era
stato esposto su i gradini di una chiesa: il bimbo crebbe
bello, forte e cos irrequieto che poteva dirsi un diavolo
incarnato. Il padrone lo volle al suo servizio e a poco a
poco gli si affezion tanto da trattarlo come uno di
famiglia, a paro dei due figliuoli che esso aveva, oltre
una ragazzetta che esser doveva quella donna da voi
test vista. Pare che il fanciullo non fosse stato neanche
battezzato, perch non aveva altro nome che quello di
Vizzarro per la stranezza del suo carattere e della sua
indole. N meno strana era l'indole di Vittoria, la
figliuola del padrone che si era abituata a considerare il
Vizzarro come suo eguale, pure imponendogli tutti i
suoi capricci. Ne nacque ci che ne doveva nascere...
Un figlio? dissero alcuni degli ascoltanti.
No, ma certo non per un loro peccato di omissione.
Ne nacque che il padre e i fratelli di lei si accorsero
della cosa, e una notte li colsero...
Che dicevano le orazioni...
Gi di quelle che popolano il mondo. Allora lui non fu pi il compagno dei giuochi e delle diavolerie dei
figliuoli del padrone che lo avevano trattato come un loro eguale; divent di un tratto il figlio di una
malafemmina, una immondizia raccolta sulla via. Gli furon sopra, lo legarono fino a farlo sanguinare e lo
rinchiusero nel porcile ove or l'uno or l'altro scendeva per seviziarlo. Gli davano da mangiare la broda dei
majali tanto perch non morisse di fame, e bastonate il giorno, bastonate la notte, bastonate mentre dormiva, e
poi sulle piaghe spargevano sale e polvere di fucile: insomma lo ridussero che pareva un cane scorticato. Lui
per non piangeva, non pregava; stringeva i denti e diceva ai carnefici: Battete, battete, ma pensate ad
uccidermi, ch se potr fuggire ne far della salsiccia delle vostre carni.
E a lei nulla fecero?
Anche a lei battiture fino a romperle le ossa e torture di ogni genere. Infine un giorno, che  stato, che non  stato, Il Vizzarro aveva roso coi denti i cordami che da due mesi lo tenevano avvinto ed era fuggito.
Bravo! sclamarono gli ascoltanti il cui numero era andato man mano crescendo.
Per due mesi non se ne seppe nulla, continu il narratore.
Chi gli diede ricovero? Chi ne cur le piaghe? Chi provvide ai suoi bisogni? Chi poi lo forn di abiti e di armi? Nessuno il seppe con certezza: corse per una voce, alla quale io non credo... che a farlo fuggire, a curarlo, a provvederlo di tutto fosse stata la madre della ragazza, la quale voleva provare anch'essa il frutto proibito che era tanto piaciuto alla figlia...
Ma di' un po', Serrese, disse uno degli astanti, ci racconti tu una romanza?
No, no, mio caro: racconto una storia. Dopo due mesi, dunque che  che non , il Vizzarro era divenuto
il capo di una banda che scorazzava allora sui monti di Soriano, e ben presto fu tale e tanto il terrore che sparse
a s d'intorno che bastava si presentasse in un paesello perch tutti gli abitanti gli cadessero innanzi in ginocchio.
E dell'innamorata che era avvenuto?
Il padre, i fratelli, la madre stessa, riversarono su lei, dal giorno in cui il Vizzarro era fuggito, quella parte
di battiture e di tormenti che sarebbero toccati al suo amante, sicch ne ebbe il doppio. Ma anche lei non
pregava, anche lei minacciava, e dopo la fuga dell'amante era con la madre che vieppi la ragazza infieriva.
Da questo dunque la voce che la madre...
Forse da questo; che so poi, io? Sentite ora. Una notte la casa della ragazza fu assalita dalla banda del Vizzarro. La mattina allo svegliarsi gli abitanti del villaggio videro penzolare dai ferri del balcone i cadaveri dei due fratelli e del padre con una scritta che diceva: Pena di morte: nessuno osi toccar queste carogne. E nessuno le tocc: stettero appese finch le carni non si spappolarono...
E la madre?
Ah, la madre! Una serva che era riescita a fuggire confid ad una comare, poi a tutto il vicinato, che la figlia, appena l'amante la disciolse dai lacci, gli strapp il pugnale, corse nella stanza ove era la madre, si diede ad ingiuriarla coi pi turpi nomi come se avesse compreso di avere in essa una rivale, e poi l'uccise con un colpo al cuore, e all'amante che sopraggiungeva disse, mostrando il cadavere della madre: Bada, io verr teco, ma se tu oserai alzar gli occhi in viso a un'altra femmina, fosse anche... e qui disse un nome che non oso ripetere... ti scanner come ho fatto di mia madre!
Perdio! che femmina! mormoravano gli astanti, impallidendo, quantunque nessun di essi fosse nuovo al sangue e alla strage.
Nel baraccato intanto continuavano i capi a discutere,
cercando ognuno di accaparrarsi amici, caso mai si
dovesse eleggere un generale supremo. Il Vizzarro se ne
stava muto e sdegnoso fra i suoi, mentre Vittoria,
l'amante, le cui vesti maschili non ne occultavano il
sesso, era fatta segno alle cupide occhiate dei pi arditi,
come Parafante, Benincasa, Francatrippa, che sapevano
d'essere i pi famosi in quell'accolta di feroci, per
essersi battuti in campo aperto a capo di numerose
bande, e per quanto la fama del Vizzarro e degli altri
fosse giunta fino a loro, pure non li reputavano degni di
molta considerazione.
Ma insomma che si aspetta? chiese Benincasa.
Cotesto capitan Riccardo che ci ha fatto invitare.
No, si aspetta un pezzo grosso: un principe... un duca...
Io ho inteso dire che sarebbe venuta Sua Maest la
Regina in persona...
In questo si not una certa agitazione in coloro che
erano assembrati innanzi la porta del baraccato: una
voce corse fra i capi che avevan fatto qua e l dei capannelli.
Eccolo, eccolo il capitan Riccardo. Capperi!  vestito come un signore!
Il giovane comparve nel vano della porta e mosse intorno lo sguardo sicuro e tranquillo. Vestiva un giubbone di velluto azzurro e un panciotto della stessa stoffa e brache nere che si stringevano al ginocchio. Dei lunghi stivaloni fino alle ginocchia ed era armato delle armi che gli aveva regalato l'incognita. Seguito da Pietro il Toro, dal Ghiro e dal Magaro si fece largo tra la folla silenziosa e giunse presso un impalcato che si elevava dal suolo. Ivi sal, e rivolgendosi alla folla disse: Ho tardato a venire perch ho una brutta nuova da darvi. Alcuni reggimenti francesi son giunti tra noi: han fatto di Monteleone il lor quartier generale, e gi han diramato delle truppe per convergere su questi monti.
Bisogna affrettarsi, ma prima fa d'uopo intenderci per un'azione comune.
Un mormorio accolse le parole del giovane: un mormorio di spavento in alcuni, di rabbia in altri.
Siam dunque colti in trappola? gridaron parecchi.
Bel servigio che ci avete reso!
No, disse il giovane a cui eran giunte quelle voci, perch nessuno vi conosce ancora, e potete tornare indisturbati ai vostri paesi. Vi ho detto dell'arrivo dei Francesi perch comprendiate che non havvi tempo da perdere. Bisogna insorgere prima che il nemico si fortifichi nei suoi quartieri, studi le sue posizioni e sappia le nostre, e prima ancora che si procuri delle guide.
Guide non ne trover! disse Parafante. Vorrei vedere chi dei nostri compaesani avesse una tale audacia. Voi, giovanotto mio, calunniate la nostra gente!
 vero,  vero! gridarono parecchi, invidi gi del bello aspetto del giovane, e pi delle vesti e delle armi ricchissime.
Io non calunnio nessuno. Solo ricordo a chi ha parlato che sei anni or sono non furono solo i Francesi
che si opposero alla nostra marcia, ma molti degli stessi nostri compaesani, dagli spiriti infernali aizzati contro il nostro Re e la nostra Religione.
E noi li sterminammo! gridarono alcune voci.
Non tutti, non tutti, continu il giovane.
Rimasero i figli, i nipoti, gli stessi avanzi di quei Repubblicani che si battettero contro di noi, quelli che
ebbero incendiate le case, disonorate le mogli e le figlie, depredati gli averi, devastati i campi e che ora, forti
dell'esercito straniero, invocano vendetta contro di noi.
Sapete che ci dissero briganti, allora, ladri, sanguinari, demoni usciti dall'Inferno, ed ora si avvalgono di quelle
nostre colpe per dichiararci fuori d'ogni legge e mettere a prezzo il nostro capo!
Non ce ne importa nulla! gridarono i capi delle antiche bande sanfediste. Siam disposti a tornar da
capo. Ne abbiamo abbastanza di questa vita da femminucce che viviamo da sei anni.
No, amici, no, continu il giovane, non prestiamo ascolto alle nostre ire, alle nostre bizze: confessiamo
che di peccati sulla coscienza ne abbiamo parecchi e che se riuscimmo formidabili agli stranieri, vieppi nefasti
fummo pei nostri fratelli, perch innanzi allo straniero dobbiamo dimenticare i nostri odi e le nostre passioni...
Io non dimentico nulla! grid Benincasa, e di cotesti consigli non so che farne...
Il giovane si mantenne imperturbabile e prosegu: La nostra dev'esser guerra allo straniero in nome di ci che abbiamo di pi caro: la patria, il Re, la famiglia.
Se i fratelli, a qualunque partito appartengano, vedran che noi scendiamo in campo con quest'unico intento nel cuore, e che il nostro braccio pugner unicamente per la difesa del nostro dritto, tutti saran con noi, tutti intorno a noi, e lo straniero, per quanto valoroso dovr tornarsene disfatto, avvilito, decimato dalle nostre armi, e riconoscere che noi indipendenti siamo nati e indipendenti vogliamo morire!
Ma che ci fa la predica costui? chiesero alcune voci.
Che ci conta di fratelli, che ci conta d'indipendenza? Noi faremo la guerra a tutti, forastieri e paesani che saran nostri nemici, dicevano tra loro i capibanda.
Nel mormorio generale d'insoddisfazione si udivano qua e l delle grida, delle bestemmie, delle ingiurie. Il linguaggio del giovane pareva a tutti, pi che nuovo, strano: egli per si teneva diritto ed immobile, punto sorpreso dell'agitazione che aveva provocato. Dei tre che erano entrati con lui solo Pietro il Toro pareva che approvasse ci che il giovane aveva detto, mentre il Ghiro ed il Magaro, quantunque si tenessero in un certo riserbo, scambiavano occhiate coi vicini, e si stringevano nelle spalle come se rinnegassero ogni solidariet con colui che aveva parlato alla folla.
Io voglio dirvi questo, o amici, continu il giovane, su noi pesa un'infame calunnia che ora  tempo di smentire, il nostro valore  detto ferocia; il nostro patriottismo, pel quale siam pronti a riprendere le armi,  detto ipocrisia per legittimare la violenza, il furto, la rapina; la nostra religione ci si rimprovera come un avanzo di barbarie, la nostra fede al legittimo Re che Dio ci ha dato  detta cecit di spiriti nati al servaggio.
Smentiamo queste calunnie; mostriamo che la ribellione allo straniero invasore  dignit di uomini che non vogliono piegarsi sotto il giogo di coloro che coi mentiti nomi di fratellanza e di libert vengon da noi per sedurre le nostre donne, per vilipendere la nostra religione, per balzar dal trono il nostro Re. Bisogna per vincere combatter compatti, rispettando gli averi, la vita, l'onore degl'innocenti: combattere da soldati, non da predoni; da guerrieri, non da briganti!
Ma insomma, chiesero alcune voci, chi d a costui il diritto di parlarci in tal modo?
Facciamolo zittire, facciamolo zittire, dissero ad una voce Francatrippa, Parafante e Taccone che si sentivano presi di mira dalle parole del giovane.
Aspettate, disse il Vizzarro che fin allora aveva taciuto, andr io a turargli la bocca.
Si fece largo tra la folla e avvicinatosi all'impalcato su cui era il giovane, disse a questo con voce breve e accompagnando le parole col gesto: Scendi, ors, che ne abbiamo abbastanza.
Il giovane lo guard sorpreso.
Io mi chiamo il Vizzarro, hai capito? E quando il Vizzarro d un ordine, nessuno l'ha finora trasgredito.
Ed io mi chiamo il colonnello Riccardo, rispose il giovane con voce calma e guardando negli occhi il suo interlocutore, emissario di Sua Maest la Regina. Ma mi chiamassi anche Riccardo semplicemente, non ubbidirei certo a un mascalzone tuo pari.
A me mascalzone! url il Vizzarro. E di un salto si slanci sul giovane; ma, e al certo con sua gran meraviglia, questi lo prese pel petto, lo squass, lo trasse a s e poi lo scaravent nel mezzo del baraccato, tornando senza scomporsi a rivolgersi alla folla ammutolita per la sorpresa.
Ma gli amici del Vizzarro tratti i coltelli si erano precipitati per accorrere in difesa del loro capo, quando si trovarono dinanzi un omicciattolo che sbarr loro la via.
Miei cari, disse Pietro il Toro con voce tranquilla, finora lasciai fare perch si trattava di uno contro uno; del resto, se fossero stati anche dieci, so che il capitano... o il colonnello Riccardo basterebbe a sbrigarsela; ma voi dovete far i conti con me, voi altri.
E con un viso che l'ira aveva incominciato a sconvolgere tanto da mutarne in orridezza il grottesco, si fece innanzi con la mano all'elsa della pistola.
Basta, basta: vogliamo finirla in una carneficina? gridarono alcune voci, mentre i pi autorevoli dei capibanda circondavano il Vizzarro, i cui occhi iniettati di sangue mandavano baleni.
Riccardo fece un segno, e la folla tacque, soggiogata suo malgrado.
Sono io per il primo, disse con voce tranquilla, a deplorare l'accaduto. Non fui io l'aggressore; io mi limitai a difendermi. Ma non  questo il luogo per le nostre bizze private. Qui ci siamo raccolti per intenderci sul piano da adottare. E anzitutto volete che si elegga un capo supremo, al quale tutti, io pel primo, dobbiam giurare cieca obbedienza? Chi assente, alzi la mano.
No, no, ognuno per s, ognuno per s! url la folla.
Ed io, invece, io dico che ha ragione, che ci  bisogno d'un capo supremo, e che nessuno  pi degno di comandare a noi tutti di questo uomo, innanzi al quale siete ora divenuti tante pecore.
In ci dire il bel giovanotto, nel quale era stata riconosciuta l'amante del Vizzaro, sal sull'impalcato, volgendo uno sguardo di sfida alla folla sorpresa di tanta audacia.
S! continu la giovane donna. Io sono del suo avviso. Lo so, voi siete tutti stupiti che io, io proprio, l'amante del Vizzarro, la quale per essere libera rinunci al nobile ed onorato nome dei padri suoi, e come una vil femmina si diede alla campagna, trovi giusto che se si ha da far guerra allo straniero, bisogna scegliere un capo supremo che valga pi di noi tutti. Ebbene, io vi propongo per capo colui che ha osato sfidarci, dicendoci in faccia esser noi dei briganti assetati di sangue e di rapina. Quale prova maggiore di audacia? Ed ha provato altres che come ha franca la lingua ha impavido il cuore respingendo il suo assalitore. Sia lui dunque il capo, e io per la prima giuro di ubbidire ciecamente ai suoi ordini.
Gli astanti si guardarono muti e incerti. Ma il pi stupido di tutti era il Vizzarro che non credeva ai suoi occhi. Lei, lei si dichiarava pronta a ubbidire a chi egli considerava ormai come il suo mortale nemico? Lei, che aveva sempre fatto suoi gli od, i rancori, le inimicizie di lui? Lei si sarebbe sottoposta ad un capo, lei che non riconosceva neanche l'autorit dell'uomo pel quale aveva posto in oblio patria, onore, famiglia; lei che aveva rinunciato a quanto una donna ha di pi caro per seguirlo nei boschi, gli si ribellava ora, si schierava  contro di lui e in favore di uno sconosciuto che innanzi a tanta gente non solo aveva mostrato di non temerlo,
ma anche ne aveva respinto vittoriosamente
l'aggressione... Trattenuto da alcuni dei capibanda, si contorceva ruggendo di rabbia.
Calmati, calmati, gli dicevano i capibanda, avrai tempo per fare le tue vendette. Ma  una matta quella
tua amica. Come le  venuto in testa? Gi, quel caporale o quel colonnello  un bel giovanotto, bisogna
convenirne, e ne ha del coraggio. Ma le femmine son tutte ad un modo... E poi non vedete come  ben vestito?
Io me ne berr il sangue, dell'uno e dell'altra! disse il Vizzarro che si mordeva le dita, mentre cercava di svincolarsi da coloro che lo trattenevano.
Intanto il resto della folla pareva quasi convinto che fosse necessario si eleggesse un capo. Gi si udivano voci di approvazione e il mormorio cresceva, soffocando le proteste dei pochi. La maschia e fiera bellezza del giovane, la ricchezza delle vesti, l'essersi
annunziato per emissario della Regina, la prova di
coraggio e di forza che aveva dato respingendo
l'aggressione del terribile e temuto Vizzarro, l'intervento
di quella donna cos bella in viso ma cos torva nello
sguardo avevano soggiogato i due terzi dei convenuti.
Il giovane, con le braccia conserte e immobile
aspettava che si venisse ad una decisione. Senza
mostrarsene lusingato, per compiaciuto dell'intervento
di quel garzoncello, nel quale aveva riconosciuto una
donna, l'aveva salutata con un cenno della testa e poi era
tornato nel primo atteggiamento, fiero ma non spavaldo.
Ebbene s, gridarono finalmente alcune voci, nominiamo un capo supremo, che stabilisca un disegno e...
Il capo supremo  Sua Maest il Re, nostro legittimo sovrano! grid una voce dall'uscio.
Tutti si volsero meravigliati. Fermo sull'uscio era un signore in su i sessant'anni, di aspetto altero, vestito di un soprabito grigio che aveva sbottonato perch apparissero le gemmate decorazioni onde aveva cosparso il petto. Dietro a lui alcuni scudieri vestiti alla militare reggevano per freno i cavalli, mentre altri, armati di carabina, si tenevano in fondo.
Il duca di Fagnano! grid Pietro il Toro. E i suoi occhietti si volgevano ora al nuovo venuto, ora a
Riccardo che si era fatto pallido in viso, perocch le parole del padre di Alma erano una smentita alle sue parole.
Chi  costui? chiese Vittoria, l'amante del
Vizzarro, che si era tenuta fin allora vicino al giovane.
Che viene a far qui costui?
Intanto il duca si era avanzato tra la folla, e giunto
presso all'impalcato vi sal.
Noi, disse, sapevamo che in questo giorno i
fedeli del nostro Re, coloro che han giurato di spargere
il loro sangue pel sostegno del trono, si sarebbero qui
raccolti dietro invito non so di chi, ma certo voglio
sperare, voglio credere, di un suddito che non da
ambizione personale fu mosso a convocarvi per
scegliere un capo, ma da un nobile e leale
interessamento. Io non so in nome di chi ha parlato; io,
invece, io duca di Fagnano e primo scudiere di Sua maest la
Regina, parlo in nome del Re nostro signore. La guerra
che imprendiamo non ha bisogno di capi supremi: un
capo supremo potrebbe anzi riescir pericoloso, perch
noi sappiamo che i nostri perfidi nemici sanno avvalersi
di qualunque mezzo, e se non possono vincere con le
armi, cercan di vincere col tradimento, con le insidie e
con la corruzione. Nessun capo dunque, ma ognuno sia
capo nell'ambito del territorio che  chiamato a difendere.
Bene, bravo, evviva il Re!... S, s, nessun capo! grid la folla e, pi di tutti, coloro che temevano di dover riconoscere un'autorit suprema.
Io ho gi, continu il duca spiegando una carta, ben determinati gli ordini da comunicarvi con la designazione dei luoghi nei quali ciascun di voi dovr agire per non dar pace al nemico e per costringerlo a sgombrare da queste terre di cui il Re Ferdinando ha
ricevuto da Dio l'assoluto dominio. A voi, Taccone e
Quagliarella, i monti della Basilicata; a voi Marsico e
Carmine Antonio le montagne del Pollino, i piani di
Castrovillari e di Campotenese; a voi Parafante,
Benincasa, il Boia, questi altipiani fino al bosco di S.
Eufemia; a voi Vizzaro, Paranese, Mariotti le macchie e
le montagne che declinano verso Squillace e verso Stilo;
a voi Francatrippa l'Aspromonte e le foreste di Rosarno.
Ciascuno di voi avr mille piastre per equipaggiare i
suoi uomini. Fuori vi sar contato il denaro. Ed ora do a
voi la buona novella che il nostro Santo Padre ha
mandato la benedizione alle vostre armi, e dieci anni
d'indulgenza per tutti i vostri peccati.
Fu un delirio. Le grida, gli urli, avevano qualche cosa
di selvaggio. Le mille piastre giungevano opportune,
sicch tutti si affollarono alla porta per accertarsi coi
propri occhi che il denaro fosse l.
Riccardo intanto si era tenuto in disparte; con le braccia conserte, il capo ripiegato sul petto, guardava pensoso quella folla di urlanti, quasi pazzi per la gioia.
Il duca pareva non badasse a lui: uno del seguito aveva attraversato la folla e gli si era avvicinato per parlargli. Egli si ritrasse in un angolo col suo familiare e si diede a parlare sottovoce.
E tu che farai? chiese Vittoria al giovane.
Questi non rispose: rispose Pietro il Toro in sua vece: Che far? Sar a capo della pi gagliarda banda che avr fatto mai alle schioppettate. Io ho gi sulle dita cinquanta uomini ognuno dei quali giuoca con le palle di fucile come se fossero confetti.
Mi vuoi nella tua banda, d, mi vuoi? disse
Vittoria sollevando gli occhi in viso al giovane.
Egli la guard, poi scosse la testa.
No, disse, no. Non dispiacerti. So che vali dieci uomini ma sarebbe un tradire il tuo amico.
Tu sei pi bello, tu sei pi forte! rispose la donna con un lampo di selvaggia passione negli occhi.
No. Dividiamoci cos come ci siamo incontrati.
Vedi, ci  l il tuo amante che mi aspetta non per vendicarsi dell'averlo io mandato ruzzoloni, ma delle parole che tu hai detto e dello sguardo che mi hai rivolto.
Egli non  pi il mio amante, perch io l'ho tradito.
L'hai tradito, tu?
S, dicendo a te che sei bello, dicendo a te che sei forte ed offrendomi a te. Io glielo dir, e poich tu non mi vuoi nella tua banda rester nella sua, ma non sar pi la sua amante. Rester nella sua banda, ma a patto che egli non ti affronti. Lo so, lo uccideresti perch tu ci hai del sangue nel tuo sguardo dolce; ma fu lui il primo che mi fece sentire di esser donna e non voglio che muoia ucciso da te.
E a noi non toccher nulla di quel denaro? diceva intanto il Ghiro a Pietro il Toro.
Sta zitto, sta zitto, rispose questi facendo una smorfia. Ho di che consolar te ed il Magaro che se ne
sta l mortificato. Ma non dite niente a Riccardo perch non voglio s'immischi in certe faccende. Mentre andavo
in giro per raccogliere questi signori ho saputo che fra quattro giorni passer pel Piano del Lago il procaccia
che porta i denari delle truppe francesi. Sar scortato da venti soldati... Dieci dei nostri basteranno... Hai capito?
Ah Pietro, Pietro, che sii benedetto: tu mi lietifichi l'anima!
Riccardo ascoltava pensoso la donna: quell'amore che gli si rivelava ad un tratto, violento e lampeggiante
come un fulmine, gli evocava pi angoscioso il ricordo di quella notte, di quella ignota, sulla quale aveva
troppo fidato e che lo aveva esposto a una s umiliante smentita! Da chi poi? dal padre di quella creatura che
era stata per tanti anni nei suoi sogni e della quale ora doveva respingere l'immagine, sentendosi indegno di evocarla!
Ebbene, disse Vittoria, s, hai ragione, dividiamoci. Tu ami un'altra... Non respingeresti una
donna come me se il tuo cuore non fosse gonfio di passione. Promettimi soltanto che se un giorno avrai
bisogno di chi sappia impugnare una carabina e maneggiare un pugnale, di chi non ha contato mai i
nemici n evitato i pericoli, fossero pure stati immani, tu mi chiamerai a te vicino onde io combatta per te! Me lo prometti?
Te lo prometto, rispose lui.
Ella si raddrizz, fece uno sforzo e si diresse verso la porta ingombra da coloro che aspettavano d'esser
chiamati per ricevere il denaro. Ivi giunta si rivolse e grid al giovane: Ricordati!
S, mi ricorder, rispose lui.
In questa gli si avvicin Pietro il Toro.
Dunque siamo liberi? Meglio cos. Non voglio
sapere perch noi che un'ora fa ci credevamo destinati a dominar su tutta quella gente, ora siamo stati posti in disparte. Dite un po': ci entrasse per caso lo zampino di una femmina?Scusate, ma Pietro il Toro pu permettersela questa domanda. Voglio avvertirvi che quando ci entra lo zampino di una femmina  peggio che se ci entrasse quello del diavolo. In quanto al duca...
oggi o domani dovr fare i conti con voi e con me: anche con me! San Francesco di Paola mi ha messo la mano sulla bocca, altrimenti gliel'avrei detto... quel che presto o tardi gli dovr dire... Dunque che facciamo?
Riccardo parve riscuotersi dai suoi pensieri e si raddrizz fieramente: strinse alla vita la cinta che sosteneva le pistole e la spada; poi voltosi a Pietro il Toro:
Non hai tu detto che cinquanta gagliardi delle vecchie bande che tu hai visto al fuoco sono disposti a far la guerra sotto i miei ordini? Ebbene, raccoglili tutti e fra otto giorni voglio vederli armati ed equipaggiati.
Occorre annunziarci con un colpo di mano da sbalordire tutta questa canaglia che ci sta intorno. Hai inteso?
Ho inteso, disse Pietro il Toro con gli occhi sfavillanti di gioja.
Ho trecento piastre per i primi bisogni. Il resto verr poi. Intanto andiamo via.
Ci detto si avvolse nel mantello ed usc seguito dai suoi amici.
Ah, diceva Pietro il Toro fregandosi le mani, ecco che il lupacchiotto si accinge a mostrare i denti.
Andiamo, andiamo, che con quattro parole ho scongiurato la jettatura!
E cos scoppi quella guerra che per cinque anni dur feroce, quella guerra d'insidie, d'imboscate, di scontri senza tregua e senza quartiere che cost alla Francia tante giovani e valorose vite, tanta rovina a noi; che semin tanti od, che distrusse tante famiglie, che sparse il terrore nelle pi amene e ricche provincie del Regno, ammiserendo l'agricoltura, arrestando i traffici, impedendo i commerci, e che tanto male produsse al nostro nome, divenuto sinonimo, per gli storici rivoluzionari, di gente barbara ed efferata, e che continua a produrci, perocch pur essendo trascorso un secolo, risentiamo anche oggi gli effetti delle calunnie che si spacciarono sul nostro conto, poi continuate dalle diverse sette politiche, le quali con tali calunnie pi che vilipendere noi intendevamo vilipendere i Borboni, ai quali facevano rimontare i nostri vizi e le nostre colpe!
Ma non  nostro compito scrivere diffusamente di quel tragico periodo che pure non ha ancora avuto uno storico imparziale ed esatto il quale non si sia fermato soltanto sugli effetti ma abbia anche indagato le cause che li produssero. Solo vogliam dire che non fu il Manhes a ridar la pace alle nostre contrade; l'opera di un solo uomo non sarebbe bastata a tanta impresa, n la violenza, la ferocia delle repressioni, l'iniquit han mai fruttato effetti benefici. La sanguinosa guerra cess quando s'incominci a comprendere che il governo di Gioacchino Murat intendeva davvero al bene delle misere popolazioni; quando si costruirono strade, quando si promulgarono provvide leggi, quando si cerc di diffondere l'istruzione, quando finalmente il Re si mise in contatto diretto coi cittadini che ne compresero il cuore generoso, ne apprezzarono le virt guerriere, lo trovarono affabile e buono; e fin allorch la vera conduttrice di quella guerra, Carolina d'Austria, ebbe a combattere con nemici assai pi insidiosi e pi nefasti a lei, gl'Inglesi.
Ma ripeto, il nostro compito  ben altro. Ritorniamo quindi al personaggio principale di questa storia che ebbe tanta parte in quelli avvenimenti, a Capitan Riccardo.
...
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...
FINE.